- Gay.TV, 9 dic 03 - La buccia di finocchio
- Gay.TV, 20 feb 04 - Libertè, Egalitè?
Gay.TV, 13 gen 03
E se ci occupassimo dei nostri diritti?
Troppe volte i partiti si sono appropriati della cultura omosessuale solo per racimolare voti. E` ora che il movimento diventi autonomo e si occupi dei nostri diritti.
Capita di vedere, durante i gay pride o le altre manifestazioni per i diritti delle persone omosessuali, una moltitudine di simboli politici e di bandiere del tutto estranei alla causa gay. Nella festosità dei cortei e dei comizi di piazza, ci sono generalmente scritte contro la vivisezione, contro la globalizzazione, per un mondo ecologico, contro Berlusconi e chi più ne ha più ne metta. C’è stato pure chi, durante il gay pride di Milano di due anni fa, aveva temerariamente portato la bandiera di Israele, con conseguente scazzottata e tanto inchiostro sui giornali.
Non ci si pensa, eppure ogni simbolo pesa come un macigno su una manifestazione che dovrebbe riguardare i diritti o l’orgoglio delle persone omosessuali e si ha l’impressione che si adottino determinati messaggi con estrema leggerezza e tanta ignoranza. Ad esempio l’immagine di Che Guevara, che si può vedere durante i gay pride ritratta sulle bandiere e sulle magliette di molti baldi giovani, è un simbolo profondamente anti-omosessuale e tanto varrebbe quindi portarsi la maglietta con il ritratto Hitler. Infatti Paolo Mieli, rispondendo ad un lettore sul Corriere della Sera del 6 maggio 2003, ricorda come il “Che” si distinse nella repressione dei “maricones”, ad imitazione del suo amico Fidel (vedi in Comunismo).
La conseguenza immediata della presenza dei molti simboli estranei alla lotta gay porta, agli occhi dell’opinione pubblica, il movimento omosessuale ad assumere determinate connotazioni partitiche e quindi subire indirettamente un’ escalation dove essere gay significa essere contro la guerra in Iraq, contro la globalizzazione, contro quello e contro quell’altro. E ovviamente, oltre a procurare pseudo-amicizie, ha portato anche tanti nemici.
Tuttavia, e questa è la cosa più grave, la storia del movimento gay italiano dell’ultimo decennio ha dimostrato che la svendita del significato del gay pride e delle altre manifestazioni gay non ha pagato e non ha portato a nulla.
Infatti ne’ il governo di centrosinistra, ne’ quello di centrodestra, si sono dati da fare per dare alla minoranza omosessuale, che è la più grande del Paese, uno straccio di diritto.
Tenendo presente che la risposta completa e definitiva alla richiesta di diritti civili può venire solo dal Parlamento, bisogna comunque notare alcuni piccoli, ma importanti, successi a livello locale, dall’approvazione dei registri comunali delle Unioni civili, alla volontà da parte delle amministrazioni di patrocinare le manifestazioni.
La caratteristica delle amministrazioni locali amiche dei gay e dei voti favorevoli dei vari consiglieri e quella di essere del tutto transpartitica: i segnali di amicizia e di lontananza nei confronti delle persone omosessuale partono da Alleanza Nazionale ed arrivano a Rifondazione Comunista.
Più del simbolo, pesa però la cessione del patrimonio culturale e politico gay ai vari partiti di sinistra.
Le principali associazioni omosessuali italiane erano, ad esempio, dichiaratamente presenti alla protesta no Global di Genova e, se si può comprendere la presenza dei gay alla manifestazione contro l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, davvero non si capisce cosa c’entri la lotta di liberazione con la guerra in Iraq.
Viene da pensare che i partiti, consci di essere in crisi di credibilità ed in cronica emorragia di consensi, si adoperino il più possibile a cercare nuove forme di lotta e nuovi militanti.
A questo punto viene da chiedersi se davvero sia necessario spingere a tutti i costi la partitica dentro i cortei e le manifestazioni per i diritti dei gay.
Il movimento omosessuale italiano, grazie all’ampio lavoro fatto per incentivare la visibilità e la piena coscienza di ogni ragazzo gay, è ormai diventato sufficientemente forte e numeroso per lottare da solo, per avere un peso contrattuale e soprattutto per mirare solo ed esclusivamente al proprio interesse.
Se il voto per i diritti dei gay deve venire dalla parte laica (e quindi transpartitica) del Parlamento, il movimento omosessuale italiano deve divenire convincente ed invitante per tutte le forze politiche ed è quindi necessario la trasformazione in un vero e proprio sindacato di lotta, autonomo e disposto a dialogare con tutti.
Purtroppo la maggioranza del mondo omosessuale è disposta a credere ancora che l’ostilità nei confronti dei gay e delle lesbiche italiane sia dovuta all’omofobia della destra. In realtà gli ostacoli al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali si annidano nel peso maggiore che hanno le forze cattoliche rispetto a quelle laiche nel Paese.
Tuttavia, come ai suoi tempi passò la legge sul divorzio, è possibile che venga approvata anche una legge sui diritti dei gay e, per arrivare a questo, è necessario creare un fronte compatto ed unito in grado di influenzare il maggior numero possibile di deputati.
E per far ciò è necessario smettere di svendere le potenzialità ed il patrimonio culturale del movimento gay e puntare di più sulla creazione di un fronte unito, di un sindacato forte che pensi solo ai diritti dei gay.
Gay.TV, 9 dic 03
La buccia di finocchio
Dopo la svolta sulle leggi razziali, con relativo viaggio in Israele, Gianfranco Fini in tv evita di parlare della questione omosessuale. Eppure a destra, nella base, qualcosa si muove.
Colpo di scena (non tanto improvvisato): il Vicepresidente del Consiglio, on. Gianfranco Fini, ha chiesto scusa alle comunità ebraiche per le persecuzioni del fascismo e le leggi razziali del 1938. Un viaggio in Israele, un albero nella Foresta dei Giusti e qualche ghirlanda hanno coronato il sogno di Fini di portare il massimo partito della Destra italiana attraverso un processo iniziato nel 1995 a Fiuggi e finito (forse) in Medioriente, ovviamente fra mille flash e fiumi di inchiostro per la carta stampata.
Un’approfondita analisi del gesto di Fini, tuttavia, lascia non pochi punti interrogativi: perché scusarsi di fatti di cui lui non ne è responsabile, dal momento che allora non era neppure nato? Perché flagellarsi di dolore per i molti ebrei uccisi e perseguitati, tralasciando però i loro compagni di sventura, fra i quali gli omosessuali?
Ma il chiedere scusa, al di là del fatto che abbia senso, è diventato ormai di tendenza: l’”epoca delle scuse”, il volersi pentire a tutti i costi, è stata aperta dal Papa, il quale si è inchinato al sommo Galileo, solo quattrocento anni dopo la sua condanna.
Qualche giorno fa lo stesso Fini, giulivo per aver riportato nuovamente l’interesse della stampa sul suo partito, si è presentato ad un programma televisivo condotto dal liber-tutto Marco Taradash, per spiegare nuovamente il suo gesto o, per i più maliziosi, per continuare a battere il ferro ebraico fin che è caldo.
La sua retorica, forse un po’ più stanca del solito, reggeva comunque bene le domande degli interlocutori, ma dietro all’angolo si nascondeva la buccia di finocchio… ops, meglio dire di banana, sulla quale era scivolato già diverse volte.
Un ragazzo dal pubblico, con un vistoso triangolo rosa appuntato alla giacca, gli si rivolgeva con una domanda semplice: “perché non chiedere scusa anche agli omosessuali perseguitati dal nazifascismo e che nei Lager nazisti portavano un triangolo rosa?”.
L’imbarazzo del Gianfranco nazionale era evidente. Lo stesso giovane incalzava: “Io sono uno degli entusiasti della nuova svolta di Alleanza Nazionale. Ma allora perché non toccare i nuovi temi sociali che si presentano e non riconoscere, ad esempio i diritti della minoranza gay, dando il riconoscimento giuridico alla coppia di fatto ed introducendo una legge antidiscriminatoria per le persone omosessuali?”. E Fini: “Io sono contro la parificazione della coppia omosessuale alla famiglia tradizionale…”. “Non era questa la mia domanda, onorevole”, riprendeva il ragazzo, “nessuno vuole che le coppie gay diventino una famiglia, e tantomeno minare quella tradizionale o arrivare all’estinzione della specie, ma Le ho solo chiesto se la nuova Alleanza Nazionale è disposta ad occuparsi dei diritti delle persone omosessuali”. Fini, memore della batosta ricevuta in occasione della questione dei maestri gay, chiudeva l’argomento con un “non sono interessato, non mi interessa”.
Eppure un partito delle dimensioni di Alleanza Nazionale dovrebbe toccare tutte le tematiche sociali, le quali, ovviamente, cambiano secondo i tempi. In Europa nove paesi su quindici hanno già legiferato sulla questione dei diritti dei gay, dando così un segnale di accortezza e di volontà rispetto alle diverse Risoluzioni del Parlamento di Strasburgo.
Il vertice del partito di Fini è terrorizzato dalla parola “gay”, ma spostandoci verso il basso possiamo trovare pareri discordi.
Alessandra Mussolini, tradizionalmente amica dei gay, se ne è andata da Alleanza Nazionale, portando con se le sue battaglie transparlamentari, ma sempre più spuntano iniziative di singoli personaggi del partito che lasciano di stucco sia gli iscritti che i militanti gay.
Il Registro comunale delle Unioni civili è stato approvato a Bolzano grazie ai quattro voti favorevoli di Alleanza nazionale (contrari quelli della Margherita) ed anche Maurizio Bianconi, capogruppo di AN al Consiglio regionale toscano, ha votato recentemente allo stesso modo.
L’idea di riconoscere le Unioni omo-affettive a Padova è di Alvaro Gradella, oggi assessore di Alleanza Nazionale allo Sport, mentre è noto il lungo impegno di Enzo Palesano proprio a favore di un partito più attento alle problematiche degli omosessuali italiani.
Sembra proprio che chi, in un partito, è davvero a contatto con la gente e con le sue necessità si dimostri sensibile alla realtà sociale, mentre chi è al vertice viva in un “sancta sanctorum” dove si pensa che, per certe cose, non valga la pena sporcarsi le mani.
Gay.TV, 20 feb 04
Libertè,
egalitè?
Il movimento gay italiano ha avuto, negli ultimi anni, una visibile crescita numerica e quindi un maggior afflusso di idee e di iniziative. Si è potuti assistere così alla nascita (e spesso alla morte) di micro-associazioni di ogni ordine e grado, ciascuna con una sua struttura, con i suoi recapiti e magari una sede.
Il messaggio politico lanciato da quasi tutte le neoformazioni di lotta per i diritti delle persone omosessuali è praticamente identico a quello del resto del movimento e quasi verrebbe da chiedersi se è necessario che spuntino come i funghi delle aggregazioni gay che poi sono in tutto e per tutto una fotocopia di ciò che già esiste.
Si escludono da questo ragionamento, ovviamente, quei gruppi che non si riconoscono nell’associazionismo di centro-sinistra, ma forse perché oltre all’arco politico di riferimento, si differenziano anche su determinati progetti.
L’esempio più eclatante consiste proprio nel fare una piccola analisi sulla proposta del PACS (patto civile di solidarietà) che, in occasione del “Kiss2Pacs” del giorno di S. Valentino, verrà rilanciata dentro e fuori al movimento gay.
Tutte le associazioni gay italiane lottano per ottenere il nuovo istituto giuridico del PACS, attuato da qualche anno in Francia e simile alle realtà di altri Paesi dell’Unione Europea.
Era infatti il 1994 quando il Parlamento di Strasburgo, con la Risoluzione A3 0028, invitava i Paesi membri a rimuovere le differenze e le restrizioni esistenti in ogni campo fra i cittadini dell’Unione, compresi gli omosessuali.
Il PACS, come detto, verrebbe ad essere un nuovo istituto giuridico, non sarebbe un matrimonio, potrebbe essere utilizzato anche dai cittadini eterosessuali e di adozioni, per il momento, non se ne parla.
Chissà cosa risponderebbero i vari militanti presenti ai cortei del Gay Pride se, fermati singolarmente, venisse chiesto loro di spiegare in cosa consista il PACS. Per adesso c’è da accontentarsi di vedere diversi esponenti del mondo politico omosessuale intervenire sui media e ridurre il concetto del PACS al diritto ereditario. Quasi i gay italiani debbano essere considerati dalla legge solo post mortem. Se le nozioni di giurisprudenza e di diritto vengono ad essere un tabù per la maggior parte della popolazione, viene ad essere d’aiuto il libro di Giovanni Dall’Orto Manuale per coppie diverse (Ed. Riuniti, 1994), che dedica un capitolo proprio ai diritti che devono essere reclamati con l’Unione civile.
Se può stupire la constatazione della la mancanza di conoscenza sul PACS, ve ne è una seconda che fa davvero riflettere. Si tratta del principio dell’Egalitè, espresso in modo chiaro nell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla Legge”.
Come sopra specificato, i gay italiani lottano per l’istituzione del PACS, un istituto giuridico nuovo, che si può definire tranquillamente “voluto apposta”, piccolo e poco ingombrante, di “serie B”. Il principio dell’uguaglianza tuttavia prevede che sia il Matrimonio civile l’istituto giuridico naturale per le coppie omosessuali, che così verrebbero a godere degli stessi diritti delle coppie eterosessuali, venendo quindi ad essere uguali agli altri cittadini, non “simili”.
Dietro l’idea di scartare per i gay il Matrimonio civile, vi possono essere una moltitudine di scusanti, prima fra tutte quella di non ingaggiare un braccio di ferro con il potere cattolico, più pesante e presente in politica di quello gay. E’ tuttavia giusto cedere i propri principi in cambio di un successo a metà?
Non tutti sono di quest’idea: ad esempio i Radicali italiani, troppo spesso ignorati dal movimento omosessuale, lanciarono nel 2001 un referendum per una proposta di Legge su iniziativa popolare volta proprio all’allargamento del Matrimonio alle coppie omosessuali. I Radicali vennero isolati da tutti (a parte un paio di comunicati stampa di due associazioni gay) e il Referendum non ottenne il quorum.
Perché i molti gay delle discoteche non hanno firmato quel referendum? Perché le associazioni gay non hanno collaborato attivamente?
Verrebbe da pensare che ci sia chi, di una parte politica ben precisa, pretenda di avere un monopolio sulla questione gay, cosa che sarebbe in ogni modo scorretta: noi gay siamo una minoranza calpestata ed abbiamo bisogno di chi ci aiuta, non di gonfiare le fila dei partiti.
La terza constatazione ha come tema il diritto degli eterosessuali. Quasi per alleggerire il peso dell’iniziativa, la proposta, portata avanti con forza dalle associazioni gay, vede la possibilità di dare accesso al PACS anche (e forse, soprattutto) alle coppie eterosessuali. Già, proprio le coppie eterosessuali, che hanno già a disposizione il Matrimonio civile e che soprattutto non hanno mai lottato per i diritti dei gay. E puntualmente sono apparsi in TV gli “etero intelletualoidi” del cinema e dello spettacolo (a dire il vero pochi), entusiasti di dichiarare il loro sostegno all’iniziativa.
Sarebbe tuttavia opportuno che, una volta tanto, il PACS rimanga in modo chiaro un’iniziativa gay, parte integrante della lotta di liberazione gay e ad uso e consumo della popolazione gay.
Il 14 febbraio, fra i mille baci degli innamorati, rifiorirà la richiesta del PACS, che, seppure sia un idea che, come visto, ha qualche lato discutibile, resta sempre l’arma con la quale noi omosessuali italiani stiamo combattendo e quindi esso ha bisogno di ogni nostro sostegno: è una lotta per i nostri diritti.