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In questa pagina:

- ItaliaSociale.net, 6 lug 10: Preti pedofili, perché.

- GayNews, 26 lug 10: I Quattro dell'Ave o Maria


ItaliaSociale.net, 6 lug

 

Preti pedofili: perché.

 

di Enrico Oliari

 

Gli abusi su minori da parte di sacerdoti, prelati e religiosi non sono il sintomo contemporaneo di una Chiesa in crisi, bensì un male presente in modo costante nella storia del clero fin dagli antichi tempi e di certo un problema che non ha riguardato e non interessa a tutt’oggi solo i ministri della religione cattolica.

Si tratta di un aspetto negativo ingiustificabile specialmente se si pensa all’integrità violata delle giovani vittime, cosa che non ha scusanti di nessun genere, neppure rimarcando, come ha fatto recentemente la Cei, l’esiguità della percentuale dei religiosi coinvolti o la realtà di un problema che investe anche il mondo laico.

Va comunque detto che, come spiega la psicologa e sessuologa Flavia Coffari dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma, nel 90% dei casi l’abusante è conosciuto dalla vittima e per lo più si tratta di un familiare o di un membro della famiglia allargata, solo nel 10% dei casi si tratta d’autore ignoto.

Senza entrare nel merito della condanna teologica della pedofilia da parte della Chiesa, la quale con il Concilio di Elvira del 305 espresse la condanna agli stupratores puerorum con rifiuto della comunione anche in punto di morte, va ricordato che l’antipapa Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa, 1370 – 1419) fu accusato in occasione del Concilio di Costanza di avere rapporti sessuali con ragazzini, come pure il tredicenne Innocenzo del Monte venne indicato dallo storico, matematico e teologo Paolo Sarpi e dallo studioso Onofrio Panvinio come amante dello zio cardinale Giovanni Maria Ciocchi del Monte, poi papa Giulio III (1487 - 1555), che poi all’età di 17 anni gli diede la porpora cardinalizia. (Il cardinale Pietro Sforza Pallavicini sostenne che l’amore del papa verso il nipote fu unicamente di tipo filiale, ma già il fatto che si cercò una giustificazione la dice lunga si quale potesse essere la verità).

Ma in quali epoche vennero maggiormente alla luce i casi di pedofilia commessi da preti, prelati e suore? La domanda è fondamentale per comprendere meglio la situazione di oggi, dal momento che, è evidente, non sono i religiosi ad essere più deboli, bensì la stessa Chiesa ad essere meno difendibile. Si badi, non disposta, come viene detto oggi, a non nascondere ulteriormente gli abusi sessuali commessi, bensì a non essere in grado di farlo.

Benedetto XVI non è quindi il pio autore della volontà di consegnare al braccio secolare della giustizia chi, con la tonaca, commette gli abusi sessuali, bensì si vede costretto a togliere il tappo ad un vaso ormai straboccante, anche perché non vi è l’interesse politico da parte della controparte laica a mantener il silenzio su determinati fatti.

Nella Germania del 1935, dove il Terzo Reich aveva iniziato un’ondata di processi di "moralizzazione" nei confronti di religiosi cattolici accusati di abusi su minori, i procedimenti giudiziari vennero interrotti su diretto intervento del segretario di Stato vaticano, da lì a poco papa Pio XII (Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, 1876 – 1958), già nunzio apostolico in Baviera ed in Prussia, oltre che promotore nel 1933 del Concordato con la Germania di Hitler. Anche per questo “favore” la reazione del Vaticano nei confronti del nazismo e delle persecuzioni degli ebrei fu tiepida, per non dire assente (nonostante le forti pressioni, il pontefice si limitò a dichiarare, il 24 dicembre del 1942, questo voto l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento, senza per altro specificare cosa intendesse per “stirpe”.

Oggi, nell’epoca di internet e della comunicazione veloce, non è più possibile per la Chiesa spostare il prete pedofilo, anche dopo una sonora tirata d’orecchie, da una diocesi all’altra come per nascondere la sporcizia sotto il tappeto: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha recentemente accolto un ricorso a fermare l’azione legale promossa dal Vaticano in base al diritto internazionale per il reverendo Andrew Ronan, trasferito dall’Irlanda, dove aveva commesso ripetuti abusi sessuali, negli USA, dove li aveva commessi fino a poco prima di morire nel 1982.

Proprio negli Stati Uniti la Chiesa si è trovata a dover sborsare milioni di dollari per le vittime della pedofilia arrivando in alcune diocesi a rischiare persino la bancarotta (attenti al 5 per mille!).

In Belgio le perquisizioni della polizia nelle azioni volte a combattere gli abusi sessuali sono arrivate fino alle sfere più alte del clero e pochi giorni fa è stato sequestrato il computer dell’ex primate Godfried Danneels, scoperchiate tombe di vescovi e persino prelati tenuti per ore sotto interrogatorio. Tuttavia le azioni volte a colpire il prete pedofilo (anche con il rischio non troppo recondito di fare di ogni erba un fascio) sono in corso in diversi paesi del mondo, anche nella lontana Australia, dove in questi giorni il giudice Helen Syme ha condannato a 20 anni di reclusione il 67enne don John Sidney Denham per aver abusato di almeno 25 ragazzi in diverse scuole a Sidney e nel Nuovo Galles tra il 1968 e il 1986, in un clima di "paura e di depravazione".

La Chiesa quindi non è più in grado di contenere la questione dei preti pedofili sia perché ormai il numero dei casi rappresenta un fenomeno di vaste proporzioni, sia perché neppure la classe politica secolare trova interesse nel sottacere.

Un situazione per certi versi simile a quella della fine Ottocento – inizi Novecento, quando sul soglio pontificio sedevano Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, 1810 – 1903) e Pio X (Giuseppe Melchiorre Sarto, 1835 – 1914): l’Italia, ancora poverissima per via dei costi dovuti alla riunificazione e carente di strutture, era duramente spaccata fra clericali ed anticlericali e lo stesso Regno era nato con un animo laicista (già le leggi Siccardi e Rattazzi abolirono i privilegi del clero e gli enti ecclesiastici privi di pubblica utilità).

Quegli anni, durante i quali Curia romana e Stato italiano sostanzialmente si detestavano a vicenda anche perché il nuovo Regno aveva annesso i territori della Chiesa, videro non pochi scandali di natura sessuale strumentalizzati politicamente dalle fazioni. E’ il caso, in particolare, degli scandali dei Collegi, come nel caso della Varazze del 1907, dove le accuse di abusi sui minori ad opera di padri salesiani si trasformarono in veri e propri moti di piazza in tutto il Paese sedati solo grazie all’intervento dell’esercito, di Giolitti e del pontefice, o del caso del collegio dei marianisti di Pallanza del 1904.

Pio X era fermamente avverso ad un’opera di “modernizzazione” della Chiesa, mentre pressioni interne (fra le quali l’“americanismo”) spingevano per un’evoluzione della dottrina cristiana.

Da allora ai giorni nostri, periodo in cui Chiesa e Stato sembrano essere andati sempre a braccetto, non si è parlato molto di abusi di esponenti del clero nei confronti di minori, anche perché la tradizione di spostare il prete colpevole da una diocesi all’altra sembra essere stata un’abitudine “istituzionalizzata”.

Oggi, momento in cui la comunicazione garantisce un giro maggiore di informazioni ed in cui la Chiesa è chiamata a rivestire un ruolo di guida spirituale, forse anche per arginare il fenomeno dei preti pedofili, dovrebbe rivedere le sue posizioni sul “modernismo”, specialmente in materia di celibato e di sessualità in generale.

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GayNews, 26 lug 10

 

I Quattro dell’Ave o Maria.

 

di Enrico Oliari

 

Sarà un’inchiesta ben scritta, che curiosamente cade a fine luglio, quella apparsa su Panorama di questa settimana in merito alla “doppel Leben” di quattro sacerdoti omosessuali, ma francamente io, lettore medio, non ci vedo nessuno scoop del secolo: l’aver appurato l’esistenza di sacerdoti omosessuali non mi turba il sonno, anche perché è arcisaputo che l’omosessualità è presente nelle file del clero nella stessa misura dell’amen in chiesa.

La storia ci ha consegnato addirittura qualcosa di più di semplici pettegolezzi e di frizzanti pasquinate sull’omosessualità di non pochi papi (Giulio II, Giulio III, Sisto IV, Leone X, tanto per citarne alcuni) come pure di numerosi cardinali e vescovi di ogni risma e grado. Nel mio L’omo delinquente. Scandali e delitti gay dall’Unità a Giolitti (Prospettiva ed. 2009) parlo dell’arresto di don Piccinotti e della sua passione per i contadini bresciani, come pure descrivo alcuni dei più terribili scandali che avvolsero in quegli anni di netta diatriba fra clericali ed anticlericali i collegi guidati da religiosi.

L’inchiesta di Carmelo Abbate è quindi meno clamorosa e sensazionale dell’aurea con cui è stata rivestita, perché suona un po’ come l’aver scoperto l’esistenza dell’adulterio pedinando quattro mogli fedifraghe o le abitudini degli scambisti piazzando le telecamere dietro i divani di un club privé.

In tutta franchezza trovo persino superfluo prendere le difese dei Quattro dell’Ave o Maria dal momento che rimangono individui senza volto, cioè del tutto anonimi, mentre, una volta tanto, mi trovo comprendere l’atteggiamento del vicariato della Capitale che invita i preti gay ad uscire allo scoperto e, se proprio, a rinunciare alla tonaca.

Il fatto è che un prete della Chiesa cattolica apostolica Romana non si trova nelle medesime condizioni dell’operaio che lavora alla catena di montaggio della Fiat o dell’impiegato seduto dietro al banco di Unicredit, poiché opera in un ente che nella sua costituzione, nel suo credo e quindi nella sua essenza ha radicate da millenni posizioni avverse agli omosessuali. Non al peccatore, si badi, ma a chi persevera nel peccato. Forse un tale che un tempo si era macchiato di un assassinio può farsi prete, ma di certo non lo può fare chi continua ad ammazzare.

E soprattutto, errore tipico di chi giudica la Chiesa con lo stesso metro impiegato per la società civile, è un errore considerare il rapporto omosessuale alla stregua del rapporto eterosessuale: per quanto al religioso venga comunque richiesta la castità, il cosiddetto “peccato contro natura”, come diceva il catechismo della nonna, grida vendetta al cospetto di Dio al pari dell’omicidio volontario, dello sfruttamento del povero o del lavoratore. Il rapporto eterosessuale no.

Si intende, io che sono anticlericale non condivido l’impostazione che fin da san Paolo si è data la Chiesa, ma comprendo che nel momento in cui scelgo di diventare prete devo attenermi alle regole del gioco. Si è mai visto un nero militare nel Ku Klux Klan?

Trovo quindi improprio che il movimento gay italiano si butti a capofitto in una querelle poco chiara per gli scopi sconosciuti con cui è stata studiata (se non, ovviamente, per vendere qualche copia della rivista in più) e quindi che sulla questione dei quattro preti venga issata la bandiera rainbow. Vi sono associazioni di gay credenti che svolgono un’azione meritoria per dare speranza alle persone omosessuali in una Chiesa statica e conservatrice, mentre le azioni politiche vanno riservate alla società civile, certamente più passibile di continui miglioramenti.


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