Il momento attuale vede un movimento gay fatto di tessere di partito anteposte alle ragioni ed alle esigenze vere. Ne è conseguita una fase di "stallo" del movimento proprio da quando la sinistra, inefficente ed immobile verso la comunità gay, era al governo.
Ha attraversato momenti di
successo, il movimento gay italiano, come il gay pride di Roma 2000 o di
Milano 2001, ma anche periodi critici, come l’insabbiamento delle varie
proposte di legge a favore dei diritti delle persone omosessuali o gli
scandali che hanno colpito circoli “politici” e “commerciali”, indubbiamente
si può affermare che ora il movimento si trova in una ben specifica
fase di confusione.
Personalmente non credo
che ciò sia dovuto ad un maggior numero di militanti (più
teste = più idee = più confronto, ma anche più scontro),
in quanto, nella realtà, il mondo politico gay è circoscritto
pressappoco all’esigua minoranza dei volontari di sempre, quasi una cifra
ridicola rispetto alla crescente quantità di frequentatori di locali,
saune e discoteche.
Semmai posso affermare che
le cose non funzionano nei vertici, dove al posto del dialogo politico
e del sostegno reciproco alle iniziative, ci si perde nelle piccole schermaglie
e nella testardaggine di coltivare soltanto il proprio orticello.
A mio giudizio il problema
sta in chi ha la necessità di anteporre ad ogni scelta ed a ogni
intervento l’ideologia partitica, mettendo in secondo piano la necessità
di essere un movimento unito e quindi forte.
Non a caso la mia proposta
di dar vita ad una federazione unica delle principali associazioni gay
è sempre caduta nel vuoto ed ancora esistono gruppi dichiaratamente
schierati contro altri gruppi, come le lesbiche di Visibilia, che non vanno
al gay pride di Milano perché vi partecipa GayLib.
Di esempi come questi se
ne possono fare a bizzeffe e mostrano un movimento fragile e confuso, poco
appetibile agli occhi del giovane omosessuale e poco interessante per il
mondo politico in generale.
L’estremismo di certe associazioni
di estrema sinistra, convinte che la liberazione possa essere solo quella
comunista, poco si concilia con la visione più attenta di chi sostiene
che i diritti civili dei gay possano derivare solo dal voto laico e soprattutto
transpartitico dei parlamentari.
E così succede che
i relatori di estrema sinistra disertano la conferenza a cui erano invitati,
nonostante avessero garantito il loro intervento, per il fatto che allo
stesso tavolo è seduto un esponente della destra moderata o che
l’associazione dei gay comunisti litiga con tutti su tutto.
Personalmente non penso
che la scelta di Franco Grillini di votare in Parlamento a favore dell’intervento
militare in Afganistan sia inconciliabile con la sua carica di presidente
onorario di Arcigay (fu lui al congresso dell’associazione di Rimini del
1995 a chiedere che nello statuto venisse indicato Arcigay come un gruppo
“ecopacifista”), ma le maggiori critiche, rasenti all’isterismo, sono arrivate
proprio dai gruppi di sinistra.
La voglia, che è
una necessità, di noi gay liberali e di centrodestra di cooperare
in modo produttivo con la parte più consistente del movimento,
che è di sinistra, si infrange di fronte a mille “niek” e
mi viene difficile pensare che rinati gruppi come il F.U.O.R.I.,
di estrazione radicale, o il sempre più “eretico” Mapelli, possano
riuscirci.
Il momento politico attuale
vede un movimento gay fatto di tessere di partito anteposte alla ragione,
di caccia ai fascisti dove i fascisti non ci sono e di ululati contro il
totalitarismo, dove il totalitarismo non c’è. Bene ha fatto Ombretta
Colli (di centrodestra!), presidente della Provincia di Milano, a dare
un contributo al Gay Pride e bene ha fatto il sindaco di centrodestra Guazzaloca
a concedere la prestigiosa e magnifica nuova sede “ex Salara”, gratis,
all’Arcigay di Bologna. Ma chi lo annota?
Tuttavia, se GayLib è
pronta a collaborare con il gay comunista, con quello leghista, con quello
radicale o con quello cattolico o ancora, se ci fosse, anche con quello
musulmano, perché c’è chi si ostina a emettere verdetti di
condanna verso chi non condivide la sua scelta partitica? Occorre quindi
trarre la conclusione che ad essere intolleranti siano proprio coloro che
predicano la tolleranza.
Fa riflettere che
la fase di “stallo” del movimento gay si sia avuta quando la Sinistra,
inefficiente ed immobile verso la comunità gay, era la governo.
E se Pim fosse stato italiano?
Figura enigmatica, contraddittoria,
eccentrica…sono molti i modi in cui viene oggi descritta la personalità
di Pim Fortuyn, illustre semi-sconosciuto a capo di una destra semi-sconosciuta
di un’Olanda distante ed irraggiungibile.
In questi giorni Fortuyn
è di tutto e di più: un neonazista haideriano con qualche
distinguo, un liberale ma non troppo, un conservatore un po’ progressista,
un razzista ma non con tutti, un illuminato con qualche ombra.
Nessun
intellettuale italiano, neanche quei pochi che possono permettersi di lanciarsi
fra piroette e azzardi, è riuscito a collocare quell’individuo scomodo
sotto ogni profilo, anche quello giornalistico. D’altro canto è
diventata un’impresa capire quale sia l’esatta pronuncia del suo cognome,
dal momento che ognuno sposta accenti e vocali, a seconda di come gli riesca
meglio.
Quello che più spaventa
noi italiani è che possa esistere una realtà fatta di pensieri
che escono dai nostri schemi, a dire il vero non troppo tradizionali, dove
da una parte c’è la destra, dall’altra la sinistra, poi il sindacato
di Cofferati, la Chiesa e da lì lo spazio assoluto.
Un gay dichiarato razzista
con gli islamici?. Un olandese che propone l’overdose per i tossici? “Anatema!”,
si sarebbe gridato in Italia, davanti a tali affermazioni. Eppure sono
piaciute (e piacciono tutt’ora) ad un numero crescente di olandesi, cittadini
della nostra stessa Europa e con in tasca la nostra stessa moneta, abitanti
di un Eden non troppo lontano che, a conoscerlo meglio, dopotutto non è
esente da problemi e malumori.
Pim Fortuyn non era né
padre né figlio dell’estrema destra xenofoba, omofoba e perbenista
che siamo abituati a vedere, realtà in crescita costellata di personaggi
sempre più visibili grazie ad una destra bigotta ed imborghesita
ed a una sinistra in crisi su scala internazionale.
Era un leader politico con
idee e ragioni latrici di pensieri scomodi, condivisibili o meno. In Italia,
ad esempio, è inconcepibile che un gay dichiarato, impegnato nella
politica, possa essere anche anti-islamico. La cultura del movimento gay
italiano infatti prevede da una parte gli omosessuali, i palestinesi, la
classe operaia (e un pelino anche quella imprenditoriale), gli spinelli
liberi, gli islamici, i no global e quant’altro, e, dall’altra parte, gli
americani e i fascisti che vorrebbero tutti nei forni. Poco tempo fa aveva
suscitato sgomento e scalpore l’assassinio, in quanto omosessuale, di un
ragazzo ventenne negli Stati Uniti, mentre non era stato riservato neppure
un sussurro ai due diciottenni sepolti vivi in Arabia Saudita, scoperti
mentre facevano l’amore.
Fortuyn vedeva uno scontro
di culture con differenze dogmatiche nel modo di volere la società,
in crescente radicalizzazione e dai segnali inconfutabili, fortunatamente
lontano mille miglia dalle nostre case e dalle nostre coscienze.
Cosa potrebbe tuttavia succedere
se anche in Italia, Paese abituato a tutto ed a tutti, nascessero nella
popolazione idee marcatamente contrapposte, ad esempio, sul modo di vedere
il ruolo della donna? Impensabile e pericoloso, in Italia, essere tolleranti
con i tolleranti ed intolleranti con gli intolleranti?
Da Pim Fortuijn a Bertrand Delanoe: gli omosessuali fanno Paura o hanno paura?
Gay dichiarato, Delanoë
è il sindaco di Parigi. Qualche giorno fa è stato accoltellato
da uno squilibrato, è vivo, e tanto basta per archiviare il caso
nella coscienza politica del movimento gay italiano. Il giorno dopo l’aggressione,
ho scritto un comunicato stampa in cui esprimevo solidarietà a Bertrand
Delanoë e mi dimostravo allarmato per il fatto che l’attentatore era
un fondamentalista islamico. Ho esagerato, in quanto la stampa aveva parlato
di un algerino, non proprio di un estremista religioso. Naturalmente c’è
stato chi ha contestato questa mia battuta, imputandomi falsi allarmismi
e intolleranza religiosa. L’algerino aveva dichiarato che aveva agito
contro il sindaco Delanoë in quanto fortemente avverso ai politici
ed ai gay, e la persona di Delanoë incarnava entrambe le caratteristiche.
Non
sono un intollerante religioso. Io ho una cultura di tolleranza verso
le culture tolleranti, e di intolleranza verso le culture intolleranti.
Non pongo la tradizione europea e quella dei Paesi arabi su due piatti
della bilancia: penso semplicemente che è assurdo continuare a far
finta di niente ed ignorare che esistono comunque delle differenze insormontabili,
specie in tema di libertà sessuale e più specificatamente
di omosessualità.
E l’algerino arrestato viene
appunto da uno di quei Paesi dove l’omosessuale viene imprigionato, se
non sgozzato. Trovo quindi più facile credere all’episodio omofobico
legato alla cultura islamica, che all’odio per i politici in generale.
Riflettendo (a me piacciono
i paragoni), mi sono ricordato della figura di Pim Fortuijn, ucciso non
da un islamico, ma da un estremista ecologista. Fortuijn, dell’estrema
Destra olandese e gay dichiaratissimo, abitava in un Paese tradizionalmente
aperto a tutte le libertà, dove i gay si possono sposare. Eppure
una delle sue battaglie politiche, non secondaria alle altre, consisteva
proprio nel denunciare le crescenti aggressioni agli omosessuali
olandesi ad opera di islamici, fondamentalisti o meno non ha importanza.
Pim Fortuijn non era razzista e sarebbe un errore accomunare la Destra
italiana, a quella olandese. Non aveva difficoltà a proporre per
il suo Paese flussi migratori provenienti dall’America latina o da altre
parti del pianeta. Solo sosteneva l’inconciliabilità fra la cultura
europea e quella islamica, quando l’immigrato non si integra nella cultura
ospitante.
Personalmente penso che
il movimento gay italiano non abbia digerito completamente la figura di
Pim Fortuijn, abituati come da costume tradizionale italiano a dividere
tutto in due parti: scrivevo in un editoriale di Guide Magazine che la
cultura del movimento gay italiano mette da una parte gli omosessuali,
i palestinesi, la classe, gli spinelli liberi, gli islamici, i no global
e quant’altro, e, dall’altra parte, gli americani e i fascisti che vorrebbero
tutti nei forni. Al gay pride è normale incontrare gay e simpatizzanti
che portano la Kefija, simbolo dell’ Intifada (in Palestina i gay se la
vedono davvero male!), ma chi porta la bandiera israeliana, come Reibman,
viene aggredito dagli stessi manifestanti (e in Isralele i gay hanno diritti
e possono unirsi civilmente). Nessuna associazione gay italiana (e lo dico
rivolgendomi anche alla mia, GayLib) non ha ancora organizzato conferenze
o incontri sul rapporto fra immigrati islamici e gay italiani in cerca
di diritti civili, tematica attuale. Forse perché proprio non si
vuole credere che le diverse aggressioni accadute a Milano, a Roma ed in
altre città possono essere dovute anche a motivi legati al fondamentalismo
islamico. Bisogna tuttavia considerare che il fenomeno migratorio nel nostro
Paese è di dimensioni ridotte rispetto agli stati del nord e della
mittel Europa, ma non ho dubbi sul fatto che, crescendo il numero delle
comunità islamiche in Italia e quindi della loro rappresentatività
partitica, i gay italiani possano avere nuovi nemici, sia in termine politico,
che di mera violenza.
E’ naturale, quindi, vedere
nell’aggressione al socialista Bertrand Delanoë una chiara e nitida
ostilità all’omosessuale, uno di quei segni, cioè, che Pim
Fortuijn invitava a non sottovalutare.