La notte fra il 10 e l’11
agosto è, per Bolzano, una notte estiva come tante: case vuote,
strade deserte, pochi i locali aperti.
Qualche topo d’appartamento
è probabilmente all’opera, gli spacciatori fanno il loro giretto
segreto, un paio di sfruttatori di prostitute accompagnano le loro “dipendenti”
sul posto di lavoro e magari qualche ladruncolo di biciclette o di autoradio
non si lascia sfuggire l’occasione di guadagnarsi la giornata. Soliti reati,
quasi neanche ci si fa più caso in una città dove le forze
dell’ordine fanno un ottimo lavoro e dove tutti stanno bene.
Eppure in quella stessa
notte ben sette auto dei Carabinieri si appostano nei pressi del parco
Petrarca e 16 militari della Benemerita si apprestano a fare una retata
in piena regola: si incamminano negli oscuri viottoli, fermano otto persone
che tranquillamente passeggiano, li radunano in piazza IV Novembre, si
fanno consegnare i documenti e trascrivono i nomi dei fermati, quasi a
voler compilare una lista di persone indiziate nientemeno che di omosessualità.
Già, perché,
in quel parco ed a quell’ora, ci vanno solo loro, gli omosessuali. Nessuno
è fermato per atti osceni in luogo pubblico, mentre al pubblico
passante per quella piazza vengono esposti i volti degli otto malfattori,
quasi una gogna per farli desistere dal tornare.
Cosa ci facevano a quell’ora
tarda ben otto persone nel parco Petrarca? Sesso? Droga? Rock and Roll?
Rovinavano la città come accade dopo le feste del centro? Neanche
per scherzo. Passeggiavano, socializzavano, cercavano amici, magari per
invitarli in qualche discreta stanza a passare qualche ora di affettuosità,
o forse qualche momento di sesso. E che c’è di male? Comunque al
parco al parco niente, nessuno di loro stava facendo nulla di sbagliato.
La domanda sorge spontanea:
perché ci sono omosessuali che per cercare altri amici si addentrano
nel parco di notte? Logicamente per non essere visti, necessità
di primaria importanza per chi sceglie, per motivi legati alla famiglia,
alla professione o al proprio ambiente sociale, di sostenere una “doppel
Leben”.
Il parco è il frutto
di duemila anni di discriminazioni e di violenza fisica e psicologica verso
le persone omosessuali. In una società bigotta e perbenista il parco
ha da sempre rappresentato quel punto di congiunzione fra la propria vita
ufficiale e la propria omosessualità nascosta.
Migliaia e migliaia di gay
hanno trovato nel parco quegli amici segreti ai quali aprire l’autenticità
della propria persona, mentre attorno la società condannava gli
omosessuali non solo con sanzioni penali, ma anche li derideva col semplice
pettegolezzo, sufficiente comunque a distruggere la serenità di
un individuo e, in molti casi, la pace delle famiglie.
E’ inutile recintare i parchi,
riempirli di lampioni o inviarci eserciti di carabinieri: essi sono sempre
esistiti e sempre esisteranno, almeno fino a quando si saranno create nella
società quelle condizioni di piena accettazione dell’individuo omosessuale,
dove essere gay non significa essere diversi, ma uguali, anzi, identici
agli altri.
Neppure Francesco Rutelli,
che a Roma aveva fatto chiudere il plurimillenario Monte Caprino, è
riuscito a cancellare il bisogno per molti omosessuali non emancipati di
incontrarsi la notte, lontano dagli sguardi del mondo ufficiale. Quel parco
era rimasto aperto, per non dire spalancato, sotto la Roma dei Papi, sotto
la Roma fascista e persino nell’era democristiana e quindi veniva visto
come una realtà ormai istituzionalizzata, basata sulla logica
del “si fa ma non si dice”, dove panettieri e cardinali, fabbri e deputati
potevano vivere nella tranquillità dell’anonimato la propria omoaffettività.
Il massiccio intervento
al parco Petrarca delle Forze dell’ordine nella notte fra il 10 e l’11
agosto lascia, al contrario, pensare ad un clima persecutorio dell’omosessuale,
quasi che non potendo colpire il gay emancipato, si arriva a intimidire
quello non emancipato, puntando sulla sua paura di essere scoperti.
Chissà che momenti
difficili devono aver passato quegli otto, piccoli gay che, fermati al
parco dove cercavano la sicurezza dell’anonimato, si sono trovati circondati
da sedici carabinieri e sono stati obbligati ad andare in piazza IV novembre,
sotto gli occhi dei passanti. Ironia della sorte (chiamiamola così,
perché si sa, i carabinieri sono al servizio del cittadino), alla
consegna dei documenti, i loro nomi sono pure stati pronunciati ad alta
voce.
La brillante azione di polizia
è indubbiamente stata pensata e voluta per spaventare i gay, per
non farli tornare a passeggiare al parco e per questo motivo si è
voluto incutere paura a chi non stava facendo nulla di male, aggredendo
la parte più intima dell’ego.
Sedici militari forti, energumeni
in confronto a quegli otto sciagurati dai segreti ormai svelati, colpiti
nella propria fragilità.
Eppure non bisogna andare
fino a Roma per trovare una città con diversi esempi di disagio
sociale: ragazze violentate, matrimoni dove si arriva alle mani, prostituzione
sulle strade che dilaga, alcolismo e droga fra i giovani e persino un numero
alto di divorzi sono una realtà consolidata anche nella “Bolzano
felix” del 2001, dove, a quanto sembra, quegli otto omosessuali del parco
sono visti da qualcuno come il marciume della società e quindi come
gli attentatori alla pubblica morale.
E’ la tattica del colpire
formica, quando il danno è la montagna, di togliere la pagliuzza,
mentre si è accecati dalla trave. I gay al parco sono una realtà
di sempre, proprio perché non tutti i gay sono emancipati allo stesso
modo. C’è chi vive con il proprio compagno, ma c’è chi è
sposato ed ha famiglia; c’è chi partecipa ai gay pride, ma c’è
anche chi ha paura di subire discriminazioni sul posto di lavoro.
Il “coming out”, cioè
il “venir fuori”, non è una grazia che si riceve dal cielo e che
investe all’improvviso tutti i tre milioni di omosessuali italiani, ma
un lento cammino fatto di battaglie sociali ed azzardi interiori, dove
il proprio equilibrio viene sottoposto a duri scossoni in ogni momento
della giornata.
Omosessuali si nasce, non
si diventa. E non basta certo una Bolzano fatta di talebani cattolici per
cancellare il desiderio di amore e di amicizia dei gay che scelgono di
incontrare altri gay al parco di notte.
Semmai bisogna creare le
condizioni perché la minoranza gay e lesbica non si senta discriminata,
magari dando la possibilità anche agli omosessuali di accedere a
determinati istituti giuridici come il matrimonio civile.
Essi devono poter trovare
lo stesso trattamento riservato agli eterosessuali, come d’altronde raccomanda
l’Unione Europea.
Fino a qualche tempo fa,
una manifestazione come il gay pride doveva per forza avere un colore politico.
La lotta di liberazione delle persone omosessuali veniva sì da un’area
radicale, quella del mitico F.U.O.R.I., ma in realtà già
dalla sua nascita era destinata a crescere in un humus di chiara matrice
di sinistra. Non che ci sia qualcosa di sbagliato, si intende: la destra
italiana ha indubbiamente osteggiato le aspettative dei gay e delle lesbiche
fino, in certi casi, a farne un cavallo di battaglia.
Ora però le cose
sono cambiate. La componente del movimento omosessuale, sempre più
numeroso e deciso a farsi tenere in considerazione dalla classe politica,
è ormai variegata, tanto che si è di gran lunga indebolito
il monopolio della sinistra, anche di quella più moderata, sul campo
di lotta per i diritti delle persone omosessuali.
Alle ultime votazioni molti
omosessuali non si sono sentiti di sacrificare il proprio pensiero
filosofico e politico solo per il fatto di essere gay ed hanno sostenuto
la coalizione di centro-destra. Così leghisti autentici della prima
ora, monarchici devoti e speranzosi, liberali delle correnti più
svariate, nazionalisti arditi sempre pronti e berlusconiani nell’intimo
più segreto, sono comparsi come una maggioranza silenziosa in una
minoranza rumorosa ed hanno fatto dormire notti insonni a non pochi dirigenti
del movimento gay.
Eppure c’è chi, da
obsoleto uomo della nomenklatura, ancora cerca di propinare il militantismo
alla “vecchia maniera” e sostiene con viva forza che la prima richiesta,
la cosa più necessaria che i gay e le lesbiche italiane vogliono,
è “l’antifascismo”. Io stesso, che sono di destra, mi ritengo antifascista
e quindi mi schiero contro ogni tipo di discriminazione, sia essa dovuta
a motivi ideologici, di religione o politici. Quella dell’antifascismo,
tuttavia, sembra essere di un brodo bollito e ribollito che in molti ritenevano
ormai da buttare, anche nella stessa sinistra.
Alessandro Zan di Padova,
presidente di Arcigay Tralantro, ci informa che il coordinamento del Gay
Pride del Triveneto 2002, sarà impostato tutto sull’antifascismo,
dove i nemici giurati sono quei quattro gatti di Forza Nuova, grazie ai
quali, a suo dire, la coalizione di centro-destra ha vinto alle elezioni
comunali di Padova.
Sempre lo stesso rappresentante
di Arcigay ci informa che il manifesto politico del coordinamento mette,
subito dopo l’antifascismo, l’antitotalitarismo “come valore importante
per ribadire che tutto il movimento omosessuale deve essere compatto contro
ogni forma di violazione dei diritti umani e contro ogni discriminazione
verso chiunque”. In pratica, come sempre, si è detto tutto e non
si è detto nulla. Ad esempio, ci si e dimenticati di affermare che
il gay pride è una manifestazione per i diritti dei gay. E scusate
se è poco.
Antifascismo ed antitotalitarismo
sono indubbiamente due valori sacri, ma spesso celano l’inesperienza politica
o la non volontà di riconoscere verità inconfutabili.
Anche i meno accorti sul
piano politico hanno capito che il problema dei gay italiani non sono i
pochi ed insignificanti militanti di Forza Nuova (che poi sono neofascisti
e non fascisti), bensì la Chiesa cattolica, infiltrata in ogni strato
della società politica, in ogni partito ed in ogni schieramento.
Le leggi che riconoscono
i diritti delle persone omosessuali possono venire solo dal Parlamento,
dove la Chiesa cattolica è ben radicata e dove, guarda caso, proprio
la sinistra italiana ha tradito le promesse e le aspettative della comunità
gay e lesbica italiana.
Forza Nuova non ha nessun
valore nei palazzi del potere, dove, al contrario, nefasti accordi fra
i cattolici ed i bigotti di destra e di sinistra si sono tradotti in decisi
“niek” alle richieste del movimento omosessuale italiano ed alle
sollecitazioni dell’Unione europea.
Anche la seconda impostazione
che si vuole dare al gay pride di Padova, cioè quella dell’antitotalitarismo,
resta una teoria sbiancata che, al massimo, fa trasparire non poche contraddizioni.
Lo ripeterò fino
all’esaurimento nervoso, io stesso sono un antifascista ed un antitotalitarisa
da sempre, in quanto, da buon liberale, non posso accettare ne’ l’una ne’
l’altra imposizione.
Tuttavia è incontestabile
il fatto che oggi non esistano stati fascisti che condannino i gay, proprio
perché non esistono stati fascisti. Esistono però paesi comunisti,
come la Cina e Cuba, che sono totalitaristi ed adottano condanne penali
verso le persone omosessuali, ma che il coordinamento padovano finge di
ignorare.
Gli attacchi alla giunta
comunale di Padova, che, ci riferisce Zan, “ha già detto NO
alla manifestazione”, omettono motivazioni e verità della setssa
coalizione di mazzioranze e che sono di non secondaria importanza.
Tanto per cominciare si
pensi al fatto che la manifestazione del gay pride coincide (strano vero?)
con le festività antoniane. La festa del “Santo” è un istituzione
plurisecolare radicata in modo deciso anche nella società laica
e persino anticlericale patavina e non si deve fare l’errore di trovare
un parallelismo forzato con la questione del World Gay Pride di Roma 2000
svolto in pieno Giubileo. Non si tratta infatti di reclamare il diritto
di manifestare per i diritti dei gay in una città laica e che quindi
non è la capitale del Vaticano, ma può risultare discutibile
la scelta di far coincidere le due cose con il rischio reale di dar luogo
a problemi di ordine pubblico.
Le eventuali (ma non troppo!)
accuse di omofobia rivolte alla destra che è al governo cittadino
decadono davanti alla mozione presentata nel 1998 dal consigliere di Alleanza
Nazionale Alvaro Gratella, oggi assessore, con la quale invitava la giunta
a tutelare giuridicamente le coppie “omoaffettive”, con tanto di auspicio
a rispettare il diritto alle "diversità" ed alle libere scelte affettive.
Naturalmente in quell’occasione la sinistra aveva fatto orecchie da mercante.
Il castello di parole sterili
e di concetti fuori dal tempo si sgretola davanti all’assenza di coerenza
che traspare da un’organizzazione della manifestazione con al centro non
le associazioni gay, ma i centri sociali padovani, pronti a tingere di
un unico colore la variopinta bandiera Rainbow.