Il Mattino BZ
Il dubbio del cittadino: squatters o gay pride?
Temute,
più della peste bubbonica, ritornano due importanti manifestazioni:
il gay pride e la protesta anti-globalizzazione.
Naturalmente
non è possibile tracciare nessun parallelo fra la “marcia dell’orgoglio
gay” e il grido del popolo di Seattle, ma entrambi i cortei scuotono,
e non poco, l’opinione pubblica, anche quella della pacifica e perbene
Bolzano.
Con
indubbio sollievo per gli amministratori locali, la nostra provincia è,
fin ora, rimasta al riparo da simili catastrofi, ma al cittadino medio
basta accendere la TV o sfogliare i giornali per essere tempestivamente
trascinato nei vortici di Milano o di Genova.
Nel
capoluogo lombardo si sono dati appuntamento gruppi omosessuali di ogni
genere, da quelli “politici”, in lotta per il riconoscimento dei
diritti civili, a quelli che si incontrano per discutere di esperienze
diverse, dalle associazioni dei gay credenti, al Movimento italiano Transessuali.
Si
tratta di un pacifico ed allegro corteo colorato, piano di festoni, palloncini
e natiche al vento, ben lontano dai rissosi e bardati guerriglieri urbani
di Genova desiderosi di scontrarsi con la polizia.
Tute
colorate da una parte, magliette e bikini dall’altra.
Eppure
il cittadino medio, che ama prendere sempre posizione davanti a una scelta,
questa volta è disperato: meglio quelli che sfasciano l’ordine delle
cose materiali o quelli che, chiedendo unioni civili per coppie dello stesso
sesso, mettono in discussione l’ordine delle cose morali sancito dalla
millenaria tradizione cattolica? Difficile trovare una risposta, ma, facendo
quattro conti, il nostro cittadino rammenta che, dopotutto, le pietre e
i manganelli sono ben lontani, mentre a Milano si terrà una manifestazione
come quella dell’anno scorso a Roma, e la “cosa” al Santo Padre proprio
non era piaciuta.
Convinto
delle sue opinioni, il cittadino medio, per non dire mediocre, si rassicura
del suo ragionamento, pensando che le tute blu, nere o bianche, anche se
violente danno comunque meno scandalo e quindi in TV sono accessibili anche
ai bambini, piuttosto che i quattro matti del gay pride, uomini vestiti
da donna, maschi mezzi nudi che si baciano con maschi, travestiti
brasiliani con seno (sintetico) scoperto. E tanto basta per chiudere la
faccenda e condannarli tutti.
Il
gay pride, tuttavia, ha una sua storia e una sua filosofia.
E’
nato nel 1969 a New York, quando i gay di un pub di nome Stonewall si ribellarono
alla polizia che intendeva schedarli ed arrestarli ingiustamente e, opponendosi
anche con veemenza, uscirono gridando il loro orgoglio (pride) di essere
gay.
Fino
a qualche anno fa lo scopo di un gay pride era quello di porre all’attenzione
dell’opinione pubblica l’esistenza nel sottobosco sociale di una popolazione
gay e lesbica, discriminata dalle vigenti norme e sempre più desiderosa
di sollevarsi da duemila anni di umiliazioni da parte dell’immaginario
collettivo, di persecuzione violenta da parte del nazismo e dello stalinismo
e di derisione che ancora accompagna gli omosessuali ai nostri giorni.
Per
aver un maggior impatto sulla popolazione, ma soprattutto per dimostrare
che è possibile essere diversi ed essere accettati come uguali,
si era scelto di manifestare in modo pittoresco, travestendosi e sfidando
il perbenismo con gesti e gestacci. Erano gli anni in cui l’omosessualità
era condannata in buona parte d’Europa con reclusioni e licenziamenti ed
i padri italiani erano dell’idea che fosse meglio un figlio morto che frocio.
Oggi
la manifestazione dell’orgoglio gay ha assunto un significato decisamente
più politico. Con assoluta non belligeranza, tanto da poter insegnare
le buone maniere a qualsiasi manifestante anti-globalizzazione, i gay si
incontrano una volta all’anno per rivendicare i propri diritti e per essere
trattati dallo Stato laico nello stesso modo di tutti i cittadini, dal
momento che, dopotutto, pagano le stesse tasse.
L’accanimento
contro il World Gay Pride di Roma dell’anno scorso, aveva unito in un sol
colpo le forze di destra ed il governo di sinistra, il centro cattolico
ed i gruppi islamici, tanto che i gay erano rimasti soli, a lottare contro
il finto problema del trovarsi, peccato mortale agli occhi della curia,
a rivendicare diritti civili nella Roma dei papi e della Chiesa in una
occasione giubilare. Soli? Mezzo milione di persone aveva manifestato in
quell’occasione, gay e non gay, convinti sostenitori della pari dignità
dei
cittadini e della laicità dello Stato italiano, valori base della
nostra Costituzione, facili a disperdersi nell’etere delle troppo potenti
onde di Radio Vaticana.
Non
deve temere il cittadino medio: i gay sono persone normalissime e il suo
collega omosessuale non si presenterà domattina con i tacchi a spillo
ed il boa di struzzo, solo per il fatto che le telecamere erano tutte sulla
signorina del gay pride col rossetto troppo forte, il quarantacinque di
scarpe e qualche pelo di troppo.
Per
i pochi che alla manifestazione dell’orgoglio gay scelgono un modo “colorato”
di manifestare e si mettono “l’abito per l’occasione”, il cittadino medio
condanna tutti gli omosessuali italiani, ma la cosa sembra essere una troppo
comoda conclusione per ignorare la ben più seria lotta per
i diritti civili di tre milioni di gay e di lesbiche.
Certamente
il patrocinio al gay pride della Provincia di Milano, offerto da Ombretta
Colli di Forza Italia, ha messo in subbuglio i pensieri del piccolo cittadino
medio, convinto del fatto che, ormai, non c’è più religione.
Con un gesto davvero onorevole la presidente della provincia di Milano
ha dimostrato grande attenzione alla problematica dei diritti civili dei
gay e delle lesbiche e, fregandosene dei tanti cittadini medi che preferiscono
la violenza dell’antiG8 alla leggerezza del gay pride, ha voluto lanciare
un chiaro segnale di apertura da parte del centrodestra laico e liberale.
Sta
ora, però, in questo momento di particolare importanza e di una
delicatezza che non sempre si riesce a percepire, ad ogni cittadino di
buon senso, che non è disposto a farsi strumentalizzare ne’ dalla
politica ne’ dalla religione, decidere che cosa sia meno disdicevole, e
cosa sia davvero da condannare e da perseguire, se il gay pride di Milano
o la protesta anti-globalizzazione per il summit dei G8 a Genova.
Un po' di radicalismo non basterebbe...
Un po’ di radicalismo non guasterebbe al movimento gay italiano, la cui ansia di “normalizzazione” è uno dei motivi del suo immobilismo”. E’ questa la tesi di Enrico Oliari, che ci avverte: “i bigotti perbenisti? Gli omosessuali”.
Su una cosa siamo tutti d’accordo:
il movimento gay è in crisi profonda. Non solo per la mancanza di
iniziative concordate fra i vari gruppi e per quello che io definisco un
“tradimento” da parte dei partiti di Sinistra ora al governo, ma anche
perché gli organi di stampa e di riflesso l’opinione pubblica, hanno
diminuito l’interesse nei confronti della lotta di liberazione gay
e lesbica.
Il punto è che, a
mio giudizio, il movimento gay dagli anni Settanta ad oggi, è andato
perdendo radicalismo politico. E’ logico: sono cambiati molti fattori ambientali
e sociali: come scrive Felice Mill Colorni, è venuta meno la necessità
di entrare nella politica in modo pittoresco e di partecipare ai gay pride
con le piume di struzzo (vedi anche Aldo Busi su Babilonia del marzo 1997),
in quanto i cambiamenti culturali e sociali hanno favorito la “normalizzazione”
della personalità omosessuale. Naturalmente mi sto riferendo all’omosessuale
militante.
Tuttavia con questi cambiamenti
è mutata anche la stessa politica dei movimenti omosessuali, volta
sempre più a predicare che il gay e la lesbica sono persone normali
(e sono d’accordo) e che non dobbiamo ghettizzarci (anche se poi promuovono
saune e discoteche , che sono comunque forme di ghetto); il giovane gay
quindi viene a sopravvalutare il suo “essere normale”(troppo normale) e,
non trovando una società particolarmente omofobica e dovendo solo
preoccuparsi di scendere a qualche compromesso per non far scoprire a colleghi
e famigliari che è omosessuale, che fa? Fa la tessera di un’associazione
gay solo per entrare in un locale.
Questa (apparente) normalizzazione
dell’omosessualità ha pertanto allontanato la necessità dell’impegno
politico finalizzato all’ottenimento dei nostri diritti violati, ingenerando
l’errata convinzione, in molti, che l’attivismo sia ormai inutile, cosicché
la partecipazione ai gay pride cala di numero, le raccolte di firme per
una petizione vengono sommerse da quelle contrarie dei cattolici e la stampa
si degna di parlare dell’omosessualità solo quando a Cerignola un
padre ammazza il figlio perché gay.
Questo il panorama politico
del movimento gay italiano: associazione gonfie di tessere da sauna, con
pochissimi militanti autentici che tirano avanti la carretta. E sì
che ce ne sono di cose da fare: ancora è in vigore il decreto del
ministro De Lorenzo (sic!) che vieta alle persone omosessuali di donare
sangue; la coppia gay continua ad essere discriminata nella tutela giuridica
rispetto a quella eterosessuale; i preservativi hanno un costo esagerato
che ne frena l’uso abbassando quindi anche la prevenzione di malattie a
trasmissione sessuale…
Come reagire? La ricetta
sta, a mio parere, nella riattivazione di un certo radicalismo politic.
La lezione l’ho appresa in occasione della visita del papa a Trento,
dove, mentre l’Arcigay che presiedevo si chiedeva se e cosa fare,
intimorito dalla paura di ritorsioni da parte della polizia, gli anarchici
trentini agivano stendendo uno striscione enorme con la scritta “Dio è
gay”!. E’ questo che manca alle associazioni gay italiane, sempre troppo
moderate per essere prese in considerazione dai partiti di governo.
C’è la sostanza,
ci sono le “piattaforme culturali”, i “progetti per aprire un dialogo”,
la “necessità di intercomunicare”, ma a mancare è il radicalismo
nella forma, nell’immagine e quindi nel modo di proporre le proprie idee
e di incidere sull’opinione pubblica.
Ha più successo il
rosario anti-moschea dell’illuminata-dalla-grazia-di-Dio- Irene Pivetti
di un discorsi di Franco Grillino sui diritti civili di gay e lesbiche
da un palco in occasione del gay pride.
Quindi io torno a sostenere
la necessità che le associazioni gay si propongano ai partiti
come interlocutori esigenti, facendo sostanzialmente un efficace lavoro
di corrosione dall’interno, cioè un’opera magari lenta, ma efficace,
di sensibilizzazione.
E si badi che non è
un impegno da prendersi solo con le formazioni di Centro-Destra, ma soprattutto
per i partiti di Centro-Sinistra, da parte dei quali – escluse chiacchiere
e promesse – per i gay non è stato fatto fin ora nulla. E sfido
chiunque a dimostrarmi il contrario.
I bigotti perbenisti? Gli
omosessuali.