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EDITORIALI (continua)
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- Il Mattino BZ, 24 giu 01 - Il dubbio del cittadino: squatters o gay pride?
- Babilonia, marzo 1998 - Un po' di radicalismo non guasterbbe...

Il Mattino BZ

Il dubbio del cittadino: squatters o gay pride? 

Temute, più della peste bubbonica, ritornano due importanti manifestazioni: il gay pride e la protesta anti-globalizzazione.
Naturalmente non è possibile tracciare nessun parallelo fra la “marcia dell’orgoglio gay”  e il grido del popolo di Seattle, ma entrambi i cortei scuotono, e non poco, l’opinione pubblica, anche quella della pacifica e perbene Bolzano.
Con indubbio sollievo per gli amministratori locali, la nostra provincia è, fin ora, rimasta al riparo da simili catastrofi, ma al cittadino medio basta accendere la TV o sfogliare i giornali per essere tempestivamente trascinato nei vortici di Milano o di Genova.
Nel capoluogo lombardo si sono dati appuntamento gruppi omosessuali di ogni genere, da quelli “politici”, in lotta per  il riconoscimento dei diritti civili, a quelli che si incontrano per discutere di esperienze diverse, dalle associazioni dei gay credenti, al Movimento italiano Transessuali. 
Si tratta di un pacifico ed allegro corteo colorato, piano di festoni, palloncini e natiche al vento, ben lontano dai rissosi e bardati guerriglieri urbani di Genova desiderosi di scontrarsi con la polizia.
Tute colorate da una  parte, magliette e bikini dall’altra.
Eppure il cittadino medio, che ama prendere sempre posizione davanti a una scelta, questa volta è disperato: meglio quelli che sfasciano l’ordine delle cose materiali o quelli che, chiedendo unioni civili per coppie dello stesso sesso, mettono in discussione l’ordine delle cose morali sancito dalla millenaria tradizione cattolica? Difficile trovare una risposta, ma, facendo quattro conti, il nostro cittadino rammenta che, dopotutto, le pietre e i manganelli sono ben lontani, mentre a Milano si terrà una manifestazione come quella dell’anno scorso a Roma, e la “cosa” al Santo Padre proprio non era piaciuta. 
Convinto delle sue opinioni, il cittadino medio, per non dire mediocre, si rassicura del suo ragionamento, pensando che le tute blu, nere o bianche, anche se violente danno comunque meno scandalo e quindi in TV sono accessibili anche ai bambini, piuttosto che i quattro matti del gay pride, uomini vestiti da donna,  maschi mezzi nudi che si baciano con maschi, travestiti brasiliani con seno (sintetico) scoperto. E tanto basta per chiudere la faccenda e condannarli tutti.
Il gay pride, tuttavia, ha una sua storia e una sua filosofia. 
E’ nato nel 1969 a New York, quando i gay di un pub di nome Stonewall si ribellarono alla polizia che intendeva schedarli ed arrestarli ingiustamente e, opponendosi anche con veemenza, uscirono gridando il loro orgoglio (pride) di essere gay.
Fino a qualche anno fa lo scopo di un gay pride era quello di porre all’attenzione dell’opinione pubblica l’esistenza nel sottobosco sociale di una popolazione gay e lesbica, discriminata dalle vigenti norme e sempre più desiderosa di sollevarsi da duemila anni di umiliazioni da parte dell’immaginario collettivo, di persecuzione violenta da parte del nazismo e dello stalinismo e di derisione che ancora accompagna gli omosessuali ai nostri giorni. 
Per aver un maggior impatto sulla popolazione, ma soprattutto per dimostrare che è possibile essere diversi ed essere accettati come uguali, si era scelto di manifestare in modo pittoresco, travestendosi e sfidando il perbenismo con gesti e gestacci. Erano gli anni in cui l’omosessualità era condannata in buona parte d’Europa con reclusioni e licenziamenti ed i padri italiani erano dell’idea che fosse meglio un figlio morto che frocio.
Oggi la manifestazione dell’orgoglio gay ha assunto un significato decisamente più politico. Con assoluta non belligeranza, tanto da poter insegnare le buone maniere a qualsiasi manifestante anti-globalizzazione, i gay si incontrano una volta all’anno per rivendicare i propri diritti e per essere trattati dallo Stato laico nello stesso modo di tutti i cittadini, dal momento che, dopotutto, pagano le stesse tasse.
L’accanimento contro il World Gay Pride di Roma dell’anno scorso, aveva unito in un sol colpo le forze di destra ed il governo di sinistra, il centro cattolico ed i gruppi islamici, tanto che i gay erano rimasti soli, a lottare contro il finto problema del trovarsi, peccato mortale agli occhi della curia, a rivendicare diritti civili nella Roma dei papi e della Chiesa in una occasione giubilare. Soli? Mezzo milione di persone aveva manifestato in quell’occasione, gay e non gay, convinti sostenitori della pari dignità dei cittadini e della laicità dello Stato italiano, valori base della nostra Costituzione, facili a disperdersi nell’etere delle troppo potenti onde di Radio Vaticana.
Non deve temere il cittadino medio: i gay sono persone normalissime e il suo collega omosessuale non si presenterà domattina con i tacchi a spillo ed il boa di struzzo, solo per il fatto che le telecamere erano tutte sulla signorina del gay pride col rossetto troppo forte, il quarantacinque di scarpe e qualche pelo di troppo. 
Per i pochi che alla manifestazione dell’orgoglio gay scelgono un modo “colorato” di manifestare e si mettono “l’abito per l’occasione”, il cittadino medio condanna tutti gli omosessuali italiani, ma la cosa sembra essere una troppo comoda conclusione  per ignorare la ben più seria lotta per i diritti civili di tre milioni di gay e di lesbiche.
Certamente il patrocinio al gay pride della Provincia di Milano, offerto da Ombretta Colli di Forza Italia, ha messo in subbuglio i pensieri del piccolo cittadino medio, convinto del fatto che, ormai, non c’è più religione. Con un gesto davvero onorevole la presidente della provincia di Milano ha dimostrato grande attenzione alla problematica dei diritti civili dei gay e delle lesbiche e, fregandosene dei tanti cittadini medi che preferiscono la violenza dell’antiG8 alla leggerezza del gay pride, ha voluto lanciare un chiaro segnale di apertura da parte del centrodestra laico e liberale.
Sta ora, però, in questo momento di particolare importanza e di una delicatezza che non sempre si riesce a percepire, ad ogni cittadino di buon senso, che non è disposto a farsi strumentalizzare ne’ dalla politica ne’ dalla religione, decidere che cosa sia meno disdicevole, e cosa sia davvero da condannare e da perseguire, se il gay pride di Milano o la protesta anti-globalizzazione per il summit dei G8 a Genova.



BABILONIA, marzo 1998 

Un po' di radicalismo non basterebbe...

Un po’ di radicalismo non guasterebbe al movimento gay italiano, la cui ansia di “normalizzazione” è uno dei motivi del suo immobilismo”. E’ questa la tesi di Enrico Oliari, che ci avverte: “i bigotti perbenisti? Gli omosessuali”. 

Su una cosa siamo tutti d’accordo: il movimento gay è in crisi profonda. Non solo per la mancanza di iniziative concordate fra i vari gruppi e per quello che io definisco un “tradimento” da parte dei partiti di Sinistra ora al governo, ma anche perché gli organi di stampa e di riflesso l’opinione pubblica, hanno diminuito l’interesse  nei confronti della lotta di liberazione gay e lesbica. 
Il punto è che, a mio giudizio, il movimento gay dagli anni Settanta ad oggi, è andato perdendo radicalismo politico. E’ logico: sono cambiati molti fattori ambientali e sociali: come scrive Felice Mill Colorni, è venuta meno la necessità di entrare nella politica in modo pittoresco e di partecipare ai gay pride con le piume di struzzo (vedi anche Aldo Busi su Babilonia del marzo 1997), in quanto i cambiamenti culturali e sociali hanno favorito la “normalizzazione” della personalità omosessuale. Naturalmente mi sto riferendo all’omosessuale militante. 
Tuttavia con questi cambiamenti è mutata anche la stessa politica dei movimenti omosessuali, volta sempre più a predicare che il gay e la lesbica sono persone normali (e sono d’accordo) e che non dobbiamo ghettizzarci (anche se poi promuovono saune e discoteche , che sono comunque forme di ghetto); il giovane gay quindi viene a sopravvalutare il suo “essere normale”(troppo normale) e, non trovando una società particolarmente omofobica e dovendo solo preoccuparsi di scendere a qualche compromesso per non far scoprire a colleghi e famigliari che è omosessuale,  che fa? Fa la tessera di un’associazione gay solo per entrare in un locale. 
Questa (apparente) normalizzazione dell’omosessualità ha pertanto allontanato la necessità dell’impegno politico finalizzato all’ottenimento dei nostri diritti violati, ingenerando l’errata convinzione, in molti, che l’attivismo sia ormai inutile, cosicché la partecipazione ai gay pride cala di numero, le raccolte di firme per una petizione vengono sommerse da quelle contrarie dei cattolici e la stampa si degna di parlare dell’omosessualità solo quando a Cerignola un padre ammazza il figlio perché gay. 
Questo il panorama politico del movimento gay italiano: associazione gonfie di tessere da sauna, con pochissimi militanti autentici che tirano avanti la carretta. E sì che ce ne sono di cose da fare: ancora è in vigore il decreto del ministro De Lorenzo (sic!) che vieta alle persone omosessuali di donare sangue; la coppia gay continua ad essere discriminata nella tutela giuridica rispetto a quella eterosessuale; i preservativi hanno un costo esagerato che ne frena l’uso abbassando quindi anche la prevenzione di malattie a trasmissione sessuale… 
Come reagire? La ricetta sta, a mio parere, nella riattivazione di un certo radicalismo politic. La lezione l’ho appresa  in occasione della visita del papa a Trento, dove, mentre l’Arcigay che presiedevo si chiedeva se e  cosa fare, intimorito dalla paura di ritorsioni da parte della polizia, gli anarchici trentini agivano stendendo uno striscione enorme con la scritta “Dio è gay”!. E’ questo che manca alle associazioni gay italiane, sempre troppo moderate per essere prese in considerazione  dai partiti di governo. 
C’è la sostanza, ci sono le “piattaforme culturali”, i “progetti per aprire un dialogo”, la “necessità di intercomunicare”, ma a mancare è il radicalismo nella forma, nell’immagine e quindi nel modo di proporre le proprie idee e di incidere sull’opinione pubblica. 
Ha più successo il rosario anti-moschea dell’illuminata-dalla-grazia-di-Dio- Irene Pivetti di un discorsi di Franco Grillino sui diritti civili di gay e lesbiche da un palco in occasione del gay pride. 
Quindi io torno a sostenere la necessità che le associazioni gay si propongano  ai partiti come interlocutori esigenti, facendo sostanzialmente un efficace lavoro di corrosione dall’interno, cioè un’opera magari lenta, ma efficace, di sensibilizzazione. 
E si badi che non è un impegno da prendersi solo con le formazioni di Centro-Destra, ma soprattutto per i partiti di Centro-Sinistra, da parte dei quali – escluse chiacchiere e promesse – per i gay non è stato fatto fin ora nulla. E sfido chiunque a dimostrarmi il contrario. 
I bigotti perbenisti? Gli omosessuali. 


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