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ARTICOLI E INTERVENTI  (continua)

 

In questa pagina:

- De profundis: La coppia gay è sparita. Chi l’ha rubata?

- Dall'omosessualità si può guarire: quando i gay combattono sul campo sbagliato

- Anche i gay iracheni rimpiangono Saddam


Gay.it, 14 mag 09

 

De profundis: La coppia gay è sparita. Chi l’ha rubata?
 

di Enrico Oliari

Era lì, bella, lucente. L’aveva plasmata l’impegno di Franco Grillini, o forse quello di tutto il movimento gay, dal più piccolo al più grande. Per lei si è combattuto, si è urlato nelle piazze, ci si è fatti in quattro. Per il suo riconoscimento si erano studiate mille soluzioni che spaziavano dall’allargamento del matrimonio civile, al riconoscimento delle coppie di fatto, ai CUS, ai DiCo, ai Pacs alla francese, al partnernariato alla tedesca, alle Unioni civili, ai nuovissimi DiDoRe e alle Unioni Omoaffettive, proposte da GayLib. Oggi però è scomparsa e come tutti gli oggetti quotidiani una volta spariti corrono il rischio di essere dimenticati.
Si tratta della coppia gay. E scusate se è poco. Quello che è certo è che il cambiamento della strategia politica di Arcigay ogni giorno consegna al movimento omosessuale italiano e all’opinione pubblica sorprese su sorprese che poi comportano un certo disorientamento.
Il primo allarme era suonato in occasione dell’iniziativa di Certi Diritti e della Rete Landford, le quali avevano lanciato l’idea di invitare le coppie dello stesso sesso a ricorrere contro il diniego delle pubblicazioni matrimoniali, con tanto di avvocati che rinunciavano alla parcella: una ventina di coppie in tutta l’Italia, poche, pochissime, e questo anche perché la più grande associazione gay del Paese, che vanta centosettanta mila iscritti (saunisti compresi), se ne è semplicemente disinteressata, anche nel momento in cui la Corte d’Appello di Venezia rinviava alla Corte Costituzionale la patata bollente.
Silenzio assoluto anche in merito alla proposta dei DiDoRe i quali, belli o brutti che siano, rappresentano comunque il tentativo di alcuni esponenti del centrodestra di affrontare l’argomento. E anche qui, scusate se è poco.
La dimostrazione tuttavia che per alcuni, gay, leader del movimento gay, il riconoscimento della coppia omoaffettiva sia divenuto un argomento sovrastrutturale è avvenuta ieri in occasione dell’incontro di alcune, poche, associazioni gay con il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Il tema era quello della legge contro l’omofobia e Arcigay aveva esordito auspicando l’approvazione della proposta di legge dell’on. Concia. Aurelio Mancuso, quello che in una sfuriata affermò che “Il movimento gay sono io”, aveva presentato i dati dei casi di violenza contro i gay manifestatisi negli ultimi tempi. Famiglie Arcobaleno ed Agedo erano intervenute spiegando rispettivamente la consistenza dell’omofobia rivolta ai genitori gay ed ai figli omosessuali.
GayLib, che come prova palpabile della discriminazione dovuta all’orientamento affettivo e sessuale era accompagnata dalla poliziotta lesbica Luana Zanaga, aveva sostenuto che per combattere l’omofobia è necessario arrivare alla percezione sociale degli omosessuali quali persone normali e che per far questo bisogna arrivare al riconoscimento della coppia omoaffettiva nei suoi diritti e nei suoi doveri.
Immediato lo stopping di Aurelio Mancuso il quale affermava che non era previsto l’argomento del riconoscimento della coppia gay, essendo prioritaria una legge contro l’omofobia. Perché, si sa, quella volta che si incontra la terza carica dello Stato non si approfitta per mettere tutto sul tavolo e per strappare al presidente della Camera l’interesse alla tematica. Certamente il primo a beneficiare dell’oculata strategia mancusiana è stato lo stesso presidente Fini, il quale non poteva credere alle sue orecchie ed ha quindi potuto parlare di gradualità e soprattutto sottrarsi all’argomento che qualche giorno prima aveva lasciato tutti di stucco:“Fini, alla guida del Pdl progressista, è pronto a dare il proprio sostegno a una legge sulle coppie di fatto” (Il Foglio, 9 mag 09).
Non proprio edificante neppure il tentativo di Mancuso di accreditarsi quale unico e santo interlocutore del movimento gay (siamo alle solite…), dal momento che, in presenza di Fini, aveva detto pomposamente allo sparuto gruppo omosessuale che da lì a poco, lui, e solo lui, avrebbe lasciato dichiarazioni ai giornalisti trepidanti e comunque delusi del fatto che di coppie gay proprio non se ne era parlato.
Certamente è stato importante l’incontro con il presidente Fini, dal momento che ha avuto l’essenziale scopo di informarlo sulla necessità di una legge anti-omofobia. E poi? Perché erano presenti così poche associazioni? Perché non era intervenuta una rappresentanza del mondo transessuale, dal momento che esso rappresenta il primo obiettivo della violenza? Perché nessuno dei presenti ha parlato di transfobia? Mah, mi consolo con il fatto che lo stesso Mancuso, riferendosi alle persecuzioni ad opera dei totalitarismi, ha parlato durante l’incontro con Fini di regime nazista e di regime comunista, tralasciando per la prima volta, dopo anni di interventi dai palchi delle piazze, il fascismo…
E’ curioso, per non dire mastelliano, il tentativo di Mancuso, uomo da sempre di centrosinistra (almeno quando invocava la sua candidatura alle politiche) di accreditarsi con gli esponenti di oggi delle istituzioni: un movimento che, pur essendo sempre stato di sinistra e di estrema sinistra, oggi cerca di farsi voler bene dai nuovi padroni, certamente sempre detestati, tentando di dimostrare che, se non si è di destra, almeno non si è di sinistra.
Peccato per quella coppia gay scomparsa. Ci avevamo creduto.

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Notiziegay.it, 18 mar 09

 

Dall'omosessualità si può guarire: quando i gay combattono sul campo sbagliato


di Enrico Oliari


Il generale migliore, quello astuto, per intenderci, che sa sfruttare ogni minimo vantaggio per la vittoria, sa che la sorte di una battaglia può decidersi dal campo su cui si combatte; in guerra passa da ingenuo chi sopravvaluta le proprie forze e cade nella trappola di lasciare all’avversario la scelta del terreno: quella che si sta consumando oggi in Italia in materia di diritti civili delle persone omosessuali è una battaglia culturale e politica in piena regola, dove l’esercito del movimento gay rischia la debacle per via dell’imprudenza di alcuni suoi generali.
Grazie infatti all’eccesso di ardore e di sicurezza con cui ci si è scagliati contro la canzoncina “Luca era gay” (che, appunto, è solo una canzoncina), si è ottenuto di portare il dibattito sulla “questione gay” laddove il neonato fronte dei guaritori e confessori di omosessuali voleva: oggi in Italia si discute non più se i gay si possono o meno sposare, ma se si possono o meno guarire.
Proprio ieri sera, 17 marzo, toccava a Franco Grillini, che era l’unico esponente del movimento gay, difendere nel salotto di Bruno Vespa anni e anni di lotte politiche e di gay pride, mentre sull’altro fronte (quello dei guaritori e dei confessori) stavano Povia (che si è fatto ulteriore pubblicità cantando ancora una volta a Porta Porta il suo “Luca era gay”), Rocco Buttiglione, il senatore Bricolo della Lega e lo psicanalista Ricci.
Si è avverato cioè quanto avevo profetizzato in occasione della polemica sul Festival di Sanremo: vi è un’azione organizzata e voluta, dove Povia rappresenta solo la truppa di avanscoperta, che ha il fine di confondere il dibattito sui diritti civili dei gay portandolo indietro negli anni, ai tempi in cui Mantegazza sosteneva che “l’amore fra i maschi rappresenta uno dei fatti più orribili dell’umana psicologia”.
Il movimento gay si è buttato senza troppo pensarci sulla canzoncina di un piccolo cantante che sapeva dove e soprattutto come colpire, utilizzando cioè le armi di quella libertà di parola e di pensiero, cioè di rispetto della persona, che per primi i gay hanno sempre preteso, ma che questa volta, chiedendo la censura preventiva della canzone, non erano disposti a concedere. Ed ancora l’etero che può diventare gay, ma non il gay che può diventare etero, omosessuali si nasce, forse no, gay è bello (figuriamoci!)… sapevano dove colpire, hanno usato gli stessi metodi.
Spero che presto i nostri generali scoprano l’errore comunicativo evidente: il rincorrere le telecamere a tutti i costi, il rispondere polemicamente al nulla non sempre può rappresentare un momento di lotta per i diritti dei gay. E se, ad esempio, la canzone di Povia fosse stata ignorata così come i piccoli sergenti avevano chiesto?

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ItaliaSociale, 15 apr 09

 

Anche i gay iracheni rimpiangono Saddam

 

di Enrico Oliari

 

Una volta c’era il burka, poi non c’era più. Una volta c’erano l’oppressione della donna, la discriminazione sociale, i diritti civili calpestati e il fondamentalismo islamico: erano le giustificazioni che portavano al casus belli per invadere l’Afghanistan dei talebani, ma certamente deboli per giustificare l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, paese in cui era cosa del tutto normale incontrare ufficiali dell’esercito di sesso femminile, come pure tecnici ed intellettuali dello stesso genere.

Oltre alla Turchia, l’Iraq rappresentava l’unica nazione laica di quella parte del mondo arabo, un paese dove non esistevano condanne per gli omosessuali, un’isola di impunibilità giuridica circondata da nazioni che ancora oggi adottano pene (compreso quella capitale) per i reati di sodomia e che trovano il plauso di un Vaticano integralista che si è opposto alla moratoria internazionale per questo genere di reati.

Era l’Iraq di Saddam Hussein. Oggi non lo è più.

E mentre il mondo degli onesti e dei “detentori della libertà” aspetta ancora che spuntino le tanto decantate armi di distruzione di massa, in Iraq è scoppiata una terribile guerra civile che vede tutti contro tutti: curdi, sciiti, sunniti, nostalgici dell’ancien régime, talebani… un mix di odio e di violenza in una terra storicamente difficile, duramente colpita dagli interessi internazionali per il petrolio.

Come c’era da aspettarsi, tolto di mezzo il laico e laicista Saddam Hussein, hanno rialzato la testa gli integralismi religiosi e persino si è notata l’esistenza di gruppi di talebani: l’imposizione forzata di una verità fideistica genera nei fatti discriminazione, intolleranza, sangue.

Grazie agli americani ed al loro autentico amore per la libertà sintetica, in Iraq i gay sono tornati ad essere perseguitati come accadeva secoli fa, con i capi tribù che emettono sentenze di morte per fucilazione, impiccagione o per lapidazione; stessa sorte accade alle ragazze che vengono stuprate o alle donne adultere: per loro non più l’emancipazione, lo studio e la carriera, ma un salto nella repressione del passato, quando la donna era completamente schiava e sottomessa all’uomo.

Gli omosessuali del nuovo Iraq vengono giudicati dalla collettività sul momento, come nel caso avvenuto pochi giorni fa a Sadr City, la baraccopoli sciita di Bagdad, dove sono stati giustiziati  due omosessuali sul cui petto era affisso un biglietto con le scritte “pervert” e “puppy”; il giorno successivo, come ha informato l’Osservatorio sull’Iraq, è stata la volta di un giovane uomo dello stesso sobborgo, ma sono ben 25 i giovani gay di Sadr City eliminati negli ultimi due mesi.

Le autorità religiose e civili sostengono di limitarsi ad invitare la popolazione a desistere dai comportamenti omosessuali, ma l’attivista inglese Peter Tatchell, in contatto con i gruppi gay iracheni clandestini o esiliati, ha affermato in una recente intervista di essere al corrente di bambini assassinati solo per il sospetto di essere omosessuali.

Il Grande Ayatollah Ali al Sistani, la massima autorità religiosa fra gli sciiti iracheni, ha invitato a colpire con durezza chi pratica l'omosessualità ed è stato seguito nell’esempio da una serie di altri imam della stessa confessione i quali intervengono ripetutamente per infondere nella popolazione l’omofobia in nome di Allah. Già nel 2005 l'ayatollah Ali al-Sistani emanò un decreto in base al quale gay e lesbiche dovevano essere "puniti, anzi, uccisi nel modo peggiore, più cruento".

Da più fonti si parla addirittura di killer assoldati dal Governo democratico per la protezione della morale, veri e propri “squadroni della morte” che hanno come oggetto cittadini inermi, come nel caso del giovane e coraggioso leader del movimento gay iracheno Bashar, crudamente assassinato nel settembre 2008 in un bar della capitale.

Secondo il deputato Alì Hili nelle carceri di Bagdad vi sarebbero 128 omosessuali in attesa della sentenza capitale, già prevista in gruppi di 20 a settimana, mentre Amnesty International riporta che solo nel 2007 le condanne sono state 199 di cui 33 a morte e che nel 2004  ben 17 attivisti iracheni per i diritti dei gay erano stati assassinati.

E se i gay del Vermont, del Connecticun e dell’Iowa, grazie alle recenti approvazioni, potranno presto vedere riconosciute le loro unioni, quelli di Bagdad continueranno a morire, a ennesima dimostrazione che non erano certo la democrazia e la libertà a spingere gli americani in Iraq.

 


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