Aprileonline, 13 set 07
Status di rifugiato perché gay: prudenza!
Enrico Oliari*, 13 settembre 2007
La riflessione Il caso di Pegah, come quello di molti omosessuali costretti a
lasciare il proprio paese per venire in Occidente, pone un problema al mondo che
vuole "democratizzare" il resto del pianeta. Ma apre anche una discussione in
merito alla loro condizione politica di richidenti asilo
Il caso di Pegah, come quello di moltissimi omosessuali costretti a lasciare il
loro paese per vivere serenamente la propria identità affettiva e sessuale, è il
sintomo di un inceppamento nella macchina dell'Occidente messa in moto per
‘democratizzare' quei paesi islamici ‘duri ed irriducibili', i quali rifiutano
di parlare la nostra lingua nel campo commerciale ed in quello dei diritti
civili.
E' lo stesso Khalid, il ventiquattrenne afgano che dalla Lombardia ha presentato
un caso simile a quello di Pegah, a ricordarci che in Afghanistan, anche nella
parte occupata dalla coalizione internazionale, per i gay "non è cambiato molto,
gli alleati non hanno mai affrontato il problema. L'Afghanistan è una terra
martoriata, dove tutti arrivano per i propri interessi politici ed economici, ma
di certo non per quelli della popolazione" (Pride, settembre 2007).
Della condizione delle migliaia di omosessuali perseguitati nel mondo non
interessa proprio a nessuno, tant'è vero che Laura Boldrini, portavoce dell'Alto
Commissariato Onu per i rifugiati, ha recentemente affermato che sono più di
quaranta in due anni gli omosessuali che hanno ottenuto lo status di rifugiato
in Italia negli ultimi due anni (Ansa, 28 agosto 2007).
Il problema è assai complesso perché, è inutile nasconderci dietro un dito,
esiste la concreta possibilità di un abuso di questo strumento e quindi di un
rischio di indebolimento dello stesso che potrebbe tradursi in una crescente
difficoltà nell'accoglimento delle richieste di riconoscimento dello status di
rifugiato per motivi legati alla discriminazione.
Un primo paletto lo mettono i diretti interessati, perché per chi proviene come
Pegah dall'Iran degli ayatollah o come Khalid dal paese dei talebani, è assai
difficile dichiararsi omosessuali: significa tagliare i ponti con il proprio
mondo, con la famiglia, con gli amici e con la comunità dei connazionali
residenti in Occidente.
Sono tuttavia più di 80 le nazioni che hanno nel codice penale leggi contro la
sodomia, con punizioni che vanno dal carcere alla pena di morte (www.oliari.com/inpiu/paesi.html)
e può accadere che anche paesi più vicini a noi improvvisamente rispolverino la
via del penale: un paio d'anni fa, nella tollerante e permissiva Tunisia, un
italiano veniva condannato a due anni di reclusione per aver avuto un rapporto
gay nel noto hotel El Mechtel di Tunisi.
Ma la via della seta non può e non deve essere per tutti: laddove non ci sono
misure fortemente repressive gli omosessuali hanno il dovere morale di compiere
quella lotta di liberazione, di emancipazione e di riscatto sociale che i gay e
le lesbiche occidentali hanno fatto, che stanno facendo e che faranno fino a
quando l'eguaglianza si tradurrà in parità di diritti e di doveri.
Ricordiamoci che anche in Europa, fino a poco fa i gay finivano in prigione, si
pensi a Oscar Wilde o ai molti omosessuali rinchiusi nei gulag sovietici fino al
1993.
Certamente a noi occidentali farebbe più piacere ospitare un mite omosessuale
piuttosto che un imam integralista, ma scappare significa tradire quel compito
intrinseco che ogni persona discriminata ha, ovvero darsi da fare per il proprio
interesse e per quello di coloro che si trovano nella stessa situazione.
*www.oliari.com, GayLib