Aprileonline, 6 apr 07
QUANDO A SUICIDARSI È LA DIGNITA’. E QUANDO LA SOCIETA’ LE DA’ UNA MANO.
di Enrico Oliari
Nella drammaticità del caso del sedicenne suicidatosi a Torino perché deriso dai compagni di classe in quanto accusato di essere gay, emerge in tutta la sua violenza l’imbarazzo dei perbenisti di turno, di coloro che non riescono neppure a pronunciare il termine “omosessuale” e che, se costretti a farlo perché giornalisti della TV di Stato, non articolano neppure bene la mandibola.
Per ben due telegiornali nazionali il povero giovane era schernito dai compagni in quanto troppo bravo nei compiti (ed uno si suicida perché “secchione”...), nonostante prima di accoltellarsi e di gettarsi dalla finestra del palazzo avesse scritto una triste lettera d’addio i motivi della sua scelta, ovvero il fatto di essere etichettato come un “Jonathan”.
Mai come in questo caso la disinformazione viene ad essere tendenziosa, perchè chi si suicida a sedici anni per il suo modo di essere, diventa un personaggio scomodo nel momento della chiamata a raccolta dei moralisti del Family Day, pensato contro le coppie gay e, visto che ci siamo, contro i gay stessi; e magari potrà godere persino di un alone di santità, perché chi si toglie la vita per via degli ottimi voti scolastici, dopo tutto, verrà accolto dagli angeli.
È un po’ come quando, nel 1998, il vicecaporale delle guardie svizzere Cédric Tornay uccise il comandante Estermann ed in molti, compreso i primi telegiornali, videro nella fine della relazione gay fra i due la causa del delitto; salvo assistere tutti, poche ore dopo, ad un reset portato avanti in punta di piedi e così, come se nulla fosse stato, i media informavano che la depressione del giovane (smentita dagli amici e dai parenti) sarebbe stata la causa delitto-suicidio.
L’omosessualità è imbarazzante, specie se ci scappa il morto. E questa volta è toccato a Matteo, deriso, da quei compagni di classe che a sedici anni assorbono quanto la società passa loro, ovvero la bassezza di uomini politici e di porporati della Chiesa che, specie in questi ultimi tempi, hanno definito gli omosessuali come dei pervertiti, degli esseri contro-natura, degli immorali, dei disordinati e quant’altro.
È su di loro, e non su quei compagni di classe, che ricade la colpa di quest’omicidio: viviamo ormai in un’epoca di terrore moralista, degno del paese dei talebani, dove non possiamo respirare senza il parere della Cei e del Vaticano, i quali se non fanno interferenze, ci vengono comunque somministrati a forti dosi ogni giorno e per più volte al giorno, sui media, in modo martellante, quasi ossessivo.
È su quei politici bigotti solo per convenienza, che vedono i gay come dei sodomiti, come delle persone malate o che Dante condannerebbe all’inferno, che ricade la colpa di un clima di disprezzo verso gli omosessuali e quindi di una società sempre più spaccata.
Altrove, nell’Europa dei diritti e delle Pari Opportunità (non solo quella dei contributi e degli aiuti economici!), viene insegnato nelle scuole a rispettare i cittadini omosessuali come tutti gli altri individui, in quanto persone, cittadini da giudicare per quello che danno alla società, alla famiglia, agli amici e non per il loro orientamento affettivo e sessuale.
Ed infatti negli altri paesi dell’Unione le coppie omosessuali sono state riconosciute ormai da anni e senza troppi problemi.
È palese la mancanza di un’educazione civica nel sistema scolastico italiano, di una formazione moderna e adatta alle nuove esigenze, di un metodo propositivo dove venga insegnato il rispetto degli individui e quindi dove la parola omosessuale possa essere pronunciata articolando bene la mandibola.
Se ci fosse meno ipermoralismo forzato nella società, ci sarebbe sicuramente anche meno bullismo nelle scuole e nessuno avrebbe motivo di suicidarsi a sedici anni perché chiamato “Jonathan”.
Enrico Oliari
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