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In questa pagina:

- Mondoraro.org, 3 dic 09: Dialettica gay: è ora di cambiare registro?

- GayNews, 5 nov 09: L'insonnia in salsa gay


Mondoraro.org, 3 dic 09

 

Dialettica gay: è ora di cambiare registro?


Se il movimento gay vuole essere incisivo, deve appropriarsi di una dialettica corretta, rispondente alla realtà e persuasiva: questa volta tuttavia non parlo dei gay pride, manifestazioni che reputo folkloristiche, certamente superate (in un’Italia che non riconosce la coppia omoaffettiva occorrerebbero più manifestazioni in site sindacale e meno baracconate in cui pochi davvero si riconoscono) e per nulla incisive nell’opinione pubblica; parlo semmai della necessità di “rivisitare” certi luoghi comuni tanto cari alla popolazione omosessuale italiana, ma che di certo non facilitano il dialogo politico e sociale e con esso l’accettazione, la “normalizzazione” dei gay e delle trans.
L’operazione più assurda, per non dire ridicola, del movimento omosessuale è il voler imporre a tutti i costi a chi ci ascolta un sistema di sigle e siglette, concetti e concettini, che si vorrebbero adottati seduta stante dall’Accademia della Crusca e magari di immediato uso comune in quella che, a parole, dovrebbe essere la società di tutti, ad esclusione, ovviamente, che degli altri.
Il primo artefatto che balza agli occhi, il più evidente per non dire il più ridicolo, è la dicitura lgbtqdiep (lesbo gay bisex transex queer drag intersex estrosex pansex): ogni associazione gay, in base alla propria linfa filosofale, aggiunge la lettera dell’alfabeto che più ritiene opportuna per includere tutti e non escludere nessuno e così, per abbreviare, qualcuno ha riassunto il codicillo geroglifico in un più semplice e per nulla esaustivo “comunità varia”. Restano superati ed obsoleti quelli che, come me, si limitano ancora a quel semplice “gay e trans”, nella speranza di essere capiti anche dai detrattori dei nostri diritti, i quali comunque rappresentano una fetta cospicua della nostra società e che al “glbtq” rispondono “che, se magna”?
Passando dalle sigle ai concetti, caro al mondo gay italiano è il termine “comunità”: la comunità gay, la comunità lgbtq…, la comunità varia e via dicendo. E’ quella parola “comunità”, che non riesco a digerire. Già, perché per “comunità” io intendo un gruppo ampio di persone che hanno gli stessi obiettivi, che agiscono in termini di “lobby” e che mettono in comune le proprie risorse con passione ed amore profondo per i propri simili… l’esatto contrario di quanto avviene nel mondo gay, insomma, dove gli obiettivi divergono fra chi pensa solo al sesso, chi vuole matrimonio e chi il riconoscimento della coppia di fatto “come due nonnine che vivono insieme” e soprattutto – ed è qui il punto – dove è difficile convogliare risorse perché, diciamoci la verità, nel mondo gay l’egoismo impera. Forse quella ebraica è una comunità, se vogliamo pure quella rom, magari quella degli italiani all’estero, ma di certo non quella gay.
Dalle costruzioni lessicali a quelle ideologiche il salto è presto fatto. Fallito in modo misero e soprattutto palese l’assioma secondo cui le libertà sarebbero dovute arrivare dai governi di centrosinistra (oggettivamente sta offrendo di più alla popolazione omosessuale il governo Berlusconi di quanto abbia fatto il governo Prodi), c’è chi si ostina a ritenere la Verità Una e Rossa e quindi arriva a maledire ogni buona apertura pro gay, compresa la campagna anti-omofobia del ministro Carfagna.
Il matrimonio gay interessa a pochi, pochissimi privilegiati intellettuali, tanto che la campagna della Rete Lebdford e di Certi Diritti, la quale offriva un avvocato per ricorrere fino alla suprema Corte contro il diniego delle pubblicazioni matrimoniali, ha raccolto una ventina di coppie, alla faccia dei cento miliardi di iscritti millantati dalle principali associazioni gay italiane. Per forza: come si può pensare che chi ha sempre ritenuto il matrimonio una sovrastruttura borghese, fallimentare ed obsoleta, improvvisamente si metta a chiedere l’uguaglianza dei diritti per le coppie gay?
Senza contare l’ondata di anticristianesimo e di anticlericalismo gratuito che caratterizza il mondo gay italiano: si intende, io per primo vorrei una netta separazione fra Stato e Chiesa (ci mancherebbe!) e magari molte chiese trasformate in carrozzerie o in musei, ma come si può arrivare ad un risultato in termini di diritti se vengono ignorati il sentimento ed il convincimento, belli o brutti che siano, di buona parte della popolazione italiana?
Tuttavia ciò che rappresenta l’apoteosi delle pensate del movimento gay tradizionale è il concetto di “diversità”.
Cos’è il gay? Una persona diversa, differente, che va accettata, compresa e valorizzata. Su questa sorta di ghetto ideologico e ben accetto molte associazioni omosessuali italiane hanno fondato la propria esistenza ed ancora oggi è il credo in cui esse si riconoscono. Personalmente non mi sento per nulla “diverso” dagli altri, ne’ tanto meno chiedo di essere accettato o di avere diritti simili: ogni sana costituzione afferma che i cittadini sono uguali, non diversi, che sono parte integrante della società, non che vanno compresi, che devono avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, non diritti simili e di doveri non se ne parla neppure.
E soprattutto togliamoci dalla testa che “Gay è bello”: essere gay in un Paese dove perversano omofobia e discriminazione, dove la coppia gay non è riconosciuta e dove l’emancipazione richiede una dose enorme di coraggio personale, essere gay non è per niente bello. E’ una iettatura. Lo si è, punto e basta. Ma di certo non è bello.
L’Italia è uno degli ultimi Paesi dell’Europa occidentale a non aver riconosciuto le coppie omoaffettive e forse anche l’utilizzo di una dialettica estremizzata e di chiusura non ha facilitato il cammino dell’emancipazione gay. Che sia arrivato il momento di cambiare registro?
 

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GayNews, 5 nov 09

 

L'insonnia in salsa gay

 

Com’è difficile dormire oggigiorno, o meglio, ogginotte, per un militante del movimento gay italiano. Come sono turbati i pensieri di chi si espone nella politica di lotta per il riconoscimento dei diritti delle persone omoaffettive, per chi spinge a destra e a manca per l’emancipazione, ovvero per realizzare quella “liberazione” per cui fino a qualche anno fa i nostri predecessori (si intende, molti ancora vivi e vegeti) hanno lottato incatenandosi nelle piazze e prendendo magari cazzotti un po’ più forti e meglio mirati di quelli dell’era dell’omofobia.

No, proprio non riesco a prendere sonno, i turbamenti scavano, e scavano, e scavano senza sosta nel cervello, quasi una trivella continua sopra la mia calotta cranica… quel pensiero fisso che proprio non mi vuole abbandonare, che mi obbliga a fissare il buio con gli occhi spalancati: ebbene sì, ho letto in rete che il Maicol del Grande Fratello non rappresenta noi gay.

C’è chi si straccia le vesti per una notizia del genere, chi va alla ricerca di un coltello per aprirsi le vene e chi, come me, ansiosamente perquisisce ogni angolo della casa alla ricerca dell’ultima pasticca di Tavor, finita chissà dove.

In che dura epoca viviamo. Ma ci si pensa? Maicol, ospite del reallty della Marcuzzi, è lontano dalle aspettative di rappresentanza del mondo gay.

Purtroppo tale terribile notizia non è la sola a rendere impossibile il cammino delle leggi pro gay nella nostra Nazione: da mesi le testate e i blog gay discutono duramente sul fatto che George Clooney sia o meno gay, ma già l’estate passata era stata caratterizzata da importanti e fondamentali notizie riguardanti la comunità lgbtqipaxxxyz… due coppie gay finite in pieno agosto con la loro richiesta di matrimonio alla Corte Costituzionale? Macchè, le principali associazioni gay hanno snobbato quella robaccia, perché, come si sa, il matrimonio è un’istituzione borghese, fallimentare, decadente e comunque superata. Il permesso di soggiorno che si è riusciti a far ottenere ad un gay afgano residente in Lombardia, altrimenti rimpatriato e quindi impiccato? Per carità, i giovani omosessuali salvati dal pezzo di carta sono trendy solo se abitano a Londra e se vengono inseguiti dalle telecamere della BBC.

No, mi riferisco a qualcosa di ben più importante, a qualcosa per cui vale davvero la pena di lottare: la scoperta che Stewie Griffin è gay e che per Juliana Moreira il tradimento omo fa meno male. E che Marco Mazzanti non è gay e non ha mire per Cecchi Paone, come pure che esiste uno Youtube dove si vede Marco Carta che incontra un tal Domenico.

Certo, si sa, il movimento gay è attento al costume ed all’educazione sociale e difatti in poco tempo è stato superato l’allarme omofobia (forse gli italiani sono improvvisamente diventati più tolleranti e rispettosi?) per concentrarsi sulla notizia della settimana: la Luxuria ha avuto per tre anni, dico, t r e  a n n i, una relazione con un importante uomo politico e sicuramente le prossime battaglie, prima che cominci l’annuale discussione per il gay pride fisso o itinerante, serviranno per scoprire l’identità dell’uomo misterioso. Altro che Marazzo…

No, proprio non riesco a prendere sonno: quel Maicol del Grande Fratello e il politico della trans-parlamentare proprio mi sono rimasti sullo stomaco.


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