GayLib, 2 gen 08
Le strane manovre di Veltroni e le associazioni gay che tacciono e incassano
A Roma c’è chi si piega davanti ai padroni del partito e vende il suo silenzio per una sede al Testaccio. E il gay pride? “A Roma, naturalmente!”
di Enrico Oliari (www.oliari.com)
La notizia è passata anche questa volta quasi in sordina, perchè così ha voluto la leadership del movimento omosessuale per evitare sonori imbarazzi e quindi togliersi dall’obbligo di dare le dovute spiegazioni a quella comunità gay che ritiene di rappresentare.
Tutto è accaduto il 18 dicembre sorso, quando il consiglio comunale della capitale ha bocciato il Registro delle coppie di fatto; è stata un’azione ben studiata e ben condotta, quella del voto, che ha preso gli inizi con la stranamente coincidente visita del sindaco della città Walter Veltroni al cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano; ne è uscita l’ennesima rassicurazione che Roma è forse la prima città della Repubblica italiana, ma sicuramente è la capitale della cristianità.
Il Walter nazionale si sarà probabilmente portato a casa l’appoggio della Chiesa per le sue strategie politiche (è infatti leader del nuovo Partito Democratico), ma ha lasciato sul terreno, a dire il vero senza troppo rimpianto, il riconoscimento comunale dei diritti delle coppie omosessuali della sua città.
La laicità, si sa, non fa più tendenza ed i politici e gli amministratori delle nostre città prediligono gli interessi di una confessione religiosa a quelli dei loro cittadini.
E sì che lo stesso Veltroni (che ovviamente non era presente al momento della votazione) lo aveva scritto e garantito nel suo programma amministrativo 2001/2006, dove al capitolo “La città delle pari opportunità” si può leggere: “Pari opportunità vanno offerte, inoltre, alle persone che fanno parte delle unioni di fatto, indipendentemente dal genere dei conviventi e dai loro orientamenti sessuali. (…). In tutti i regolamenti del Comune su queste materie si è fatto e si dovrà sempre fare riferimento alle famiglie anagraficamente conviventi, prendendo così atto delle forme liberamente adottate dai cittadini e dalle cittadine per le scelte di convivenza e di registrazione anagrafica. Continueranno e verranno potenziate, poi, le azioni positive nei confronti di questa fascia di popolazione”.
Carta straccia, insomma.
La sera della sonora e scandalosa bocciatura, diversi militanti del movimento omosessuale, sempre troppo pochi, si erano radunati presso il Campidoglio per manifestare la loro rabbia nei confronti della giunta di centrosinistra della capitale, perché se è vero che il registro delle coppie di fatto nel concreto non avrebbe comportato molti vantaggi diretti, avrebbe però assunto un significato politico importantissimo in un Italia che non riconosce le coppie gay, inserita a sua volta in un’Europa che le riconosce.
La maggior parte delle associazioni gay romane hanno coerentemente protestato, anche perchè è stato impossibile distogliere, come spesso si è fatto, lo sguardo dall’ennesimo tradimento perpetrato da una classe politica dirigente pronta a mettere moratorie su ogni brandello di laicità dello Stato, legge 194 compresa.
Non tutte però hanno rispettato la moralità del lottare prima di tutto per gli interessi dei gay ed una in particolare si è defilata nel più assordante silenzio.
Se ne sono accorte persino le opposizioni ed è esplicativo l’intervento del consigliere comunale di An Federico Guidi, il quale parla addirittura di un “risarcimento per la comunità gay da parte del Cda dell’Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica, ndr.), che si appresta infatti a votare una delibera nella quale è prevista l’assegnazione direttamente all’Arcigay, di un locale di circa 500 metri quadri nel centralissimo quartiere Testaccio”. L’esponente dell’opposizione ha continuato: “Nulla in contrario a concedere i locali a tutte le associazioni che legittimamente ne fanno richiesta, tuttavia ci chiediamo perchè alcune associazioni come l’Arcigay debbano avere una corsia preferenziale quando invece ce ne sono altre centinaia che da anni aspettano l’assegnazione”.
Arcigay Roma, guidata dal suo presidente Fabrizio Marrazzo, tace e incassa.
L’11 novembre si era svolto a Bologna un incontro fra le associazioni omosessuali italiane; la cosa curiosa era che l’argomento più dibattuto, ancor più di un’eventuale risposta alla deriva teo-demo-conservatrice della classe politica o di una possibile strategia per sensibilizzare l’arcata parlamentare al riconoscimento della coppia gay, era la sede del gay pride nazionale.
Vi era da un lato chi sosteneva l’importanza di una manifestazione del 28 giugno itinerante, per coinvolgere tutte le realtà e sensibilizzare i cittadini di tutto il Paese, dall’altro la necessità di organizzare il gay pride a Roma, sede naturale delle istituzioni politiche.
Non si sa per quali interessi ci si stia dando da fare nel movimento omosessuale italiano, né in cambio di cosa la prossima associazione o il prossimo leader gay sia disposto a mettersi in riga e ad abbassarsi le braghe.
Certo è che questa è l’ennesima dimostrazione che se il Belpaese è uno degli ultimissimi a non avere introdotto una legislazione per riconoscere i diritti delle coppie omosessuali (la recente farsa dell’emendamento anti-omofobia sparito dal pacchetto antiviolenza, docet), è, forse, anche colpa del movimento gay.