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WEB DI ENRICO OLIARI
"COMUNISMO"
(continua)
OMOFOBIA
SOVIETICA
-
In questa pagina:
- Urss
e omosessualità
- Aids,
omosessualità e Urss
Prof. Igor
Kon
traduzione
a cura di Giovanni Dall'Orto
Urss e omosessualità
Le politiche del periodo
sovietico e le politiche sovietiche verso gli omosessuali possono essere
divise in cinque periodi chiave:
-
1917-1933: la decriminalizzazione
dell'omosessualità, tolleranza relativa, l'omosessualità
definita ufficialmente come una malattia
-
1934-1986: recriminalizzazione
dell'omosessualità, trattata severamente con processi, discriminazione
e silenzio;
-
1987-1990: inizio delle discussioni
pubbliche aperte sulla condizione dell' omosessualità da un punto
di vista scientifico ed umanitario da parte di professionisti e di giornalisti.
-
1990 - Maggio 1993: i gay e
le lesbiche in prima persona si fanno carico della questione, portando
in primo piano i diritti civili, con esacerbamento del conflitto
e politicizzazione della questione.
-
Giugno 1993: decriminalizzazione
dell'omosessualità; il sottobosco omosessuale comincia a svilupparsi
in una subcultura gay e lesbica, con relative organizzazioni, pubblicazioni
e centri, ma continua la diffamazione sociale dell'amore e dei rapporti
fra persone dello stesso sesso.
L'iniziativa della revoca della
legislazione antiomosessuale, dopo la rivoluzione di febbraio 1917, era
venuta non dai bolscevichi, ma dai cadetti (democratici costituzionali)
e dagli anarchici (Karlinsky, 1989). Tuttavia, una volta abrogato il vecchio
codice penale, dopo la rivoluzione di Ottobre, anche l'articolo anti-omosessuale
aveva perso validità.
I codici penali della
Federazione russa del 1922 e del 1926 non menzionano l'omosessualità,
anche se le leggi corrispondenti erano rimaste in vigore in luoghi in cui
l'omosessualità era più diffusa - nelle repubbliche islamiche
dell'Azerbaijan, di Turkmenia e di Uzbekistan, così come nella cristiana
Georgia.
Al Congresso mondiale della
lega per le riforme sessuali, tenutosi a Copenhagen nel 1928, la legislazione
sovietica fu addirittura portata ad esempio degli altri paesi.
Gli esperti medici e legali
sovietici erano molto orgogliosi della natura progressista della loro legislazione:
nel 1930 il perito medico Mark Serejskij scrisse sulla Grande Enciclopedia
Sovietica: “La legislazione sovietica non riconosce reati cosiddetti
contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio della difesa della
società, e quindi prevedono una punizione solo in quei casi in cui
l’oggetto dell'interesse omosessuale sia un bambino o un minorenne..."
(p. 593).
Come Engelstein (1995) giustamente
nota, la decriminalizzazione formale della sodomia non ha significato che
tale comportamento fosse al riparo da incriminazioni. L'assenza di leggi
formali contro il rapporto anale e il lesbismo non ha impedito l'incriminazione
del comportamento omosessuale come forma di comportamento disordinato.
Dopo l'emanazione del codice penale del 1922, si tennero, in quello stesso
anno, almeno due processi per omosessualità a noi noti.
L'eminente
psichiatra Vladimir Bekhterev testimoniò che "l'ostentazione
pubblica di tali impulsi... è socialmente nociva e non può
essere consentita" (Engelstein, 1995, p. 167).
La posizione ufficiale della
medicina e della legge sovietiche negli anni Venti, come riflessi dall'articolo
d'enciclopedia di Sereisky, era che l'omosessualità era una malattia
che era difficile, se non impossibile, curare. Perciò, "riconoscendo
la scorrettezza dello sviluppo omosessuale... la nostra società
combina misure profilattiche e terapeutiche a tutte le condizioni necessarie
per rendere il conflitto che colpisce gli omosessuali quanto meno doloroso
possibile, e per risolvere la loro tipica alienazione all'interno della
collettività”. (Sereisky, 1930, p. 593).
Anche se, durante gli anni
Venti, alcuni intellettuali omosessuali svolsero ancora ruoli importanti
nella cultura sovietica, sparì l'opportunità di una discussione
sul tema aperta, filosofica ed artistica, quale quella iniziata all'inizio
del secolo.
Col decreto del 17 dicembre
1933 e con la legge del 7 marzo 1934, l'omosessualità divenne di
nuovo un reato penale.
I motivi esatti di questo
cambiamento brusco sono ancora sconosciuti, ma esso faceva chiaramente
parte del "Termidoro [il periodo del "Terrore" della Rivoluzione francese,
NdR] sessuale" e di una tendenza repressiva generale. Articoli di criminalizzazione
furono inseriti nei codici di tutte le repubbliche sovietiche.
Secondo l'articolo 121
del Codice penale della Repubblica Sovietica Russa, l'omosessualità
(muzhelozhstvo) era punibile con la
privazione della libertà per un periodo fino a 5 anni e, secondo
l'articolo 121.2, nel caso di uso o minaccia d'uso di violenza fisica,
o di sfruttamento della posizione dipendente della vittima, o di rapporti
con minorenni, fino a 8 anni.
Nel gennaio del 1936 Nikolai
Krylenko, Commissario del popolo per la giustizia, annunciò che
l'omosessualità è il prodotto della decadenza delle
classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare, ma che in una società
democratica, fondata su sani principi, per tali persone non c'era posto
(Kozlovsky, 1986).
L'omosessualità
fu così legata alla controrivoluzione. In seguito, i giuristi e
i medici sovietici descrissero l'omosessualità come una manifestazione
“della decadenza morale della borghesia”, reiterando parola per parola
gli argomenti dei fascisti tedeschi.
Tipico di questa posizione
fu un articolo anonimo sull'"omosessualismo" apparso nella Grande Enciclopedia
Sovietica del 1952. I riferimenti a possibili cause biologiche dell'omosessualità,
che fino ad ora erano stati usati per scopi umanitari come ragione per
decriminalizzare l'omosessualità, ora venivano rifiutati:
"L'origine dell'omosessualismo
è collegata alle circostanze sociali quotidiane; per la stragrande
maggioranza della gente che si dedica all'omosessualismo, tali perversioni
si arrestano non appena la persona si trovi in un ambiente sociale favorevole....
Nella società sovietica con i suoi costumi sani, l'omosessualismo
è visto come una perversione sessuale ed è considerato vergognoso
e criminale. La legislazione penale sovietica considera l'omosessualismo
punibile con l'eccezione di quei casi in cui lo stesso sia manifestazione
di profondo disordine psichico". (Gomoseksualizm, 1952, p. 35)
Il numero esatto di persone
incriminate in base all'articolo 121 è sconosciuto (le prime informazioni
ufficiali sono state prodotte soltanto nel 1988), ma si crede che possa
trattarsi di circa mille all'anno. Dalla fine degli anni Ottanta, secondo
i dati ufficiali, il numero di uomini condannati in base all'articolo 121
era stato in costante diminuzione. Nel 1987 furono condannati 831
uomini (questo dato si riferisce all'intera Unione Sovietica); nel 1989,
539 persone, nel 1990, 497, nel 1991, 462, nel primo semestre del 1992,
227, tutti meno dieci condannati in base all'articolo 121.2 (le cifre si
riferiscono alla sola Russia) (Gessen, 1994).
Secondo avvocati russi,
la maggior parte delle condanne è in effetti avvenuta in base all'articolo
121.2, l'80 per cento dei casi vedendo il coinvolgimento di minori fino
a 18 anni (Ignatov, 1974).
In un'analisi di 130 condanne
in base all'articolo 121, fra il 1985 e il 1992, è stato trovato
che 74 per cento degli accusati sono stati condannati in base all'articolo
121.2, dei quali il 20 per cento per stupro con uso della forza fisica,
l' 8 per cento con uso di minacce, 52 per cento per contatti sessuali con
i minori e il 2 e il 18 per cento, rispettivamente, per sfruttamento dello
status dipendente o vulnerabile delle vittime (Dyachenko, 1995).
Queste statistiche dovrebbero
comunque essere prese in considerazione con un certo scetticismo, ricordando
che molte di questi e di altri capi d'accusa possono essere stati montate
o falsificati e che molte confessioni sono state forzate con le percosse
alle persone accusate e ai testimoni.
L'articolo 121 non prendeva
di mira solo gli omosessuali. Le autorità lo hanno sfruttato frequentemente
per trattare con i dissidenti e per accrescere le sentenze al campo di
lavoro. A volte il KGB è stato chiaramente coinvolto nell'incriminazione,
come, per esempio, nel caso del noto Lev Klein, archeologo di Leningrado:
il suo processo fu orchestrato dall'inizio alla fine dal KGB locale in
flagrante violazione di tutte le norme procedurali. (Samoilov, 1993).
Di solito, lo scopo di tali
azioni fu di spaventare l'intellighenzia. L'applicazione della legge fu
selettiva. Se le figure culturali di spicco avevano cura di non offendere
le autorità, godevano di una sorta d'immunità e veniva chiuso
un occhio sulle loro tendenze omosessuali, ma non potevano comunque accedere
a cariche dell'alto ingranaggio ma bastava solo che ostacolassero un personaggio
influente perché la legge facesse sentire pienamente il suo peso.
Questo fu il copione che distrusse la vita del famoso regista armeno Sergei
Paradzhanov.
Ancora alla fine degli anni
80, il direttore del teatro Yuny Zritel di Leningrado, Zinovy Korogodsky,
comparve davanti ad una tribunale, fu licenziato dal suo lavoro e privato
di tutti i suoi titoli onorari. Gli esempi di questo genere sono molti.
La campagna antiomosessuale
introdotta all'inizio degli anni 30 fu di breve durata. Entro la metà
del decennio, sulla questione era disceso un assoluto silenzio. L'omosessualità
era diventata innominabile nel senso letterale del termine. La congiura
del silenzio arrivò a comprendere temi accademici come il culto
fallico, e la pederastia dell'antica Grecia.
Questo silenzio tenebroso
ha intensificato ulteriormente la tragedia degli omosessuali sovietici,
che non soltanto temevano l'incriminazione e i ricatti, ma non poterono
nemmeno sviluppare autocoscienza e autoidentità adeguate.
Oltre alle incriminazioni,
una discriminazione di tutti i tipi, illegale, diffusa e senza limiti,
prese edi mira non solo gli omosessuali, ma anche le lesbiche.
I rapporti lesbici non rientravano
in nessun caso di alcun codice penale, e i legami stretti fra donne sono
stati meno visibili e meno soggetti ad attacchi. L'opinione pubblica è
stata, verso le lesbiche, altrettanto inflessibile che verso gli
uomini gay. Le lesbiche venivano ridicolizzate, incriminate, licenziate,
espulse dalle università e minacciate di essere private della custodia
dei figli. (...)
La psichiatria punitiva
sovietica fu una delle armi principali della repressione sia legale che
illegale. Psichiatri ignoranti di sessuologia erano sempre pronti a trovare
qualche grave che permettesse di sottoporre a vita le persone così
stigmatizzate ad osservazione medica e poliziesca, o rinchiuse in un ospedale
psichiatrico in condizioni spesso molto peggiori della prigione.
Perfino dopo l'emergere,
alla fine degli anni 70, di una "patologia sessuale" (il termine russo
per definire la sessuologia clinica, che suggeriva che tutti i termini
sessuali siano patologici) più tollerante e meglio informata, la
medicina ha offerto ben poco aiuto. In tutti i libri sovietici di "patologia
sessuale", l'omosessualità era descritta come una "perversione sessuale"
perniciosa, una malattia da curare. (Vasilchenko, 1977, 1983).
All'inizio degli anni 80
fu lanciata nelle edizioni divulgative una campagna anti-omosessuale.
Nel primo, e all'epoca unico
in tutta la nazione, manuale per insegnanti sull'educazione sessuale (di
cui fu stampato e immediatamente esaurito un milione di copie) l'omosessualità
fu definita una come patologia pericolosa e "una violazione dei principi
normali dei rapporti sessuali.... L'omosessualità sfida sia le relazioni
eterosessuali normali sia le realizzazioni morali e culturali della società.
Quindi merita la condanna sia come fenomeno sociale che come un comportamento
specifico personale sia come atteggiamento mentale" (Khripkova & Kolesov,
1982, pp. 96-100).
Così, gli insegnanti,
come la polizia ed i medici, furono messi in guardia contro l'omosessualità.
Ancora oggi, con rare eccezioni,
gli psichiatri e i sessuologi clinici russi, anche coloro che hanno sostenuto
la
decriminalizzazione
dell'omosessualità, la considerano una malattia e riproducono nei
loro scritti le molte assurdità e gli stereotipi prevalenti nell'opinione
pubblica.
Il più recente manuale
medico sulla sessuologia clinica, pubblicato nel 1990, definisce l'omosessualità
una "tendenza patologica". Esso afferma che, oltre a cause biologiche,
"un forte fattore patogenetico che contribuisce alla formazione dell'attrazione
omosessuale può essere l'inculcamento dai genitori e dagli insegnanti
di un atteggiamento ostile nei confronti del sesso opposto" (Vasilchenko,
1990, p. 429-430).
In una tesi di laurea in
psichiatria del 1994, preparata sotto la visione del professor A. Tkachenko,
il comportamento omosessuale non solo è descritto come "anomalo",
ma la maggior parte dei 117 uomini gay studiati dall'autore ricevono diagnosi
quali "infantilismo psichico, psicofisico e disarmonico...", "...segni
di difetti organici del sistema nervoso centrale," e "sopravvalutazione
della sfera sessuale" (Vvedensky, 1994, p. 8).
AIDS
L'epidemia di Aids ha peggiorato
ulteriormente la posizione dei gay. Quando i sintomi del virus erano appena
emersi negli Stati Uniti, le informazioni iniziali a questo proposito nella
stampa sovietica erano pressappoco queste: una nuova malattia sconosciuta
è comparsa negli Usa; le sue vittime sono omosessuali, tossicomani
e portoricani.
Allevati nello spirito dell'Internazionalismo
ufficiale, i cittadini sovietici furono perplessi dalla menzione dei portoricani.
Essi potevano comprendere la punizione di Dio per omosessuali e tossicomani.
per i loro misfatti, ma perché i portoricani? Dio certamente non
era un razzista!
Nel 1986 il professor Nikolai
Burgasov, allora delegato del ministero per salute e medico capo d'igiene
per l'URSS, dichiarò pubblicamente: "Non vi sono circostanze
nel nostro paese perché si diffonda la malattia; l'omosessualità
è perseguita dalla legge come grave perversione sessuale (l'articolo
121 del codice penale russo) e avvertiamo costantemente la gente dei pericoli
dell'abuso di droga". (Burgasov, 1986, p. 15).
Quando l' Aids infine comparve
nell'Unione Sovietica, i responsabili del programma di studio epidemiologico,
il presidente dell'Accademia sovietica (ora russa) delle Scienze Mediche,
il professor Valentin I. Pokrovsky, e suo figlio, il dott. Vadim V. Pokrovsky,
una volta di più accusarono gli omosessuali, accusandoli in pubblico
di essere portatori dell'infezione da Hiv e immagine di ogni genere di
vizio.
Un po' più tardi,
Alexander Potapov, ministro della federazione e professore di psichiatria,
si avventurò a scrivere sulla "Literaturnaya gazeta", rispondendo
a domande sui tossicomani; per qualche ragione li collegò con gli
omosessuali, aggiungendo, "Miei colleghi a Parigi mi ha raccontato di una
folla furente che ha ucciso due omosessuali in un parco di Parigi, sotto
gli occhi della polizia". Questo rappresentante della più umanitaria
delle professioni non diede ulteriore commento su questo evento, andando
avanti a discutere che cosa le autorità nel Belgio stavano facendo
per limitare il commercio di pornografia. Concluse pensieroso: "vedete
come le forze della vita entrano in azione". Nessuno fece neppure un commento
sulle mostruosità che stava dicendo.
Quando l' Aids comparve
nell'Unione Sovietica, i responsabili del programma epidemiologico incolparono
ancora una volta gli omosessuali di tutto, accusandoli pubblicamente di
essere portatori dell'infezione di HIV e di ogni altro vizio possibile.
Le loro convinzioni erano autentiche, poiché i programmi educativi
delle istituzioni mediche sovietiche non avevano discusso mai il problema
dell'omosessualità.
Anche la liberale rivista
Ogonyok, che per primo pubblicò il profilo di una vittima dell'
AIDS, un assistente tecnico gay che aveva contratto il virus in Africa,
non riuscì a nascondere il suo disgusto e la sua condanna..
Ciononostante, la Glasnost,
sommata alla minaccia dell'Aids, hanno reso possibile per la prima volta
discussioni più o meno franche dei problemi dell'orientamento sessuale,
inizialmente nella letteratura accademica, e poi in quella più popolare,
sia che ciò piacesse alle autorità, sia che no.
(...)
Tratto dal
sito Gay.ru
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