Traduzione a cura di Alida della
CGIL, ufficio Nuovi Diritti. Si
ringrazia per l'interessamento Maria Gigliola Toniollo.
Il concetto di “sodomia” nell’antica Rus’ era
vago, così come in occidente, designando sia i rapporti omosessuali, sia il
sesso anale, indipendentemente dal sesso dei partners, e, in generale,
qualsiasi deviazione dai “normali” ruoli e posizioni sessuali, per esempio
il coito nella posizione “con la donna sopra”.
La
“pederastia” era ritenuta il peccato più grave, in quanto il rapporto con un
partner sconveniente aggravava “l’irregolarità” della posizione sessuale
(sesso anale).
Tuttavia, nella Rus’, nei confronti di questo vizio, v'era più tolleranza
che in occidente; la penitenza religiosa oscillava da uno a sette anni,
negli stessi limiti dei peccati eterosessuali.
In
tutto ciò, si prendeva in considerazione sia l’età del peccatore, sia il suo
stato matrimoniale, la frequenza del rapporto e se iniziasse l’atto o ne
fosse l’oggetto.
Verso
i maschi adolescenti e celibi si mostravano più indulgenti che verso gli
sposati. Se non c’era sesso anale, non si parlava più di pederastia ma di
masturbazione, che veniva punita in modo più blando.
Il
lesbismo veniva, in generale, considerato una variante della masturbazione.
Il vescovo di Novgorod, Nifont (XII secolo), riteneva addirittura il
rapporto sessuale tra due ragazze adolescenti un peccato meno grave della
fornicazione con un uomo, soprattutto se l’imene rimaneva integro.
Come
ha segnalato V. Rozanov nella seconda stesura del suo libro “Uomini del
mondo lunare” (1913 si possono trovare esempi di omosessualità già nella
letteratura popolare delle Rus’ medievale.
Nella “Leggenda di Boris e Gleb” (XI secolo), dove viene descritta
l’uccisione del principe Boris da parte degli scagnozzi del suo fratello
consanguineo Sviatopolk Okajannyj (il maledetto), si parla del suo amato
“adolescente di stirpe magiara” (Ugrin) di nome Georgij.
Boris “mise al collo” di Georgij una collana d’oro creata per lui, perché lo
amava “smisuratamente”. Quando gli assassini trafissero Boris con le loro
spade, Georgij si gettò sul suo corpo dicendo “Non ti lascerò, signore mio
caro! La bellezza del tuo corpo appassisce, per essere degno di te
trapasserò il mio ventre”.
Dopo tale dichiarazione, lo sgozzarono e lo gettarono fuori della tenda. Più
tardi, poiché i sicari non riuscivano ad aprire il fermaglio della collana
d’oro regalata da Boris a Georgij, per impadronirsene gli tagliarono la
testa e la gettarono così lontana, che fu impossibile riunirla al corpo per
una sepoltura cristiana.
Di tutto il seguito di Boris sopravvisse al massacro solo il fratello di
Georgij Ugrin (il magiaro), Moisej. Sulla sua sorte successiva si racconta
nella “Vita del beato Moisej Ugrin”, conservata presso la Paterika di Kiev.
Moisej fu catturato dai servi di Sviatopolk e venduto come schiavo a una
nobile polacca.
Questa donna, come divulgato nella “Vita”, si innamorò di Moisej per il suo
fisico scultoreo. Per un anno intero lo pregò di sposarla, sebbene a lui non
interessassero le donne e preferisse trascorrere il tempo in compagnia dei
cavalieri russi. Allo scadere dell’anno, i suoi beffardi rifiuti irritarono
la polacca alla quale apparteneva, ed ordinò di somministrargli cento
frustate e di amputargli i genitali, aggiungendo: “Non avrò pietà della sua
bellezza, affinchè anche gli altri non possano godersela”. Col tempo, Moisej
Ugrin raggiunse il monastero Kievo-Pe?erska dove prese gli ordini monastici
e dove sopravvisse ancora 10 anni, esortando i giovani a guardarsi dal
peccato e dalla tentazione femminile.
La chiesa ortodossa ha canonizzato Moisej Ugrin quale eroe di fermezza e
purezza.
Tuttavia, come riteneva V. V. Rozanov, tramite una stereotipata formula
agiografica derivata dai bizantini e tramite l’influenza del racconto
biblico su Giuseppe e la moglie di Putifarre (?), nella “Vita del beato
Moisej Ugrin” traspare la storia di un omosessuale medievale punito per aver
rifiutato un matrimonio eterosessuale.
Un ulteriore esempio mostra l’esistenza dell’omosessualità nella Rus’ di
Kiev: il principe Georgij, figlio di Andrej Bogoljubskij (XII sec.), si
sposò con la illustre zarevna georgiana Tamara, ma fu da lei rifiutato e
rimandato in Russia, quando fu chiaro che la tradiva con gli uomini del suo
seguito.
Tuttavia, la maggiore diffusione di tale fenomeno si osserva all’epoca della
Rus’ di Mosca, principalmente nel XV, XVI e XVII secolo. Su tale argomento
scrissero, a volte con stupore o con sdegno, quasi tutti i viaggiatori
stranieri che hanno lasciato una descrizione del loro soggiorno nella Rus’,
a partire dai più conosciuti.
Inoltre, le tendenze omosessuali, secondo la testimonianza degli stranieri,
si incontravano in tutti gli strati della popolazione, dai contadini alla
famiglia reale.
Ricco sotto l’aspetto culturale, il periodo Kievano della storia russa
(dall’XI al XIII sec.) fu interrotto dai 250 anni di dominazione mongola e
dalle scorrerie delle tribù nomadi.
La Rus’ , ripristinando la sua indipendenza con una nuova capitale a Mosca,
fece propri molti costumi ed usanze degli invasori mongoli. Allora le donne
cominciarono ad essere sottoposte a segregazione, vennero allontanate dalla
vita sociale e, in sostanza, non ricevevano più nessuna istruzione (nella
Rus’ di Kiev solo alcune donne illustri sapevano leggere e scrivere, spesso
conoscevano più di una lingua straniera, prendevano parte agli affari).
I matrimoni nella Rus’ si organizzavano tramite accordi delle famiglie, gli
sposi di solito non si conoscevano tra di loro e si incontravano per la
prima volta durante la cerimonia nuziale. Manca qualsiasi testimonianza
scritta di relazioni romantiche o sensuali tra uomini e donne, se mai
potevano essercene nella Rus’ del 16° secolo
Esistono invece numerose testimonianze, sia di osservatori stranieri che
nazionali, le quali concordano nel ritenere straordinariamente diffusa
l’omosessualità maschile.
La chiesa ortodossa era molto preoccupata dalla diffusione
dell’omosessualità nei monasteri, ma verso le sue manifestazioni abituali si
mostrava piuttosto indifferente.
Nel “Domostroi” (trattato di morale ed economia domestica dell’antica
Russia) alla sodomia si accenna di sfuggita, tra le altre cose. Nello
“Stoglava” (1551) ad essa viene dedicato un capitolo speciale “Il peccato di
sodomia”, che esige di cercare di ottenere dai colpevoli un ravvedimento e
una correzione “ma coloro che non si correggono e non si pentono saranno
scomunicati e non potranno entrare in chiesa”.
Tuttavia, come notò non senza ironia Leonid Heller, l’ubriachezza
veniva condannata con maggiore energia.
Il mediocre poeta inglese George Terberville visse a Mosca come membro di
una missione diplomatica, nel 1568. Era il tempo di una delle più sanguinose
epurazioni organizzate dalla “opricina” (corpo creato per combattere
l’opposizione boiarda) di Ivan il Terribile. Terberville rimase colpito non
tanto dai tesori quanto dall’aperta omosessualità tra i contadini, che
imparò a chiamare con il termine russo “mužik”. Nell’epistola in versi “A
Dansi” (indirizzata al suo amico Edoardo Dansi) il poeta scriveva:
“Benché una degna moglie abbia il mužik ,
a lei preferisce l’amico pederasta.
Non fanciulle, ma ragazzi attira nel suo letto.
ecco, a qual peccato lo spinge l’ebbrezza”
(La variante letterale è più rozza:
“Benché un’allegra e bella moglie abbia il mužik,
che alla sua animalesca libidine accondiscende,
egli al peccato di sodomia si abbandona.
Mostro dalle grandi voglie, nel letto giace
non con la contadinotta, ma con un ragazzo:
a tale sporco peccato lo induce la sua testa ubriaca.
La moglie lo ne segue l’esempio
e lo ripaga dei suoi tradimenti notturni,
correndo la cavallina.”)
D’altra parte, il grande principe moscovita Vasilij III (che regnò dal 1505 al
1533) aveva, sembra, la sola tendenza omosessuale. Fece rinchiudere la prima
moglie, Solomonja Saburova, in convento, perché dopo 20 anni di matrimonio non
aveva avuto figli, ma probabilmente per colpa del marito. Dopo di che, Vasilij
sposò la principessa Elena Glinskaja, ma poté adempiere al dovere coniugale solo
a patto che si unisse a loro, svestito, uno degli ufficiali della sua guardia.
Elena si opponeva, ma non per motivi morali, come si potrebbe credere, ma nel
timore che, nel caso si spargesse la notizia, potesse ricadere sui suoi figli il
sospetto di illeggittimità.
Uno dei figli di Vasilij III ed Elena Glinskaja nacque demente, ma un
secondo governò la Russia con il nome di Ivan IV, più noto come Ivan il
Terribile. Egli si sposò almeno sette volte, ma anche lui era attratto dai
ragazzi vestiti da donna.
Il figlio di un ufficiale degli opri?niki, Aleksej Basmanov, il giovane
Fëdor (“dal sorriso di fanciulla, dall’anima di serpente”, secondo le parole
di A. K. Tolstoj), raggiunse un’importante posizione presso la corte, grazie
ad una provocante danza in abiti femminili al cospetto dello zar. Tolstoj
parla con grande franchezza del carattere di Fëdor e dei suoi legami con lo
zar nel romanzo storico “Il principe Serebrjanyj. Soprattutto, colpisce la
scena nella quale Fëdor, condannato al patibolo, vuole rivelare agli
abitanti di Mosca la natura dei suoi rapporti con lo zar, contando su questo
per sfuggire al supplizio, ma proprio in quel momento il boia lo decapita.
Lo stesso soggetto ispirò il film di Sergej Ejzenštejn su Ivan il Terribile
(il ballo in maschera), ma il regista diede all’episodio con Fëdor un
significato politico, invece che erotico, come era in realtà.
Tuttavia, l’omosessualità nella Moscavia non era diffusa solo alla corte
dello zar. Sigismund von Herberstein, che frequentò la Rus’ durante il regno
di Vasilij III, come ambasciatore del Sacro Romano Impero, annotò nel suo
libro “Appunti sui fatti moscoviti”che l’omosessualità maschile era diffusa
in tutti gli strati sociali.
A
giudicare dall’insieme, la condotta omosessuale maschile nella Rus’ di Mosca
non veniva repressa né con la legge né con il costume.
Come scriveva il prete croato Jurij Križani?, che visse in Russia dal 1659
al 1677, “qui in Russia, su tale ripugnante crimine, ci scherzano
semplicemente sopra e nulla avviene più di sovente del fatto che in pubblico
e con chiacchiere scherzose, uno si vanti di questo vizio, un altro lo
rinfacci a qualcuno e un terzo inviti a peccare; manca solo che commettano
il crimine davanti a tutti”.
L’unica protesta a tale riguardo, ed arriviamo al periodo precedente il
regno di Pietro il Grande, scaturì da ecclesiastici. L’arciprete Avvakum,
capo dei seguaci dello “staroobrjad?estvo” al tempo dello scisma religioso
del secolo XVII, riteneva che tutti gli uomini che si radessero la barba
fossero omosessuali. Nella sua colorita biografia “Vita dell’arciprete
Avvakum, scritta da lui stesso” racconta come “indiavolato arciprete” rese
furioso il voivoda Vasilij Petrovi? Šeremet’ev rifiutandosi di benedirne il
figlio “Matfej il glabro”. Secondo Avvakum il giovane cercava, in questo
modo, di apparire più seducente
Commentando questo passo, Gudzij ha scritto: ”La moda di radersi la barba
aveva allora un retrogusto erotico e si poneva in relazione con la diffusa
pratica della pederastia”.
A causa del rifiuto di benedire “il senza barba” il voivoda ordinò di
gettare Avvakum nel Volga.
Il Metropolita Daniil, un popolare predicatore moscovita dell’epoca di
Vasilij III, nel suo dodicesimo sermone (1530 circa) prima smaschera i
lussuriosi che passano il tempo con le “peccatrici”, ma subito arriva
all’altro aspetto della lussuria e disegna un ritratto piuttosto lapidario
degli omosessuali effeminati dl suo tempo: “Per invidia delle donne.
trasforma il suo viso maschile in femminile. O vorrebbe essere completamente
donna?” Daniil racconta che questi giovani si radono la barba, si ungono di
creme e lozioni, si imbellettano le gote, si spruzzano il corpo di profumi,
si depilano con le pinzette, si cambiano d’abito varie volte al giorno e
indossano stivali rosso-chiaro troppo piccoli per loro. Paragona la loro
preparazione alla lambiccata preparazione di pietanze e si chiede che
possano affascinare così acconciati.
Riassumendo tutte le notizie conservate sull’omosessualità maschile nella
Rus’, prima di Pietro il Grande, il famoso storico Solov’ëv scriveva – nel
tono vittoriano-puritano proprio della sua epoca: “Da nessuna parte, né in
Oriente né in Occidente, avreste potuto vedere facilmente come in Russia, un
peccato così ripugnante e contro natura”.
E così, nei secoli, mentre in Inghilterra, Olanda, Spagna e Germania gli
omosessuali venivano giustiziati, imprigionati o bruciati sul rogo, in tutte
le legislazioni russe, a partire dalla “Russkaja Pravda” e fino all’epoca di
Pietro il Grande, questo fenomeno non viene né menzionato, né punito.
La prima volta, nella storia russa, che apparve una condanna contro “la
fornicazione contro natura” fu nel codice militare di Pietro Primo. Nel 1706
nel “Breve articolo” del principe Menšikov, veniva introdotto il rogo per “i
rapporti contro natura con il bestiame”, “dell’uomo con l’uomo” e per “la
fornicazione con i bambini”.
Tuttavia, lo zar Pietro, nell’intensa vita sessuale del quale non mancavano
tratti di bisessualità, aveva prontamente mitigato simile condanna. Nel
regolamento militare di Pietro, nel 1716, non si parla più di rogo ma solo
di punizioni corporali o di “Prigione a vita” nel caso si fosse usata
violenza.
Secondo specialisti del periodo antecedente la rivoluzione del 1917, questi
codici del tempo di Pietro, riguardavano solo i soldati e non interessavano
affatto il resto della popolazione.