Traduzione a cura di Alida della
CGIL, ufficio Nuovi Diritti.
Si ringrazia per l'interessamento Maria Gigliola Toniollo.
.
Il
Governo provvisorio, formato da democratici-costituzionali e socialisti-rivoluzionari
dopo l’abdicazione di Nicola II nel febbraio del 1917, rimase in carica
8 mesi in tutto. Il regime, continuamente sabotato dai monarchici a destra
e dai bolscevichi a sinistra, cercò di difendere i diritti e la
libertà dell’uomo in una situazione come quella Russia che non aveva
mai avuto una simile esperienza.
Fu
il periodo in cui alle donne e alle minoranze vennero concessi tutti i
diritti civili e politici, compresi quelli elettorali. La presa del potere
da parte di Lenin e Trockij, nell’ottobre del 1917, fu salutata da molti
allora come un consolidamento dei diritti, conquistati con le rivoluzioni
del 1905 e del 1917. Ma per quanto riguarda i diritti e le libertà
personali (inclusa l’omosessualità) la rivoluzione di ottobre era
piuttosto la negazione delle due precedenti rivoluzioni, più che
la loro continuazione.
La
rivoluzione di ottobre interruppe il naturale processo di sviluppo della
cultura omosessuale in Russia. I bolscevichi odiavano qualsiasi tipo di
sessualità che si sottraesse al controllo statale e non avesse come
scopo la riproduzione. Oltre a ciò, come nelle sinistre europee,
essi associavano l’amore omosessuale alla corruzione della classe dominante
ed erano convinti che con la rivoluzione proletaria sarebbero scomparse
tutte le perversioni sessuali.
L’iniziativa
di cambiare la legislazione anti-omosessuale dopo la rivoluzione di febbraio
appartiene non tanto ai bolscevichi quanto ai cadetti e agli anarchici.
Comunque, dopo l’Ottobre, con l’abrogazione del vecchio Codice penale anche
i suoi articoli corrispondenti persero forza. Nei codici penali della RSSFR
(Repubblica Socialista Sovietica Federativa Russa) del 1922 e del 1926
l’omosessualità non viene menzionata, benché là dove
era maggiormente diffusa, nelle repubbliche islamiche di Azerbajdžan,
Turkmenija
e Uzbekistan, e persino nella Georgia cristiana, le leggi corrispondenti
fossero mantenute.
I
medici e i giuristi sovietici erano molto fieri della modernità
della loro legislazione.
Al
Congresso mondiale della lega per le riforme sessuali, tenutosi a Copenhagen
nel 1928, fu addirittura portata ad esempio degli altri paesi. Nel 1930,
Mark Serejskij scrisse sulla Grande Enciclopedia Sovietica: “La legislazione
sovietica non conosce i cosiddetti reati, diretti contro la moralità.
La nostra legislazione, che deriva dal principio della difesa della società,
prevede una punizione solo in quei casi in cui l’oggetto dell’interesse
degli omosessuali sia un bambino o un minorenne...."
Tuttavia,
la formale decriminalizzazione della sodomia non significava la cessazione
delle persecuzioni penali degli omosessuali, all’insegna della lottaalla
corruzione dei minorenni e alla “condotta indecente”. Nell’autunno del
1922, già dopo la pubblicazione del nuovo codice penale, si tenne
a Pietrograd un clamoroso processo contro un gruppo di marinai della marina
da guerra, che si riunivano in un appartamento privato, in qualità
di esperto per l’accusa intervenne V.M. Bechterev.
In
un secondo caso, fu sottoposta a giudizio una coppia di lesbiche, una delle
quali aveva “illegalmente” cambiato il proprio nome da Eugenia in Eugenio
e che, nello stesso tempo, si erano rifiutate di assoggettarsi alla richiesta
di rompere il loro matrimonio di fatto.
La
posizione ufficiale della medicina e della giurisprudenza sovietiche negli
anni ’20 si limitava ad affermare che l’omosessualità non era un
crimine, ma una malattia di difficile guarigione o addirittura incurabile:
“Comprendendo l’erroneo sviluppo dell’omosessuale, la società non
addossa e non può addossarne la colpa al portatore di tale peculiarità....
Sottolineando
il significato delle origini, da dove provenga tale anomalia, la nostra
società, accanto a misure profilattiche e sanitarie, crea tutte
le condizioni indispensabili affinché i conflitti vitali degli omosessuali
si svolgano in modo indolore e affinché l’alienazione, ad essi innata,
venga riassorbita in una nuova collettività”.
La
nota scrittrice Nina Berberova aveva un’opinione particolare. Riteneva
che l’errore consistesse nel modo di intendere la posizione dei leader
bolscevichi in relazione alla libertà degli omosessuali, errore
sorto in Germania e Gran Bretagna negli anni ’20 e che acquistò
larga diffusione in occidente negli anni ’70. Di solito lo motivavano con
una dichiarazione del governo leninista del dicembre del 1917 sulla riforma
di tutte le leggi contro gli omosessuali. Tuttavia, fu cambiato l’intero
Codice penale dell’impero russo. Nina Berberova, che abbandonò l’Unione
Sovietica nel 1922 e che aveva molti amici omosessuali sia in Urss che
tra gli emigrati, parlando di alcune pubblicazioni americane che affermavano
che l’omosessualità era stata legalizzata dai leader bolscevichi
nel 1917, trovava ciò semplicemente ridicolo. “Ma allora con la
riforma del vecchio codice penale hanno anche legalizzato l’omicidio, lo
stupro e l’incesto, - diceva – poiché contro tutto ciò da
noi negli anni 1917-1922 non esistevano leggi scritte”.
Procedimento
legale contro gli omosessuali.
Già
negli anni ’20, le possibilità di un’aperta discussione filosofica
ed artistica su questo tema, aperta all’inizio del secolo, tendevano al
negativo. Il tema dell’omosessualità diventò sempre più
raro nella letteratura degli anni ’20, benché ancora si incontri
presso un grande scrittore come Andrej Platonov (nel racconto “Villaggio
di posta” della serie degli episodi omoerotici “?evengur”).
Alla
fine della guerra civile fu compilato il nuovo Codice penale sovietico,
al quale nel 1926 vennero apportate delle correzioni. Per quanto riguardava
la sfera sessuale il nuovo codice vietava rapporti sessuali con bambini
fino ai sedici anni, prostituzione maschile e femminile e ruffiani.
In
seguito la situazione peggiorò. Il 17 dicembre del 1933 venne pubblicato
il Decreto del VZIK (Comitato Esecutivo), che divenne legge nel marzo del
1934, secondo il quale l’omosessualità divenne nuovamente un reato
penale; questa norma fu inserita nei codici penali di tutte le repubbliche
sovietiche. Secondo l’articolo 121 del Codice penale della Repubblica Sovietica
Russa l’omosessualità veniva punita con la privazione della libertà
per un periodo fino a 5 anni, ma nel caso di uso di violenza fisica o di
minacce, o di rapporti con minorenni, o di sfruttamento della posizione
dipendente della vittima, fino a 8 anni. Nel gennaio del 1936 il commissario
del popolo per la giustizia Nikolaj Krylenko affermò che l’omosessualità
è il prodotto della corruzione delle classi sfruttatrici, che non
hanno niente da fare; nella società socialista, fondata su sani
principi, per tali persone, secondo Krylenko, non deve esserci assolutamente
posto. L’omosessualità veniva, in questo modo, direttamente collegata
al concetto di “controrivoluzione”.
In
seguito, i giuristi e i medici sovietici parlarono sull’omosessualità
principalmente come la manifestazione “della decadenza morale della borghesia”,
ripetendo letteralmente gli argomenti dei fascisti tedeschi.
L’articolo
121 toccò il destino di molte migliaia di persone. Dal 1930 agli
anni ’80 ogni anno, a causa sua, venivano condannati e mandati in prigione
e nei lager circa 1000 persone.
Alla
fine degli anni ’80 la cifra cominciò a diminuire. Secondo i dati
del Ministero della giustizia della Repubblica Russa, nel 1989 in Russia
furono processate per l’articolo 121 538 persone, nel 1990 - 497, nel 1991
– 462, nel primo semestre del 1992 – 227.
In
verità, non si sa come, a tale proposito, erano suddivisi i condannati
secondo l’articolo 121.1 e 121.2 e se tale cifra comprendeva le persone
già condannate, che si trovavano già nei posti di detenzione,
il numero delle quali potrebbe essere rilevante. Secondo la testimonianza
del MVD, al momento dell’abrogazione dell’articolo 121.1 nel maggio del
1993, nelle carceri si trovavano 73 uomini, condannati esclusivamente per
rapporti sessuali volontari con altri uomini adulti e 192 uomini, che scontavano
una pena che comprendeva questo ed altri articoli.
Lo
stesso sistema penitenziario russo ha prodotto omosessualità.
I
simboli sessuali criminali, la lingua e i riti, sono ovunque collegati
strettamente con i rapporti gerarchici di potere, dominio e sottomissione,
essi sono più o meno stabili e universali quasi in tutte le comunità
maschili chiuse. In un ambiente criminale, la violenza carnale, reale o
simbolica, rituale (basta proferire, anche non conoscendo il loro significato,
certe parole o compiere un certo rituale), rappresenta prima di tutto il
modo di instaurare o rafforzare rapporti di potere. La vittima, come se
non si opponesse resistenza, perde la sua dignità e il suo prestigio
maschile, mentre al contrario l’aggressore li vede crescere.
Quando
avviene un “cambio di potere” i capi precedenti, a loro volta, vengono
violentati e naturalmente scendono in basso nella gerarchia. Il fatto non
dipende dalle tendenze sessuali e neanche dalla mancanza di donne, ma si
basa sulla forza bruta dei rapporti sociali di supremazia e sottomissione,
che consacra questo sistema, il quale viene imposto a tutti i nuovi arrivati
e si tramanda di generazione in generazione.
I
più sicuri candidati allo stupro sono i giovani carcerati. Secondo
una ricerca medico-sociologica, su 246 prigionieri, aventi contatti omosessuali
noti agli amministratori del lager, la metà ha dichiarato di aver
subito uno stupro già nella cella del carcere preventivo, il 39%
sulla strada verso la colonia penale e l’11% nello stesso lager.
La
maggioranza di questi uomini in precedenza non aveva mai avuto esperienze
omosessuali, ma dopo lo stupro che li trasformava in “cani bastonati”,
non potevano più tornare indietro.
La
terribile situazione dei “cani bastonati” e l’imperversare di violenze
sessuali nelle prigioni e nei lager sono descritte in modo dettagliato
nelle innumerevoli memorie dei dissidenti (Andrej Amalrik, Eduard Kuznecov,
Vadim Deloné, Leonid Lamm, ecc.) e nei racconti di coloro che vi
si sono trovati a causa dell’art. 121 o che sono diventati vittime di violenza
sessuale nel lager (Gennadij Trifonov, Pavel Masal’skij, Valerij Klimov,
ecc.).
“Nella
situazione non cadono solo coloro che avevano già una tendenza all’omosessualità,
ma anche per altre differenti ragioni. A volte basta avere un aspetto delicato
e un carattere debole. Per esempio, hanno portato un gruppo al bagno. Ci
siamo lavati (in qualche modo, perché c’era un solo rubinetto per
cento uomini, sapone insufficiente, le docce non funzionano), Siamo usciti
nell’anticamera. Un ladro che spadroneggia valuta tutti con lo sguardo
e decide: “Tu, tu e tu rimanete nella stanza da bagno” e ride in modo sgradevole.
I ragazzi sui quali è caduta la scelta tornano nel bagno. In anticamera
irrompe sghignazzando un’orda di noti ladri. Si spogliano e mostrando i
muscoli, vanno là dove sono appena spariti i nostri ragazzi. Fanno
uscire il nostro gruppo. La sera tardi i ragazzi ritornano piangendo e
in gruppo si nascondono in un angolo. Nessuno si avvicina a loro. La loro
sorte è segnata”.
Un
sistema simile, benché meno crudele, vigeva anche nei lager femminili,
dove “stallone” rozze, mascoline e con nomi maschili comandavano a bacchetta
quelle che dipendevano da loro “come oggetti di piacere”.
Questi
ruoli sessuali erano irreversibili. Se i criminali uomini riuscivano ad
irrompere nel lager femminile, ritenevano che il maggiore atto di coraggio
fosse quello di usare violenza alla “stallona”, la quale, dopo ciò,
era obbligata a suicidarsi. L’amministrazione delle carceri o del lager,
anche volendolo, era praticamente impotente a cambiare questi rapporti,
preferendo utilizzarli per i propri fini.
La
minaccia “........” veniva spesso usata dai giudici istruttori o dalle
guardie del lager per ottenere dalla vittima indicazioni importanti o per
arruolarla.
Insomma,
gli usi delle prigioni sovietiche e l’assunzione di certi rituali, lingua
e simboli, si distinguevano poco da quelli delle istituzioni penitenziarie
americane o di altri paesi, ma essendo le prigioni sovietiche organizzate
in modo molto peggiore che in occidente, tutto lì risulta più
crudele e terribile.
Dalla
subcultura criminale, che penetrava di sé tutti i lati della vita
della società sovietica, i corrispettivi usi erano diffusi perfino
nell’esercito.I “rapporti non-regolamentari”
del nonnismo, ovvero il potere tirannico dei soldati “anziani” sulle reclute,
spesso includono chiari e aperti elementi di violenza sessuale. Detto ciò,
ne le vittime né gli aguzzini sono necessariamente omosessuali,
semplicemente i più deboli sono costretti a cedere ai più
forti e l’atto omosessuale sancisce questi rapporti. Secondo quanto riferito
da un autore anonimo, che ha interrogato più di 600 soldati, “ la
tecnica dello stupro è ovunque l’unica e la stessa: in genere, dopo
la ritirata due o tre “nonni” portano la vittima prescelta nello stenditoio,
nel magazzino o in altro luogo isolato e rafforzando la propria richiesta
per mezzo di pugni, gli propongono “di servire il nonno”. In cambio dell’arrendevolezza
gli offrono una “vita piacevole”, liberazione dalle corvée e protezione.
Le
promesse vengono di rado mantenute e il credulone, il cui ruolo sessuale
diventa presto noto a tutta la compagnia, per tutto il periodo di ferma
sopporterà una doppia pena e resterà per sempre “il cocco”
e dovrà servire anche i ragazzi della sua stessa leva.
L’articolo
121 pendeva come una spada di Damocle anche su coloro che non finivano
in prigione. La polizia e il KGB avevano gli elenchi di tutti gli omosessuali
riconosciuti o solo sospettati, e usavano queste a scopo di ricatto. Questi
elenchi, si capisce, esistono ancora oggi.