CUBA
Rome Gay News N. 51, 1 ott 1994
CUBA
di Massimo Consoli
dal “Guardian” del 28 Ottobre 1987
Isolati dagli altri.
Dopo secoli che era scomparsa dalla memoria di ogni popolo civile, Cuba ricomincia con la barbara istituzione della quarantena.
Tutto bene nell'isola caraibica?
di Karen Wald
a cura di Massimo Consoli
Quella
che segue è un'intervista esclusiva a Hector Terry, del Ministero della Sanità
a Cuba. In quest'isola, per chiunque risulti positivo al virus aids è
attualmente in vigore la quarantena ed il divieto ad effettuare qualsiasi tipo
di attività lavorativa. Questa posizione contraddice le raccomandazioni
praticamente unanimi della comunità scientifica, delle organizzazioni che si
occupano dei diritti dei malati e dei gruppi americani per le libertà civili.
Inoltre, il direttore del Programma Speciale Aids nell'ambito
dell'Organizzazione mondiale della Sanità, ai primi di ottobre ha firmato un
vigoroso appello contro ogni tipo di ostracismo nei confronti di chi è vittima
dell'aids, sottolineando che la malattia è trasmessa in modi che "possono
essere razionalmente prevenuti”, senza dover ricorrere alla quarantena. “Il
modo in cui la nostra società si prenderà cura delle persone infettate dal
virus aids", ha continuato, "non solo metterà alla prova i nostri
valori fondamentali, ma probabilmente marcherà la differenza tra il successo ed
il fallimento delle strategie di controllo dell'aids ad un livello
nazionale".
La redazione del "Guardian" di New York ha pubblicato
questo articolo con lo scopo dichiarato di far sapere ai suoi lettori come si
regola con l'aids un paese socialista e per sollecitare ulteriori commenti da
parte del pubblico.
Avana: Mentre l'epidemia di aids sta devastando parecchi Paesi
del terzo mondo e si diffonde rapidamente in quello industrializzato, Cuba ha
preso un ventaglio di iniziative con la speranza di proteggere la sua
popolazione. Lo scopo è duplice: diminuire le possibilità per chi è portatore
del virus di trasformarsi in un malato di aids; ed impedire al male di
diffondersi tra la popolazione. Le autorità mediche affermano che finora hanno
avuto un grosso successo. Ma una delle misure che hanno preso per sostenere
questa linea, è molto controversa: hanno chiuso in un sanatorio tutti i cubani
risultati sieropositivi.
Indipendentemente dalle loro condizioni di salute, a tutti
questi è stato vietato di lavorare. Però possono allontanarsi per brevi visite
in famiglia, dietro rilascio di uno speciale lasciapassare. In un recente
discorso, Fidel Castro ha difeso questa misura affermando che fino ad oggi ci
sono stati pochi casi a Cuba, che la quarantena è per il bene stesso dei
sieropositivi e del resto della popolazione, e che le nazioni occidentali che lo
criticano, lo fanno perché, con il numero enorme di casi che si ritrovano nei
loro ospedali, non possono permettersi di seguire il suo esempio.
Cuba ha dato inizio alla sua campagna nazionale contro la
sindrome immunodeficitaria acquisita nell'agosto del 1983, dopo che alcuni
funzionari del ministero della sanità avevano partecipato ad una speciale
iniziativa sponsorizzata dall'organizzazione Panamericana per la Salute. Il Dr.
Hector Terry, del Ministero della Sanità ("Deputy Public
Health
Minister"), in una recente intervista ci ha parlato dei passi compiuti
finora.
"La prima cosa che abbiamo fatto, appena tornati a Cuba è
stata l'istituzione di una commissione nazionale per cominciare le ricerche e
preparare un piano di azione per prevenire l'aids nell'isola. Ed alcune
decisioni le abbiamo prese con molta rapidità, come quando abbiamo vietato
l'importazione di emoderivati da Paesi affetti dalla malattia. Alla fine, questa
politica ci ha portati a decidere di non importare per niente il sangue o i suoi
prodotti, da nessun Paese, e di far conto sulle sole risorse di Cuba. Poi, il
Ministero della Sanità ha istituito un gruppo multidisciplinare di medici e
ricercatori che si occupano dell'aids a tempo pieno. La loro prima mossa è
stata la preparazione di un programma diagnostico di controllo basato su sintomi
concreti che possono essere osservati negli ospedali (come ripetuti casi di
polmonite o di quel cancro conosciuto sotto il nome di Sarcoma di Kàposi), che
indicano la possibilità di trovarsi di fronte ad un caso di aids".
Terry continua raccontando che, una volta appurato che l'aids è
provocato da un virus, e che quel virus è stato isolato da ricercatorí sia
francesi che statunitensi, Cuba si è messa all'opera per acquistare la
tecnologia necessaria per cominciare l'analisi dei cosiddetti "gruppi a
rischio". Questi, a Cuba, sono rappresentati dagli studenti che hanno
studiato all'estero, dagli emofilici e da chiunque sia stato a contatto con
stranieri di passaggio nell'isola, specialmente nell'ambito dell'industria
turistica (alberghi e ristoranti). Terry non ha fatto riferimenti a maschi gay
come un possibile gruppo a rischio. E neanche i tossicodipendenti per via
endovenosa sono considerati fonte di contagi nell'isola. "La
tossicodipendenza non è un problema sanitario o sociale, qui", ci ha detto
Terry, continuando: "Per la fine del 1985, il governo cubano è stato
capace di acquisire tutti i mezzi tecnici necessari ad analizzare l’intera
riserva di sangue del Paese. E sostenendo una forte spesa. A quel punto, è
stata presa la decisione di controllare anche tutti i membri dei gruppi a
rischio preparandosi a fare lo stesso con l'intera popolazione di Cuba”.
Questo programma, secondo Terry, richiedeva un investimento
enorme: Cuba ha speso più di 3 milioni di dollari per acquistare i reagenti
necessari e tutto l'equipaggiamento per organizzare laboratori nelle banche del
sangue oltre che nei centri epidemiologici e d'igiene per tutto il Paese.
L'altro punto nodale si è riscontrato nell'educazione: bisognava assicurarsi
che la popolazione impari le caratteristiche della malattia e le modalità di
trasmissione. "Il governo può arrivare fino a questo punto, poi, tutto
dipende dal comportamento individuale", dice Terry. "La gente deve
proteggersi sapendo bene cosa sta facendo, perché fino ad oggi non esiste altra
via per difendersi".
Incidenza a Cuba
"Fino
a questo momento il nostro tasso d'infezione è molto basso", continua
Terry. "Abbiamo avuto quattro persone che si sono ammalate e poi sono
morte. In più, ci sono 141 portatori del virus, che danno un totale di 145 casi
di aids. Questi dati sono il risultato di ben 1.660.000 test sanguigni
effettuati per tutto il Paese fino alla fine di agosto, ed includono alcuni
pazienti che hanno ripetuto il loro esame per confermare un responso dubbio o
preoccupante. In ogni caso, in sedici mesi di analisi sono state esaminate più
di un milione di persone che corrispondono al 10% della popolazione compresa tra
le fasce d'eta più a rischio. Attraverso il nostro controllo dei donatori di
sangue, abbiamo scoperto 17 portatori del virus, cioè appena lo 0.0026%, che è
la percentuale più bassa riscontrata nel mondo".
Terry aggiunge che i 141 sieropositivi non hanno mostrato alcun
segno clinico della malattia. "Qualche problema è uscito fuori durante i
test immunologici effettuati, ma stanno tutti in buona salute, ci si occupa di
loro con molta cura e seguendoli attentamente dal punto di vista medico,
controllandone la dieta e tenendoli lontani da ogni occasione di stress.
Facciamo degli sforzi enormi per impedire che la loro sieropositività si
trasformi in malattia".
Per quel che riguarda la politica di isolamento, Terry spiega:
"Il centro di quarantena è un sanatorio. Abbiamo poche persone con il
virus e crediamo che, a causa di ciò, la nostra situazione sia unica. In
termini epidemiologici noi abbiamo la possibilità di controllare la diffusione
dell'aids e di impedire che diventi una diffusa epidemia com'è ormai in altri
Paesi, dove non si sa come affrontarla, ridurla o eliminarla". "Noi ci
troviamo in una posizione fortunata per prendere questo tipo di decisioni, e per
aspettare un po', visto che non stiamo parlando di un qualcosa di permanente,
che dura tutta una vita. Stiamo parlando di una situazione dialettica".
Terry spiega che la quarantena non significa che i pazienti
siano completamente isolati. "Possono visitare le loro famiglie a casa,
uscire con un permesso, ricevere i parenti ogni giorno ed anche gli amici. Noi
gli paghiamo un intero stipendio. Questo è molto importante, così non devono
avere la preoccupazione di mantenere le loro famiglie".
"In aggiunta a ciò, queste stesse famiglie ricevono
un'attenzione tutta particolare. Infatti, abbiamo costituito un gruppo di lavoro
formato da psicologi, sociologi e assistenti sociali che si occupano non solo
dei pazienti e dei loro problemi, ma anche dei loro familiari. E li abbiamo
aiutati a risolvere un sacco di problemi; fatto, questo, che contribuisce alla
loro pace mentale". "Altri Paesi non hanno questa opzione, questa
possibilità", continua l'alto rappresentante del Ministero della Sanità,
"Noi trattiamo i nostri pazienti da un punto di vista medico per mantenere
il loro attuale stato di salute. Ogni volta che dalla comunità scientifica ci
arriva qualche novità, un nuovo medicinale, noi cerchiamo di scoprire se può
essere utile ad evitare che il virus venga attivato e che porti il paziente ad
un aids conclamato". "Questo aspetto (la quarantena) è controverso.
Alcuni scienziati non la condividono", riconosce Terry, aggiungendo, tutta
via, che le obiezioni provengono "più da posizioni politiche che
scientifiche. Ma siamo convinti che il nostro Paese abbia una buona occasione
che non deve perdere. Stiamo cercando di contenere la diffusione del virus
attraverso i rapporti sessuali che i nostri pazienti potrebbero avere con altra
gente non infetta”.
Passeggiate sulla spiaggia
Secondo
Terry, il luogo fisico della quarantena "non è un ospedale, è un
sanatorio". Quelli confinati lì "hanno un vasto programma di attività,
fanno esercizi, praticano sport e ginnastica con un istruttore di educazione
fisica per essere sicuri di mantenersi in forma. Vedono la tv, film, video
cassette, possono utilizzare tutte le attività ricreative. Vengono anche
accompagnati sulla spiaggia ed in altre escursioni. Poi, stiamo studiando la
possibilità di dare inizio ad una attività artigianale così che possano
lavorare e condurre una vita più normale che sia possibile. Il nostro obiettivo
non è di spingerli ad una esistenza isolata, ma di cercare tutti i mezzi
possibili per evitare che sviluppino la malattia e che la diffondano al resto
della popolazione".
Richiesto di parlare dei diritti umani coinvolti, Terry dichiara
che domande del genere sono state poste solo dai "nemici della
rivoluzione". "Il nostro Paese ha la sua filosofia”, tiene a
sottolineare, "ed il primo principio di questa filosofia è il rispetto
della dignità umana. Io credo che un atto di dignità umana consista nell'aver
cura dell'individuo. Lei sa che noi non risparmiamo nulla per dare al nostro
popolo il miglior servizio sanitario del mondo. E nella battaglia contro l'aids
applichiamo lo stesso principio. L'aids è stato definito la «peste del XX°
secolo». Noi non vogliamo che diventi la peste di Cuba". "Quale altro
Paese sarebbe capace di pagare ad ogni vittima dell’aids, ad ogni
sieropositivo, il suo intero stipendio, come facciamo noi? Io credo che tutto ciò
sia strettamente legato all'intera questione dei diritti umani ed alle
controversie che ne scaturiscono. Ci sono Paesi che blaterano di aiuti umani,
come gli USA, e dove una persona che si ammala di aids può morire di fame, può
perdere il suo lavoro e non entra facilmente in un ospedale. L'assistenza gli
costa $ 700 al giorno. E le loro stesse cifre indicano che negli USA ci sono due
milioni di portatori del virus. Ebbene, che cosa ci faranno con due milioni di
sieropositivi? La loro situazione è molto diversa dalla nostra". "E'
un argomento controverso, ma ogni Paese deve prendere le sue decisioni basandole
sulla propria situazione e sulle proprie possibilità per evitare che l'aids
esploda in una epidemia incontenibile. Io ripeto che la messa in quarantena in
un sanatorio non è permanente. Verrà trattata dialetticamente. Stiamo
studiando la situazione e quando ci accorgeremo che non è la soluzione
migliore, o che ci sono altre possibilità, agiremo di conseguenza, basandoci
sempre su dati scientifici. Altrimenti non saremmo scienziati".
Diritti durante la quarantena
Terry
dice ancora che tra le 31 donne ed i 110 uomini rinchiusi nel sanatorio, ci sono
"omosessuali eterosessuali e bisessuali". Richiesto se ai pazienti
eterosessuali sia permesso avere relazioni erotiche con i loro coniugi, Terry
risponde: "Si. Nessuno ha detto loro che non devono farlo. Ma noi li
informiamo dei rischi, dei pericoli, e poi dipende dalla coppia prendere una
decisione in merito". Un paziente gay può ricevere le visite del suo
partner, aggiunge Terry al quale, però, non è stato chiesto se a coppie del
genere sia anche permesso di avere rapporti sessuali. Gli è poi stato domandato
se qualche paziente ha negato di essere malato o si è opposto alla quarantena.
"In generale non abbiamo avuto questo problema",
ha detto, "poiché il lavoro è stato svolto da personale medico altamente
qualificato e sarebbe molto difficile per chiunque non credere nei risultati del
test, che sono stati confermati e riconfermati. Ed è anche un quadro
epidemiologico, perché l’infezione è pur stata contratta da qualche parte.
Noi non abbiamo avuto questo tipo di problemi con gente che nega la realtà
della situazione". "Infatti", continua, "abbiamo ricevuto
una totale cooperazione da ogni paziente, poiché spieghiamo a tutti i rischi
che corrono le loro famiglie, i loro partner sessuali, ecc., ed alla fine,
diciamo che stiamo cercando un modo per mantenere la loro salute. Non ci
interessa sapere se il paziente è omosessuale oppure eterosessuale. Il problema
non è questo. Noi ci rivolgiamo ad una persona in quanto paziente che ha
bisogno di un particolare trattamento. Noi ci occupiamo di quello che lui ha, e
non di quello che lui è".
(Alcuni osservatori hanno espresso preoccupazione per una
potenziale esplosione di omofobìa a Cuba conseguente all’apparizione
dell’aids. Per un breve periodo durante gli anni ‘60 molti gay venivano
rastrellati e spediti nei campi di lavoro. La spiegazione ufficiale era che la
comunità gay rappresentava un settore sociale decadente pieno di rischi reali e
potenziali per la sicurezza del Paese. In tempi recenti Cuba ha criticato quegli
avvenimenti ed ha stabilito una politica più illuminata verso l’omosessualità.
Tuttavia alcune voci critiche insistono che i gay continuano ad avere difficoltà
nell’essere accettati nella società cubana. Secondo Terry l’apparire
dell’aids non ha scatenato né omofobìa né un'atmosfera da caccia alle
streghe. Nota dell'editore americano)
“Portiamo avanti il nostro programma fornendo al pubblico
un'infinità di informazioni scientifiche, portando chiarimenti sui modi di
trasmissione e non generando fenomeni come l'omofobìa e la repressione
sessuale. In alcuni Paesi i mass media, per motivi commerciali, danno origine a
questi fenomeni per vendere più riviste, più giornali. Ma noi non abbiamo
bisogno di vendere più riviste o più giornali. Non abbiamo bisogno di
utilizzare l’aids per attirare la gente davanti al video o per spingere
qualche gruppo a finanziare la ricerca aids. Qui non abbiamo bisogno di niente
di simile Nel nostro Paese non perseguitiamo gli omosessuali. Non abbiamo
generato alcuna azione o fobìa contro gli omosessuali com’è invece accaduto,
ad esempio, negli Stati Uniti. Sappiamo che succede in altri Paesi, ma qui, no!
Siamo partiti dall'idea che l'aids è trasmesso da quello che uno fa', e non da
quello che uno è, e di conseguenza non c'è ragione di creare nessuna
persecuzione o fobìa contro nessun paziente".
Gli stranieri come causa.
Membri
della comunità gay intervistati sul posto hanno dichiarato che non c’è stato
alcun aumento nell’omofobìa o nelle aggressioni contro i gay, in seguito
all'aids. Questo viene attribuito al fatto che il governo non ha colpevolizzato
i gay come portatori della malattia. Terry ha commentato anche le teorie
ampiamente diffuse negli Stati Uniti
che
l'aids a Cuba è il risultato del coinvolgimento militare del Paese in Angola.
"Stiamo analizzando chiunque possa essere considerato a rischio",
ripete. "Una volta che si è venuti a conoscenza della cifra
spaventosamente alta raggiunta dall'aids in Africa, abbiamo incluso nei gruppi a
rischio non solo gli internazionalisti , ma chiunque abbia lavorato fuori del
Paese per un lungo periodo di tempo. Abbiamo fatto l'esame del sangue a chiunque
sia stato all'estero per lavoro dal 1975 in poi, ed io non credo che sia stato
fatto lo stesso in qualche altro Paese. I nemici della rivoluzione hanno usato
la scusa degli internazionalisti che avevano lavorato in Africa, inventando la
teoria che l' aids è sbarcato nel continente americano insieme agli
internazionalisti cubani che tornavano dal continente nero. Nessuno scienziato
che meriti questo titolo darebbe il minimo credito a queste voci, non fosse
altro perché, prima di tutto, bisognerebbe stabilire se l'aids viene
dall'Africa, o se vi è stato introdotto". "Dopo più di un milione di
test, posso dire che virtualmente tutti i casi che abbiamo avuto sono legati
alla trasmissione per via sessuale e per tramite stranieri provenienti dai Paesi
capitalisti. I quattro morti che abbiamo avuto finora, hanno contratto la
malattia tutti quanti attraverso relazioni sessuali con stranieri che venivano
dai Paesi capitalisti. Alcuni hanno preso il virus da forestieri in visita a
Cuba, altri si sono contagiati viaggiando all'estero", dice Terry. "Un
gruppo che si è infettato attraverso rapporti con stranieri, ha poi passato il
virus ad altri cubani all' interno del Paese. Ci sono state una grande varietà
di situazioni diverse, ma tutte hanno avuto un fattore centrale: relazioni
sessuali con stranieri. Eppure non abbiamo dato inizio ad alcuna forma di
xenofobìa", aggiunge. "Ho appena detto che tutti quelli che si sono
ammalati lo devono a rapporti con stranieri. Ebbene, non ci dovrebbe essere
bisogno di queste relazioni, visto che abbiamo così tanti uomini e donne
attraenti a Cuba. Nonostante ciò non abbiamo iniziato, né inizieremo, una
campagna xenofoba o nient'altro del genere. In poche parole: non è una
caratteristica del nostro popolo.”
Educare il pubblico
“Il pubblico riceve le informazioni senza alcun sensazionalismo, senza creare alcuna isteria o panico" aggiunge Terry. "Ancora non abbiamo usato i mass media come dovremmo. Probabilmente c'è una falla nel programma. Abbiamo usato tutti i ministeri e tutti gli uffici statali, organizzando conferenze per tutti i lavoratori in certi dicasteri, specialmente quelli nelle aree ad alto rischio. Utilizziamo anche il programma di educazione sanitaria ed i centri/video popolari per tutto il Paese. Mostriamo dei videotapes ed abbiamo medici pronti a rispondere a qualsiasi domanda. Questi sistemi li abbiamo utilizzati molto, ed un sacco di giovani sono venuti da noi. Ora stiamo preparando altre attività con le organizzazioni di massa, il «Comitato di Difesa della Rivoluzione», associazioni di studenti e di donne. Lavoriamo con altre istituzioni scientifiche del Paese che forniscono una insostituibile assistenza, ed abbiamo un occhio aperto a tutte le possibilità in qualsiasi parte del mondo. E cerchiamo di sintetizzare quel che si fa a livello internazionale. Qui noi abbiamo il gruppo SUMA, che sta sviluppando la tecnologia cubana per realizzare test diagnostici su vasta scala. Con un campione microscopico di sangue noi possiamo diagnosticare l'aids. Cercheremo, per l'anno prossimo, di introdurre questi servizi nelle nostre banche del sangue ed in tutti i centri d'igiene ed epidemiologici. E ci stiamo preparando per analizzare almeno ogni anno l'intera popolazione a questi stessi indirizzi". Così conclude Terry: "Ci stiamo preparando ad un programma veramente molto ampio".
Tutto bene? Pare proprio di no!
di David Thorstad
Lettera aperta a “The Guardian” e, per conoscenza a “The New York Native”, New York
Caro
Guardian,
La pubblicazione dell’intervista di Karen Wald al “Deputy
Public Health Minister”, Héctor Terry, sulla quarantena dei 141 sieropositivi
all”hiv, è stata interessante. Ma è anche stata di sgradevole lettura.
Nonostante gli sforzi di Terry (e di Wald) di presentare la politica cubana
sotto la luce più favorevole, non si può sfuggire dall’arrivare ad un certo
numero di conclusioni:
1) Sebbene non sia stato ancora stabilito con certezza che l’hiv
sia la causa dell’aids; sebbene risultare sieropositivo alla presenza del
virus non sia lo stesso che avere l’aids (e nessuno degli interessati a Cuba
ha sinora sviluppato i sintomi della sindrome); e sebbene mettere in quarantena
individui positivi all’hiv non sia né richiesto dalla corrente evidenza
medico-scientifica, né utile come misura sociale per contenerne la diffusione,
Terry scarta ogni interrogazione sulla politica del governo cubano, in quanto
sollevata solo da “nemici della rivoluzione”.
Tutto ciò è non solo ridicolo, ma anche un tentativo vizioso
di zittire ogni critica scientifica della politica governativa, compresa quella
dei sostenitori della rivoluzione cubana.
Non è sbagliato pensare che ben pochi omosessuali cubani (e più
probabilmente nessuno) hanno il coraggio di mettere in dubbio la politica del
governo, ed anche se poi lo volessero fare, non avrebbero nessun mezzo per
poterlo fare realmente.
2) Terry dice che il governo cubano sta portando “avanti il
nostro programma fornendo al pubblico un’infinità di informazioni
scientifiche, portando avanti chiarimenti nei modi di trasmissione e non
generando fenomeni come l’omofobìa e la repressione sessuale”. Mentre segna
un punto accennando all’aperta persecuzione di omosessuali che è fiorita
negli Stati Uniti in seguito all’epidemia di aids, le sue lodi alle misure
preventive prese a Cuba devono essere viste in prospettiva. Lui stesso ammette
che “non abbiamo usato i mass media come avremmo dovuto”, e dice solo che
sono state organizzate delle “conferenze” “per tutti i lavoratori in certi
ministeri, specialmente quelli nelle aree a più alto rischio” (e chissà che
cosa vuol dire!).
Durante la mia seconda visita a Cuba lo scorso dicembre,
parecchi omosessuali cubani mi hanno detto che la TV aveva mostrato un programma
sull’aids, che centrava sull’omosessualità come principale veicolo di
trasmissione, ma non discuteva i rischi inerenti a certi tipi di atti sessuali.
Il comportamento sessuale più rischioso è quello che comprende il rapporto
anale senza l’uso del condom. Altri tipi di contatti (carezze, masturbazione
reciproca, baci, coito orale senza ingestione di seme, ecc.) sembrano entrare in
una categoria più sicura. Il governo cubane è forse delicato di stomaco quando
si tratta di discutere pubblicamente riguardo specifici atti sessuali relativi
al comportamento omoerotico? Si può mandare avanti una qualsiasi campagna
informativa senza confrontarsi con il così profondamente radicato machismo e
l’antiomosessualità che pervadono la cultura cubana? Ne dubito, e Terry non
ci da’ alcuna indicazione che il regime stia facendo qualcosa per combatterli.
Mettere in evidenza l’omosessualità non è per sé come un mezzo di
trasmissione piuttosto che certi comportamenti sessuali, è equivalente a
marchiare un intero gruppo sociale di individui già estremamente timorosi di ciò
che gli potrà accadere se la gente scopre che sono gay.
3) Sebbene Terry abbia difficoltà a convincere i lettori che le
drastiche misure di quarantena contro cittadini produttivi che non sono neanche
malati “non stanno generando fenomeni come l’omofobìa o la repressione
sessuale”, è difficile credere che proprio l’omofobìa non ne sia
l’inevitabile risultato. Nonostante una politica ufficiale di non oppressione
del comportamento omoerotico, gli omosessuali cubani sono senza alcun dubbio
timorosi di essere identificati come gay. Loro sanno che il Codice Penale Cubano
(art. 359) minaccia da tre a nove anni di galera e/o una multa a chiunque
“offenda i costumi della modestia e della salute” attraverso atti di
“pubblico scandalo”: una legge vagamente definita che può facilmente essere
usata per perseguitare gli omosessuali.
Il 9 dicembre del 1986, all’Havana, io partecipavo ad una
massiccia manifestazione di protesta contro il volo di un aereo spia americano
sopra l’isola durante Bastiòn ‘86 (una mobilitazione generale contro una
possibile invasione degli Stati Uniti) e sono rimasto oltraggiato di scoprire
che tutti gli slogan più popolari urlati dai manifestanti e incoraggiati dai
megafoni montati sui camion erano antigay: “Reagan, sei un recchione”,
“Reagan, sei una pazza e l’aids ti ha rincoglionito”, “Reagan, frocione,
t’infileremo il Bastiòn dentro il culo”... Ce la fanno, i lettori del
Guardian, ad immaginarsi d’essere gay e di trovarsi ingolfati in una
dimostrazione ufficiale del genere? Nessuno dei miei amici cubani, compresi i
sostenitori della rivoluzione, si è unito a questo grottesco spiegamento di
supremazia eterosessista. Ed io dubito che qualcuno si possa sentire rincuorato
dalle giustificazioni dello stesso genere portate avanti da Terry per una
politica di quarantena che finora neanche i Paesi capitalistici si sono mai
sognati di realizzare.
4) Terry afferma che tutti i cubani hiv-positivi “hanno
contratto la malattia (!) attraverso rapporti con stranieri” e non, sembra,
dai soldati cubani in Africa. Ma perché, si chiede, si dovrebbe desiderare di
fare del sesso con gli stranieri? “Non è necessario, ci sono così tanti
uomini e donne attraenti nativi dell’isola...” Per dire il minimo,
l’attitudine sciovinistica e reazionaria nascosta in queste poche parole dette
a parte, suggerisce la fragilità dell’internazionalismo di Terry . Se il
sesso tra soldati cubani e locali africani viene escluso come fonte di
esposizione per quel che riguarda Cuba, come rimane il sesso tra cubani e
turisti gay? E dove sono i condom per proteggere la popolazione dell’isola? In
Norvegia i preservativi sono disponibili nei gabinetti dei migliori ristoranti,
ma a Cuba tutto quello che si può trovare fuori di ogni WC pubblico è una
guardia il cui sporco lavoro è di scoraggiare incontri gay. Certo, in mancanza
di ogni apprezzabile campagna pubblica di educazione, non è innaturale
sospettare una nuova stigmatizzazione a Cuba, con la scusa di combattere
l’aids.
5) Nelle librerie di Cuba non si trovano libri
sull’omosessualità, neanche quelli scritti da militanti della sinistra. Entro
certi limiti l’omosessualità è tollerata, ma è stracarica di segretezza e
di paura della polizia, delle irruzioni nelle sale da thé o in altri luoghi
pubblici dove i gay tendono ad incontrarsi. Ignoranza ed ostilità sono
rampanti, come negli USA, nell’URSS ed in molti altri Paesi nei quali
l’eterosessualità è innalzata e considerata parte del disegno di dio o della
Natura a vantaggio della specie umana. Probabilmente Cuba non è la nazione
peggiore, tra tutte quelle che violano i diritti umani dei gay, ma di certo si
trova molto in basso nella lista, come la sua stessa politica della quarantena
attesta facilmente. Dove sono i gruppi gay che possono pubblicare delle reali
informazioni sull’aids e sull’omosessualità, visto che il governo ha
fallito ai suoi doveri? Terry dice che “ad un paziente gay” in quarantena è
permesso di “ricevere visite dal suo partner gay”. A questa notizia, il
commentatore del Guardian si chiede dubbioso “se a queste coppie sia permesso
avere anche relazioni sessuali”. Una domanda più appropriata dovrebbe essere:
quanti partner gay di prigionieri sieropositivi se la sentono di correre il
rischio anche solo di visitarli, visti i pericoli che una cosa del genere
potrebbe provocare? Che diritto ha, un cittadino cubano, di rifiutare l’esame
forzato del suo sangue? Tra i gay cubani che ho incontrato non ce n’è neanche
uno sufficientemente aperto sulla propria sessualità al punto da non essere
grandemente scettico sui suoi “diritti di visitare” gli amici in quarantena.
Karen Wald ha sempre cercato di dipingere il governo cubano sotto la luce più
favorevole, così io sono stato contento di sapere che aveva pensato di scrivere
un articolo sulla quarantena nell’isola. Ma ogni gay può vedere da sé che la
sua fede nella benevolenza della politica anti-aids del governo cubano, al
limite sembra ingenua per non dire che potrebbe essere tendenziosa.
E non parliamo dell’altra politica, quella nei confronti degli
omosessuali. Ma il suo articolo mi ha ricordato gli sforzi fatti dai nazisti per
“ripulire” i campi di concentramento mostrando film di felici ebrei,
sorridenti nel loro cammino verso i forni. Perché la Wald non ha intervistato
nessuno degli internati, o nessuno dei loro partner gay mentre facevano una
visita al lazzaretto? E sarebbe stato interessante anche avere un’opinione da
parte di un qualsiasi gay preso per la strada. Forse che non ne conosce neanche
uno, dopo tutti questi anni? Lo scorso dicembre (1986, ndt), nessuno tra i gay
che io ho incontrato sapeva o sospettava minimamente che era in corso un
programma per analizzare il sangue alla ricerca di anticorpi hiv su cittadini
cubani, anche se, per gli inizi del 1987, quasi il 7% dell’intera popolazione
era già stato controllato. Evidentemente tutto si è svolto nella più grande
clandestinità. E con nessuna cura o trattamento in vista, perché la nostra
Wald non ha chiesto a Terry che cosa intendeva quando diceva che (l’individuo
in quarantena) non viene trattato per quello che è, ma per quello che ha. Oltre
alla quarantena, con che tipo di trattamento se n’è uscito fuori il governo
cubano, che nessun altro Paese ancora non conosce? E se veramente ne hanno uno,
cosa della quale io dubito, in base a quale standard etico non lo condividono
con il resto del mondo?
Note:
La confusione che di solito esiste su questa testata è
dovuta al fatto che, in realtà, c’è un “Granma” quotidiano del Partito
Comunista Cubano, ed un “Granma” (“Weekly Review”), settimanale in
lingua inglese che consiste in estratti del quotidiano.
Le risoluzioni del convegno sono state poi riunite in
opuscolo e stampate da Salemi, a Roma, per conto dell'ufficio stampa
dell'ambasciata di Cuba: Partito Comunista Cubano, “La Politica della
Rivoluzione Cubana”, 1971.
Le similitudini tra Castro e Hitler, per quel che
riguarda il trattamento dei gay e dei propri nemici in generale, sono quasi
incredibili, come diventerà chiaro nel corso dello studio. Ad esempio, il motto
delle UMAP era: “Il lavoro vi farà diventare uomini”, mentre
sull’ingresso di Auschwitz era scritto: “Il lavoro vi farà diventare
liberi”! Cfr. “The Bulgarian Solution”, di William Hoffman, sul “New
York Native”, June 18-July 1, 1984, pag. 33.
Allen Young, “Gays Under the Cuban Revolution”, Grey
Fox Press, San Francisco, 1981, pag. 3. L’autore è un personaggio molto
noto nella New Left degli anni ‘60, avendo lavorato per il “New York Times”,
il “Liberation News Service” e per varie pubblicazioni della sinistra.
Questo libro è essenziale per comprendere la degenerazione del castrismo. La
crisi di Young, la crisi della sua famiglia da sempre in prima linea nel
marxismo americano, rappresenta la delusione ed il tradimento avvertiti da
numerosi militanti che fino all’ultimo, e contro ogni prova e lampante
evidenza, hanno difeso Cuba e creduto nella buona fede dei suoi governanti, fin
quando hanno finalmente capito che nell’isola caraibica non era in atto nessun
esperimento rivoluzionario, ma una riedizione del nazismo più bieco e
criminale. Le uniche critiche a Young, che in numerose occasioni è tornato
sull’argomento, è di aver totalmente ignorato l’operato di Feltrinelli e di
Jean-Paul Sartre, che più di tanti altri si dettero da fare per far chiudere i
campi, e poi di continuare a considerare gay chi ha rapporti con i gay il che,
in una società come quella latino-americana, è molto spesso molto lontano dal
vero.
“Fu lui a mettere la cultura nello zaino di Castro”,
di Telesio Malaspina, sull’”Espresso”, 26 marzo 1972, pag. 5.
Young, “Gays Under...”, pag. 92.
Tutti i documenti citati sono apparsi sul “Quindici”
del 15 marzo - 19 aprile 1968.
“Ma l’integralismo non fermerà la pianificazione
familiare”, di Ennio Caretto, sul “Corriere della Sera”, 3 settembre 1994,
pag. 7
“Gay Cuba” di Judy Ornstein, sul “New York
Native”, August 18, 1986, pag. 35.
“The Cuban Revolution and Gay Liberation”, di
Allen Young, su “Out of the Closets. Voices of Gay Liberation”, di Karla Jay
and Allen Young, Jove Pub., New York, 1972, 1977, pag. 211.
“Cuba and the Rights of Gays”, di Steve Forgione, sul
“Guardian”, June 11, 1980.
Sugli “scherzi” e sul “razzismo” dei cubani
contro i partecipanti gay, cfr “On the Venceremos Brigade: A Forum”, su
“Out of the Closets”, pagg. 228-244.
“Omosessuali e Sinistra Extra. 1° Incontro: Lotta
Continua e Quarta Internazionale”, su “Fuori” N° 11, Inverno 1973, pag.
30.
Pensieri simili erano stati espressi nell’Unione
Sovietica da Maxim Gorki. Cfr. Massimo Consoli, “Homocaust”, Kaos Edizioni,
Milano, 1991, pagg. 31 e segg.
L’uso del cartello da indossare era già praticato dai
nazisti nei lager, ed è confermato perfino da Höss, capo del campo di
concentramento di Auschwitz che, parlando della punizione
solitamente inflitta a chi tentava la fuga, racconta: «Quando ne
riacchiappavamo qualcuno, lo facevamo marciare davanti ai detenuti con un largo
manifesto appeso intorno al collo che diceva "Sono di nuovo qui";
contemporaneamente doveva battere su un grosso tamburo che si portava attaccato
addosso. Dopodiché riceveva 25 frustate e veniva messo in una compagnia di
punizione. Il milite SS che lo aveva ripreso veniva poi premiato con una
menzione sul bollettino e riceveva un permesso speciale». cfr “Homocaust”,
pag. 162.
La persecuzione spietata della quale sono state vittime soprattutto i
travestiti nei paesi latino-americani, ha spinto molti di loro a cercare
veramente rifugio in terre meno violente. E’ proprio degli anni Settanta
l’inizio della grande immigrazione di “viados” in Italia, provenienti
dalle dittature militari dell’America Meridionale, soprattutto dal Brasile.
“Creiamo un ghetto per i gay”, su “La Repubblica” del 21 agosto
1994.
Pierre Golendorf, “Un comunista nelle prigioni di Fidel Castro”,
SugarCo, Milano, 1978. Valerio Riva ha scritto il saggio introduttivo.
Questo atteggiamento è tipico di Castro. “Io penso che il problema
dev’essere studiato molto attentamente”, dirà al giornalista nordamericano
Lee Lockwood (“Castro’s Cuba, Cuba’s Fidel”, Macmillan, 1967), mentre
anche la dichiarazione del Congresso sull’Educazione e la Cultura del 1971
esprimerà lo stesso bisogno ma “non c’è prova che uno studio del genere
sia mai stato intrapreso” (Young, “Gays Under...”, pag. 8).
Questa attitudine fa il paio con quella che Young definisce come l’approccio
«le cose stanno migliorando», se non fosse per l’embargo degli Stati
Uniti... In realtà, l’unico sforzo che farà Cuba in questa direzione sarà,
nel 1979, la traduzione in spagnolo di un libro sull’educazione sessuale
apparso nella Germania Orientale, “La vita intima dell’uomo e della
donna”. Cfr “Gay Cuba.
“Cuba: Carcel de Carceles”, sul“Boletin Informativo del
Ateneo de los 32 Gremios Democraticos”, Febrero del 1976, Miami, Florida, pag.
9.
“Allen Ginsberg, An Interview & Poem”, intervista di Allen Young,
su “Gay Sunshine”, N° 16, January-February 1973, pag. 7.
“Cuban Exiles Join On Film to Indict Castro’s Revolution”, di
Annette Indsorf, sul” New York Times”, July 8, 1984.
“Where Gay People Hug in the Street”, di Joe Dolce, sul “New York
Native”, April 12-24, pag. 14.
Toby Marotta, “The Politics of Homosexuality”, Houghton Mifflin Co.,
Boston, 1981, pag. 32.
Consoli, “Stonewall”, Napoleone Ed., Roma, 1990, pagg. 43/46.
“Cuba and Aids: Gulag Revisited”, di Michael Connors, su “The Galah”,
Australia, May 1980, pagg. 12/13. La data esatta della chiusura dei campi non è
conosciuta. Hoffman pensa che ciò sia avvenuto nel 1969 ma, specifica, le UMAP
vennero sostituite da altri campi simili.
E per citare anche Allen Young che, su “Gays Under..., dedica quasi
cinque pagine a spiegare come i comunisti cubani, con la loro “lunga
tradizione di educazione politica e con i loro stretti rapporti con la Terza
Internazionale di Mosca, avevano una loro ottica ben precisa dell’omosessualità”,
pag. 15.
Young, “Gays Under...”, pag. 22.
“Via dalla Rossa Cuba”, sul “Messaggero”, di Lucio Manisco, 6
Maggio 1980, pag. 3.
Ernesto cardenal, “In Cuba”, A New Directions Book, New York,
1974, pagg. 292-3.
Yglesias, riportato da Young, “Gays Under...”, pag. 24.
“Inside Castro’s Prisons”, testimonianza di Armando Valladares su
“Time”, August 15, 1983, pag. 21. Valladares trascorse 22 anni nelle carceri
di Castro, prima di essere liberato in seguito all’interessamento del
Presidente francese, François Mitterand.
Young, “Gays Under...”, pag. 50.
I parallelismi con il nazismo sono continui e angoscianti., Cfr “Homocaust”,
pagg. 156 e 167: “La prassi nazista nei casi in questione si dispiegava
mediante il prelevamento delle vittime dalle loro abitazioni e l'internamento
diretto nei campi di concentramento; l'operazione, detta «Notte e Nebbia», era
fondata proprio su questo principio: fare scomparire—nella notte e nella
nebbia, appunto—gli oppositori, i «nemici», i perseguitati, senza lasciare
di essi alcuna traccia”... “Il decreto «Notte e Nebbia»... «era stato
emanato da Hitler il 7 dicembre 1941, il giorno stesso dell'attacco giapponese
su Pearl Harbour».
Yglesias, su “In the Fist of the Revolution”, pagg. 275/8,
riportato da Young: “Gays Under...”, pag. 23.
“Gay Cuba”, pag. 35.
Lockwood, citato da Young, “Gays Under...”, pag. 27, e da Steve
Forgione e Kurt T. Hill, su “No Apologies: The Unauthorized Publication of
Internal Discussion Documents of the Socialist Workers Party (SWP) Concerning
Lesbian/Gay Male Liberation. Part 2: 1975-79”, pag. 123.
Jay & Young, “Out of...”, pag. 220.
Le fonti di questa chiacchiera sono numerose. Qui basta ricordare: Young,
“Gay Under...”, pag. 28, e l’intervista rilasciata da Ginsberg, odiato a
morte dalle autorità cubane perché lo disse alla TV dell’Avana nel 1965,
Young, “Gays Under...”, pag. 38.
“The Cuban Exodus - Reality and Propaganda”, di Miguel Garcia-Vidal,
su “Catalist, A Socialist Journal of the Social Services”, N° 12, 1981,
pag. 98.
“Castro rimprovera i contadini «Niente sesso, lavorate di più»”,
sul “Corriere della Sera del 6 maggio 1992.
Il testo completo del Codice venne pubblicato su “Juventud Rebelde”
del 19 febbraio 1978.
Il “Guardian”, o “National Guardian” è un periodico indipendente
filo-comunista fondato nel 1948.
Con questa espressine, negli Stati Uniti, si indicano i militari
cubani spediti all’estero.
Ma, ancora più importante è considerare che, in un Paese in cui
l’omosessualità ha portato per anni dritti dritti verso i lager, lamentarsi
che i propri concittadini gay preferiscano gli anonimi stranieri è indizio o di
ingenuità o di ipocrisia (ndt).