PAGINA WEB DI ENRICO OLIARI


COMUNISMO (continua)

CUBA
 

 

Rome Gay News N. 51, 1 ott 1994

 

CUBA

 

di Massimo Consoli

 

dal “Guardian”  del 28 Ottobre 1987

Isolati dagli altri.

 

Dopo secoli che era scomparsa dalla memoria di ogni popolo civile, Cuba ricomincia con la barbara istituzione della quarantena.

 

Tutto bene nell'isola caraibica?

 

di Karen Wald

 

a cura di Massimo Consoli

Quella che segue è un'intervista esclusiva a Hector Terry, del Ministero della Sanità a Cuba. In quest'isola, per chiunque risulti positivo al virus aids è attualmente in vigore la quarantena ed il divieto ad effettuare qualsiasi tipo di attività lavorativa. Questa posizione contraddice le raccomandazioni praticamente unanimi della comunità scientifica, delle organizzazioni che si occupano dei diritti dei malati e dei gruppi americani per le libertà civili. Inoltre, il direttore del Programma Speciale Aids nell'ambito dell'Organizzazione mondiale della Sanità, ai primi di ottobre ha firmato un vigoroso appello contro ogni tipo di ostracismo nei confronti di chi è vittima dell'aids, sottolineando che la malattia è trasmessa in modi che "possono essere razionalmente prevenuti”, senza dover ricorrere alla quarantena. “Il modo in cui la nostra società si prenderà cura delle persone infettate dal virus aids", ha continuato, "non solo metterà alla prova i nostri valori fondamentali, ma probabilmente marcherà la differenza tra il successo ed il fallimento delle strategie di controllo dell'aids ad un livello nazionale".
La redazione del "Guardian" di New York ha pubblicato questo articolo con lo scopo dichiarato di far sapere ai suoi lettori come si regola con l'aids un paese socialista e per sollecitare ulteriori commenti da parte del pubblico.
Avana: Mentre l'epidemia di aids sta devastando parecchi Paesi del terzo mondo e si diffonde rapidamente in quello industrializzato, Cuba ha preso un ventaglio di iniziative con la speranza di proteggere la sua popolazione. Lo scopo è duplice: diminuire le possibilità per chi è portatore del virus di trasformarsi in un malato di aids; ed impedire al male di diffondersi tra la popolazione. Le autorità mediche affermano che finora hanno avuto un grosso successo. Ma una delle misure che hanno preso per sostenere questa linea, è molto controversa: hanno chiuso in un sanatorio tutti i cubani risultati sieropositivi.
Indipendentemente dalle loro condizioni di salute, a tutti questi è stato vietato di lavorare. Però possono allontanarsi per brevi visite in famiglia, dietro rilascio di uno speciale lasciapassare. In un recente discorso, Fidel Castro ha difeso questa misura affermando che fino ad oggi ci sono stati pochi casi a Cuba, che la quarantena è per il bene stesso dei sieropositivi e del resto della popolazione, e che le nazioni occidentali che lo criticano, lo fanno perché, con il numero enorme di casi che si ritrovano nei loro ospedali, non possono permettersi di seguire il suo esempio.
Cuba ha dato inizio alla sua campagna nazionale contro la sindrome immunodeficitaria acquisita nell'agosto del 1983, dopo che alcuni funzionari del ministero della sanità avevano partecipato ad una speciale iniziativa sponsorizzata dall'organizzazione Panamericana per la Salute. Il Dr. Hector Terry, del Ministero della Sanità ("Deputy Public Health Minister"), in una recente intervista ci ha parlato dei passi compiuti finora.
"La prima cosa che abbiamo fatto, appena tornati a Cuba è stata l'istituzione di una commissione nazionale per cominciare le ricerche e preparare un piano di azione per prevenire l'aids nell'isola. Ed alcune decisioni le abbiamo prese con molta rapidità, come quando abbiamo vietato l'importazione di emoderivati da Paesi affetti dalla malattia. Alla fine, questa politica ci ha portati a decidere di non importare per niente il sangue o i suoi prodotti, da nessun Paese, e di far conto sulle sole risorse di Cuba. Poi, il Ministero della Sanità ha istituito un gruppo multidisciplinare di medici e ricercatori che si occupano dell'aids a tempo pieno. La loro prima mossa è stata la preparazione di un programma diagnostico di controllo basato su sintomi concreti che possono essere osservati negli ospedali (come ripetuti casi di polmonite o di quel cancro conosciuto sotto il nome di Sarcoma di Kàposi), che indicano la possibilità di trovarsi di fronte ad un caso di aids".
Terry continua raccontando che, una volta appurato che l'aids è provocato da un virus, e che quel virus è stato isolato da ricercatorí sia francesi che statunitensi, Cuba si è messa all'opera per acquistare la tecnologia necessaria per cominciare l'analisi dei cosiddetti "gruppi a rischio". Questi, a Cuba, sono rappresentati dagli studenti che hanno studiato all'estero, dagli emofilici e da chiunque sia stato a contatto con stranieri di passaggio nell'isola, specialmente nell'ambito dell'industria turistica (alberghi e ristoranti). Terry non ha fatto riferimenti a maschi gay come un possibile gruppo a rischio. E neanche i tossicodipendenti per via endovenosa sono considerati fonte di contagi nell'isola. "La tossicodipendenza non è un problema sanitario o sociale, qui", ci ha detto Terry, continuando: "Per la fine del 1985, il governo cubano è stato capace di acquisire tutti i mezzi tecnici necessari ad analizzare l’intera riserva di sangue del Paese. E sostenendo una forte spesa. A quel punto, è stata presa la decisione di controllare anche tutti i membri dei gruppi a rischio preparandosi a fare lo stesso con l'intera popolazione di Cuba”.
Questo programma, secondo Terry, richiedeva un investimento enorme: Cuba ha speso più di 3 milioni di dollari per acquistare i reagenti necessari e tutto l'equipaggiamento per organizzare laboratori nelle banche del sangue oltre che nei centri epidemiologici e d'igiene per tutto il Paese. L'altro punto nodale si è riscontrato nell'educazione: bisognava assicurarsi che la popolazione impari le caratteristiche della malattia e le modalità di trasmissione. "Il governo può arrivare fino a questo punto, poi, tutto dipende dal comportamento individuale", dice Terry. "La gente deve proteggersi sapendo bene cosa sta facendo, perché fino ad oggi non esiste altra via per difendersi".

Incidenza a Cuba

"Fino a questo momento il nostro tasso d'infezione è molto basso", continua Terry. "Abbiamo avuto quattro persone che si sono ammalate e poi sono morte. In più, ci sono 141 portatori del virus, che danno un totale di 145 casi di aids. Questi dati sono il risultato di ben 1.660.000 test sanguigni effettuati per tutto il Paese fino alla fine di agosto, ed includono alcuni pazienti che hanno ripetuto il loro esame per confermare un responso dubbio o preoccupante. In ogni caso, in sedici mesi di analisi sono state esaminate più di un milione di persone che corrispondono al 10% della popolazione compresa tra le fasce d'eta più a rischio. Attraverso il nostro controllo dei donatori di sangue, abbiamo scoperto 17 portatori del virus, cioè appena lo 0.0026%, che è la percentuale più bassa riscontrata nel mondo".
Terry aggiunge che i 141 sieropositivi non hanno mostrato alcun segno clinico della malattia. "Qualche problema è uscito fuori durante i test immunologici effettuati, ma stanno tutti in buona salute, ci si occupa di loro con molta cura e seguendoli attentamente dal punto di vista medico, controllandone la dieta e tenendoli lontani da ogni occasione di stress. Facciamo degli sforzi enormi per impedire che la loro sieropositività si trasformi in malattia".
Per quel che riguarda la politica di isolamento, Terry spiega: "Il centro di quarantena è un sanatorio. Abbiamo poche persone con il virus e crediamo che, a causa di ciò, la nostra situazione sia unica. In termini epidemiologici noi abbiamo la possibilità di controllare la diffusione dell'aids e di impedire che diventi una diffusa epidemia com'è ormai in altri Paesi, dove non si sa come affrontarla, ridurla o eliminarla". "Noi ci troviamo in una posizione fortunata per prendere questo tipo di decisioni, e per aspettare un po', visto che non stiamo parlando di un qualcosa di permanente, che dura tutta una vita. Stiamo parlando di una situazione dialettica".
Terry spiega che la quarantena non significa che i pazienti siano completamente isolati. "Possono visitare le loro famiglie a casa, uscire con un permesso, ricevere i parenti ogni giorno ed anche gli amici. Noi gli paghiamo un intero stipendio. Questo è molto importante, così non devono avere la preoccupazione di mantenere le loro famiglie".
"In aggiunta a ciò, queste stesse famiglie ricevono un'attenzione tutta particolare. Infatti, abbiamo costituito un gruppo di lavoro formato da psicologi, sociologi e assistenti sociali che si occupano non solo dei pazienti e dei loro problemi, ma anche dei loro familiari. E li abbiamo aiutati a risolvere un sacco di problemi; fatto, questo, che contribuisce alla loro pace mentale". "Altri Paesi non hanno questa opzione, questa possibilità", continua l'alto rappresentante del Ministero della Sanità, "Noi trattiamo i nostri pazienti da un punto di vista medico per mantenere il loro attuale stato di salute. Ogni volta che dalla comunità scientifica ci arriva qualche novità, un nuovo medicinale, noi cerchiamo di scoprire se può essere utile ad evitare che il virus venga attivato e che porti il paziente ad un aids conclamato". "Questo aspetto (la quarantena) è controverso. Alcuni scienziati non la condividono", riconosce Terry, aggiungendo, tutta via, che le obiezioni provengono "più da posizioni politiche che scientifiche. Ma siamo convinti che il nostro Paese abbia una buona occasione che non deve perdere. Stiamo cercando di contenere la diffusione del virus attraverso i rapporti sessuali che i nostri pazienti potrebbero avere con altra gente non infetta”.

Passeggiate sulla spiaggia

Secondo Terry, il luogo fisico della quarantena "non è un ospedale, è un sanatorio". Quelli confinati lì "hanno un vasto programma di attività, fanno esercizi, praticano sport e ginnastica con un istruttore di educazione fisica per essere sicuri di mantenersi in forma. Vedono la tv, film, video cassette, possono utilizzare tutte le attività ricreative. Vengono anche accompagnati sulla spiaggia ed in altre escursioni. Poi, stiamo studiando la possibilità di dare inizio ad una attività artigianale così che possano lavorare e condurre una vita più normale che sia possibile. Il nostro obiettivo non è di spingerli ad una esistenza isolata, ma di cercare tutti i mezzi possibili per evitare che sviluppino la malattia e che la diffondano al resto della popolazione".
Richiesto di parlare dei diritti umani coinvolti, Terry dichiara che domande del genere sono state poste solo dai "nemici della rivoluzione". "Il nostro Paese ha la sua filosofia”, tiene a sottolineare, "ed il primo principio di questa filosofia è il rispetto della dignità umana. Io credo che un atto di dignità umana consista nell'aver cura dell'individuo. Lei sa che noi non risparmiamo nulla per dare al nostro popolo il miglior servizio sanitario del mondo. E nella battaglia contro l'aids applichiamo lo stesso principio. L'aids è stato definito la «peste del XX° secolo». Noi non vogliamo che diventi la peste di Cuba". "Quale altro Paese sarebbe capace di pagare ad ogni vittima dell’aids, ad ogni sieropositivo, il suo intero stipendio, come facciamo noi? Io credo che tutto ciò sia strettamente legato all'intera questione dei diritti umani ed alle controversie che ne scaturiscono. Ci sono Paesi che blaterano di aiuti umani, come gli USA, e dove una persona che si ammala di aids può morire di fame, può perdere il suo lavoro e non entra facilmente in un ospedale. L'assistenza gli costa $ 700 al giorno. E le loro stesse cifre indicano che negli USA ci sono due milioni di portatori del virus. Ebbene, che cosa ci faranno con due milioni di sieropositivi? La loro situazione è molto diversa dalla nostra". "E' un argomento controverso, ma ogni Paese deve prendere le sue decisioni basandole sulla propria situazione e sulle proprie possibilità per evitare che l'aids esploda in una epidemia incontenibile. Io ripeto che la messa in quarantena in un sanatorio non è permanente. Verrà trattata dialetticamente. Stiamo studiando la situazione e quando ci accorgeremo che non è la soluzione migliore, o che ci sono altre possibilità, agiremo di conseguenza, basandoci sempre su dati scientifici. Altrimenti non saremmo scienziati".

Diritti durante la quarantena

Terry dice ancora che tra le 31 donne ed i 110 uomini rinchiusi nel sanatorio, ci sono "omosessuali eterosessuali e bisessuali". Richiesto se ai pazienti eterosessuali sia permesso avere relazioni erotiche con i loro coniugi, Terry risponde: "Si. Nessuno ha detto loro che non devono farlo. Ma noi li informiamo dei rischi, dei pericoli, e poi dipende dalla coppia prendere una decisione in merito". Un paziente gay può ricevere le visite del suo partner, aggiunge Terry al quale, però, non è stato chiesto se a coppie del genere sia anche permesso di avere rapporti sessuali. Gli è poi stato domandato se qualche paziente ha negato di essere malato o si è opposto alla quarantena.
"In generale non abbiamo avuto  questo problema", ha detto, "poiché il lavoro è stato svolto da personale medico altamente qualificato e sarebbe molto difficile per chiunque non credere nei risultati del test, che sono stati confermati e riconfermati. Ed è anche un quadro epidemiologico, perché l’infezione è pur stata contratta da qualche parte. Noi non abbiamo avuto questo tipo di problemi con gente che nega la realtà della situazione". "Infatti", continua, "abbiamo ricevuto una totale cooperazione da ogni paziente, poiché spieghiamo a tutti i rischi che corrono le loro famiglie, i loro partner sessuali, ecc., ed alla fine, diciamo che stiamo cercando un modo per mantenere la loro salute. Non ci interessa sapere se il paziente è omosessuale oppure eterosessuale. Il problema non è questo. Noi ci rivolgiamo ad una persona in quanto paziente che ha bisogno di un particolare trattamento. Noi ci occupiamo di quello che lui ha, e non di quello che lui è".
(Alcuni osservatori hanno espresso preoccupazione per una potenziale esplosione di omofobìa a Cuba conseguente all’apparizione dell’aids. Per un breve periodo durante gli anni ‘60 molti gay venivano rastrellati e spediti nei campi di lavoro. La spiegazione ufficiale era che la comunità gay rappresentava un settore sociale decadente pieno di rischi reali e potenziali per la sicurezza del Paese. In tempi recenti Cuba ha criticato quegli avvenimenti ed ha stabilito una politica più illuminata verso l’omosessualità. Tuttavia alcune voci critiche insistono che i gay continuano ad avere difficoltà nell’essere accettati nella società cubana. Secondo Terry l’apparire dell’aids non ha scatenato né omofobìa né un'atmosfera da caccia alle streghe. Nota dell'editore americano)
“Portiamo avanti il nostro programma fornendo al pubblico un'infinità di informazioni scientifiche, portando chiarimenti sui modi di trasmissione e non generando fenomeni come l'omofobìa e la repressione sessuale. In alcuni Paesi i mass media, per motivi commerciali, danno origine a questi fenomeni per vendere più riviste, più giornali. Ma noi non abbiamo bisogno di vendere più riviste o più giornali. Non abbiamo bisogno di utilizzare l’aids per attirare la gente davanti al video o per spingere qualche gruppo a finanziare la ricerca aids. Qui non abbiamo bisogno di niente di simile Nel nostro Paese non perseguitiamo gli omosessuali. Non abbiamo generato alcuna azione o fobìa contro gli omosessuali com’è invece accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti. Sappiamo che succede in altri Paesi, ma qui, no! Siamo partiti dall'idea che l'aids è trasmesso da quello che uno fa', e non da quello che uno è, e di conseguenza non c'è ragione di creare nessuna persecuzione o fobìa contro nessun paziente".

Gli stranieri come causa.

Membri della comunità gay intervistati sul posto hanno dichiarato che non c’è stato alcun aumento nell’omofobìa o nelle aggressioni contro i gay, in seguito all'aids. Questo viene attribuito al fatto che il governo non ha colpevolizzato i gay come portatori della malattia. Terry ha commentato anche le teorie ampiamente diffuse negli Stati Uniti che l'aids a Cuba è il risultato del coinvolgimento militare del Paese in Angola. "Stiamo analizzando chiunque possa essere considerato a rischio", ripete. "Una volta che si è venuti a conoscenza della cifra spaventosamente alta raggiunta dall'aids in Africa, abbiamo incluso nei gruppi a rischio non solo gli internazionalisti , ma chiunque abbia lavorato fuori del Paese per un lungo periodo di tempo. Abbiamo fatto l'esame del sangue a chiunque sia stato all'estero per lavoro dal 1975 in poi, ed io non credo che sia stato fatto lo stesso in qualche altro Paese. I nemici della rivoluzione hanno usato la scusa degli internazionalisti che avevano lavorato in Africa, inventando la teoria che l' aids è sbarcato nel continente americano insieme agli internazionalisti cubani che tornavano dal continente nero. Nessuno scienziato che meriti questo titolo darebbe il minimo credito a queste voci, non fosse altro perché, prima di tutto, bisognerebbe stabilire se l'aids viene dall'Africa, o se vi è stato introdotto". "Dopo più di un milione di test, posso dire che virtualmente tutti i casi che abbiamo avuto sono legati alla trasmissione per via sessuale e per tramite stranieri provenienti dai Paesi capitalisti. I quattro morti che abbiamo avuto finora, hanno contratto la malattia tutti quanti attraverso relazioni sessuali con stranieri che venivano dai Paesi capitalisti. Alcuni hanno preso il virus da forestieri in visita a Cuba, altri si sono contagiati viaggiando all'estero", dice Terry. "Un gruppo che si è infettato attraverso rapporti con stranieri, ha poi passato il virus ad altri cubani all' interno del Paese. Ci sono state una grande varietà di situazioni diverse, ma tutte hanno avuto un fattore centrale: relazioni sessuali con stranieri. Eppure non abbiamo dato inizio ad alcuna forma di xenofobìa", aggiunge. "Ho appena detto che tutti quelli che si sono ammalati lo devono a rapporti con stranieri. Ebbene, non ci dovrebbe essere bisogno di queste relazioni, visto che abbiamo così tanti uomini e donne attraenti a Cuba. Nonostante ciò non abbiamo iniziato, né inizieremo, una campagna xenofoba o nient'altro del genere. In poche parole: non è una caratteristica del nostro popolo.”

Educare il pubblico

“Il pubblico riceve le informazioni senza alcun sensazionalismo, senza creare alcuna isteria o panico" aggiunge Terry. "Ancora non abbiamo usato i mass media come dovremmo. Probabilmente c'è una falla nel programma. Abbiamo usato tutti i ministeri e tutti gli uffici statali, organizzando conferenze per tutti i lavoratori in certi dicasteri, specialmente quelli nelle aree ad alto rischio. Utilizziamo anche il programma di educazione sanitaria ed i centri/video popolari per tutto il Paese. Mostriamo dei videotapes ed abbiamo medici pronti a rispondere a qualsiasi domanda. Questi sistemi li abbiamo utilizzati molto, ed un sacco di giovani sono venuti da noi. Ora stiamo preparando altre attività con le organizzazioni di massa, il «Comitato di Difesa della Rivoluzione», associazioni di studenti e di donne. Lavoriamo con altre istituzioni scientifiche del Paese che forniscono una insostituibile assistenza, ed abbiamo un occhio aperto a tutte le possibilità in qualsiasi parte del mondo. E cerchiamo di sintetizzare quel che si fa a livello internazionale. Qui noi abbiamo il gruppo SUMA, che sta sviluppando la tecnologia cubana per realizzare test diagnostici su vasta scala. Con un campione microscopico di sangue noi possiamo diagnosticare l'aids. Cercheremo, per l'anno prossimo, di introdurre questi servizi nelle nostre banche del sangue ed in tutti i centri d'igiene ed epidemiologici. E ci stiamo preparando per analizzare almeno ogni anno l'intera popolazione a questi stessi indirizzi". Così conclude Terry: "Ci stiamo preparando ad un programma veramente molto ampio".



Tutto bene? Pare proprio di no!

 

di David Thorstad

 

Lettera aperta a “The Guardian” e, per conoscenza a “The New York Native”, New York

Caro Guardian,
La pubblicazione dell’intervista di Karen Wald al “Deputy Public Health Minister”, Héctor Terry, sulla quarantena dei 141 sieropositivi all”hiv, è stata interessante. Ma è anche stata di sgradevole lettura. Nonostante gli sforzi di Terry (e di Wald) di presentare la politica cubana sotto la luce più favorevole, non si può sfuggire dall’arrivare ad un certo numero di conclusioni:
1) Sebbene non sia stato ancora stabilito con certezza che l’hiv sia la causa dell’aids; sebbene risultare sieropositivo alla presenza del virus non sia lo stesso che avere l’aids (e nessuno degli interessati a Cuba ha sinora sviluppato i sintomi della sindrome); e sebbene mettere in quarantena individui positivi all’hiv non sia né richiesto dalla corrente evidenza medico-scientifica, né utile come misura sociale per contenerne la diffusione, Terry scarta ogni interrogazione sulla politica del governo cubano, in quanto sollevata solo da “nemici della rivoluzione”.
Tutto ciò è non solo ridicolo, ma anche un tentativo vizioso di zittire ogni critica scientifica della politica governativa, compresa quella dei sostenitori della rivoluzione cubana.
Non è sbagliato pensare che ben pochi omosessuali cubani (e più probabilmente nessuno) hanno il coraggio di mettere in dubbio la politica del governo, ed anche se poi lo volessero fare, non avrebbero nessun mezzo per poterlo fare realmente.
2) Terry dice che il governo cubano sta portando “avanti il nostro programma fornendo al pubblico un’infinità di informazioni scientifiche, portando avanti chiarimenti nei modi di trasmissione e non generando fenomeni come l’omofobìa e la repressione sessuale”. Mentre segna un punto accennando all’aperta persecuzione di omosessuali che è fiorita negli Stati Uniti in seguito all’epidemia di aids, le sue lodi alle misure preventive prese a Cuba devono essere viste in prospettiva. Lui stesso ammette che “non abbiamo usato i mass media come avremmo dovuto”, e dice solo che sono state organizzate delle “conferenze” “per tutti i lavoratori in certi ministeri, specialmente quelli nelle aree a più alto rischio” (e chissà che cosa vuol dire!).
Durante la mia seconda visita a Cuba lo scorso dicembre, parecchi omosessuali cubani mi hanno detto che la TV aveva mostrato un programma sull’aids, che centrava sull’omosessualità come principale veicolo di trasmissione, ma non discuteva i rischi inerenti a certi tipi di atti sessuali. Il comportamento sessuale più rischioso è quello che comprende il rapporto anale senza l’uso del condom. Altri tipi di contatti (carezze, masturbazione reciproca, baci, coito orale senza ingestione di seme, ecc.) sembrano entrare in una categoria più sicura. Il governo cubane è forse delicato di stomaco quando si tratta di discutere pubblicamente riguardo specifici atti sessuali relativi al comportamento omoerotico? Si può mandare avanti una qualsiasi campagna informativa senza confrontarsi con il così profondamente radicato machismo e l’antiomosessualità che pervadono la cultura cubana? Ne dubito, e Terry non ci da’ alcuna indicazione che il regime stia facendo qualcosa per combatterli. Mettere in evidenza l’omosessualità non è per sé come un mezzo di trasmissione piuttosto che certi comportamenti sessuali, è equivalente a marchiare un intero gruppo sociale di individui già estremamente timorosi di ciò che gli potrà accadere se la gente scopre che sono gay.
3) Sebbene Terry abbia difficoltà a convincere i lettori che le drastiche misure di quarantena contro cittadini produttivi che non sono neanche malati “non stanno generando fenomeni come l’omofobìa o la repressione sessuale”, è difficile credere che proprio l’omofobìa non ne sia l’inevitabile risultato. Nonostante una politica ufficiale di non oppressione del comportamento omoerotico, gli omosessuali cubani sono senza alcun dubbio timorosi di essere identificati come gay. Loro sanno che il Codice Penale Cubano (art. 359) minaccia da tre a nove anni di galera e/o una multa a chiunque “offenda i costumi della modestia e della salute” attraverso atti di “pubblico scandalo”: una legge vagamente definita che può facilmente essere usata per perseguitare gli omosessuali.
Il 9 dicembre del 1986, all’Havana, io partecipavo ad una massiccia manifestazione di protesta contro il volo di un aereo spia americano sopra l’isola durante Bastiòn ‘86 (una mobilitazione generale contro una possibile invasione degli Stati Uniti) e sono rimasto oltraggiato di scoprire che tutti gli slogan più popolari urlati dai manifestanti e incoraggiati dai megafoni montati sui camion erano antigay: “Reagan, sei un recchione”, “Reagan, sei una pazza e l’aids ti ha rincoglionito”, “Reagan, frocione, t’infileremo il Bastiòn dentro il culo”... Ce la fanno, i lettori del Guardian, ad immaginarsi d’essere gay e di trovarsi ingolfati in una dimostrazione ufficiale del genere? Nessuno dei miei amici cubani, compresi i sostenitori della rivoluzione, si è unito a questo grottesco spiegamento di supremazia eterosessista. Ed io dubito che qualcuno si possa sentire rincuorato dalle giustificazioni dello stesso genere portate avanti da Terry per una politica di quarantena che finora neanche i Paesi capitalistici si sono mai sognati di realizzare.
4) Terry afferma che tutti i cubani hiv-positivi “hanno contratto la malattia (!) attraverso rapporti con stranieri” e non, sembra, dai soldati cubani in Africa. Ma perché, si chiede, si dovrebbe desiderare di fare del sesso con gli stranieri? “Non è necessario, ci sono così tanti uomini e donne attraenti nativi dell’isola...” Per dire il minimo, l’attitudine sciovinistica e reazionaria nascosta in queste poche parole dette a parte, suggerisce la fragilità dell’internazionalismo di Terry . Se il sesso tra soldati cubani e locali africani viene escluso come fonte di esposizione per quel che riguarda Cuba, come rimane il sesso tra cubani e turisti gay? E dove sono i condom per proteggere la popolazione dell’isola? In Norvegia i preservativi sono disponibili nei gabinetti dei migliori ristoranti, ma a Cuba tutto quello che si può trovare fuori di ogni WC pubblico è una guardia il cui sporco lavoro è di scoraggiare incontri gay. Certo, in mancanza di ogni apprezzabile campagna pubblica di educazione, non è innaturale sospettare una nuova stigmatizzazione a Cuba, con la scusa di combattere l’aids.
5) Nelle librerie di Cuba non si trovano libri sull’omosessualità, neanche quelli scritti da militanti della sinistra. Entro certi limiti l’omosessualità è tollerata, ma è stracarica di segretezza e di paura della polizia, delle irruzioni nelle sale da thé o in altri luoghi pubblici dove i gay tendono ad incontrarsi. Ignoranza ed ostilità sono rampanti, come negli USA, nell’URSS ed in molti altri Paesi nei quali l’eterosessualità è innalzata e considerata parte del disegno di dio o della Natura a vantaggio della specie umana. Probabilmente Cuba non è la nazione peggiore, tra tutte quelle che violano i diritti umani dei gay, ma di certo si trova molto in basso nella lista, come la sua stessa politica della quarantena attesta facilmente. Dove sono i gruppi gay che possono pubblicare delle reali informazioni sull’aids e sull’omosessualità, visto che il governo ha fallito ai suoi doveri? Terry dice che “ad un paziente gay” in quarantena è permesso di “ricevere visite dal suo partner gay”. A questa notizia, il commentatore del Guardian si chiede dubbioso “se a queste coppie sia permesso avere anche relazioni sessuali”. Una domanda più appropriata dovrebbe essere: quanti partner gay di prigionieri sieropositivi se la sentono di correre il rischio anche solo di visitarli, visti i pericoli che una cosa del genere potrebbe provocare? Che diritto ha, un cittadino cubano, di rifiutare l’esame forzato del suo sangue? Tra i gay cubani che ho incontrato non ce n’è neanche uno sufficientemente aperto sulla propria sessualità al punto da non essere grandemente scettico sui suoi “diritti di visitare” gli amici in quarantena. Karen Wald ha sempre cercato di dipingere il governo cubano sotto la luce più favorevole, così io sono stato contento di sapere che aveva pensato di scrivere un articolo sulla quarantena nell’isola. Ma ogni gay può vedere da sé che la sua fede nella benevolenza della politica anti-aids del governo cubano, al limite sembra ingenua per non dire che potrebbe essere tendenziosa.
E non parliamo dell’altra politica, quella nei confronti degli omosessuali. Ma il suo articolo mi ha ricordato gli sforzi fatti dai nazisti per “ripulire” i campi di concentramento mostrando film di felici ebrei, sorridenti nel loro cammino verso i forni. Perché la Wald non ha intervistato nessuno degli internati, o nessuno dei loro partner gay mentre facevano una visita al lazzaretto? E sarebbe stato interessante anche avere un’opinione da parte di un qualsiasi gay preso per la strada. Forse che non ne conosce neanche uno, dopo tutti questi anni? Lo scorso dicembre (1986, ndt), nessuno tra i gay che io ho incontrato sapeva o sospettava minimamente che era in corso un programma per analizzare il sangue alla ricerca di anticorpi hiv su cittadini cubani, anche se, per gli inizi del 1987, quasi il 7% dell’intera popolazione era già stato controllato. Evidentemente tutto si è svolto nella più grande clandestinità. E con nessuna cura o trattamento in vista, perché la nostra Wald non ha chiesto a Terry che cosa intendeva quando diceva che (l’individuo in quarantena) non viene trattato per quello che è, ma per quello che ha. Oltre alla quarantena, con che tipo di trattamento se n’è uscito fuori il governo cubano, che nessun altro Paese ancora non conosce? E se veramente ne hanno uno, cosa della quale io dubito, in base a quale standard etico non lo condividono con il resto del mondo?

Note:
  La confusione che di solito esiste su questa testata è dovuta al fatto che, in realtà, c’è un “Granma” quotidiano del Partito Comunista Cubano, ed un “Granma” (“Weekly Review”), settimanale in lingua inglese che consiste in estratti del quotidiano.
  Le risoluzioni del convegno sono state poi riunite in opuscolo e stampate da Salemi, a Roma, per conto dell'ufficio stampa dell'ambasciata di Cuba: Partito Comunista Cubano, “La Politica della Rivoluzione Cubana”, 1971.
  Le similitudini tra Castro e Hitler, per quel che riguarda il trattamento dei gay e dei propri nemici in generale, sono quasi incredibili, come diventerà chiaro nel corso dello studio. Ad esempio, il motto delle UMAP era: “Il lavoro vi farà diventare uomini”, mentre sull’ingresso di Auschwitz era scritto: “Il lavoro vi farà diventare liberi”! Cfr. “The Bulgarian Solution”, di William Hoffman, sul “New York Native”, June 18-July 1, 1984, pag. 33.
  Allen Young, “Gays Under the Cuban Revolution”, Grey Fox Press, San Francisco, 1981, pag. 3.  L’autore è un personaggio molto noto nella New Left degli anni ‘60, avendo lavorato per il “New York Times”, il “Liberation News Service” e per varie pubblicazioni della sinistra. Questo libro è essenziale per comprendere la degenerazione del castrismo. La crisi di Young, la crisi della sua famiglia da sempre in prima linea nel marxismo americano, rappresenta la delusione ed il tradimento avvertiti da numerosi militanti che fino all’ultimo, e contro ogni prova e lampante evidenza, hanno difeso Cuba e creduto nella buona fede dei suoi governanti, fin quando hanno finalmente capito che nell’isola caraibica non era in atto nessun esperimento rivoluzionario, ma una riedizione del nazismo più bieco e criminale. Le uniche critiche a Young, che in numerose occasioni è tornato sull’argomento, è di aver totalmente ignorato l’operato di Feltrinelli e di Jean-Paul Sartre, che più di tanti altri si dettero da fare per far chiudere i campi, e poi di continuare a considerare gay chi ha rapporti con i gay il che, in una società come quella latino-americana, è molto spesso molto lontano dal vero.
  “Fu lui a mettere la cultura nello zaino di Castro”, di Telesio Malaspina, sull’”Espresso”, 26 marzo 1972, pag. 5.
   Young, “Gays Under...”, pag. 92.
  Tutti i documenti citati sono apparsi sul “Quindici” del 15 marzo - 19 aprile 1968.
  “Ma l’integralismo non fermerà la pianificazione familiare”, di Ennio Caretto, sul “Corriere della Sera”, 3 settembre 1994, pag. 7
  “Gay Cuba” di Judy Ornstein, sul “New York Native”, August 18, 1986, pag. 35.
   “The Cuban Revolution and Gay Liberation”, di Allen Young, su “Out of the Closets. Voices of Gay Liberation”, di Karla Jay and Allen Young, Jove Pub., New York, 1972, 1977, pag. 211.
  “Cuba and the Rights of Gays”, di Steve Forgione, sul “Guardian”, June 11, 1980.
  Sugli “scherzi” e sul “razzismo” dei cubani contro i partecipanti gay, cfr “On the Venceremos Brigade: A Forum”, su “Out of the Closets”, pagg. 228-244.
  “Omosessuali e Sinistra Extra. 1° Incontro: Lotta Continua e Quarta Internazionale”, su “Fuori” N° 11, Inverno 1973, pag. 30.
  Pensieri simili erano stati espressi nell’Unione Sovietica da Maxim Gorki. Cfr. Massimo Consoli, “Homocaust”, Kaos Edizioni, Milano, 1991, pagg. 31 e segg.
  L’uso del cartello da indossare era già praticato dai nazisti nei lager, ed è confermato perfino da Höss, capo del campo di concentramento di Auschwitz che, parlando della punizione solitamente inflitta a chi tentava la fuga, racconta: «Quando ne riacchiappavamo qualcuno, lo facevamo marciare davanti ai detenuti con un largo manifesto appeso intorno al collo che diceva "Sono di nuovo qui"; contemporaneamente doveva battere su un grosso tamburo che si portava attaccato addosso. Dopodiché riceveva 25 frustate e veniva messo in una compagnia di punizione. Il milite SS che lo aveva ripreso veniva poi premiato con una menzione sul bollettino e riceveva un permesso speciale». cfr  “Homocaust”, pag. 162.
  La persecuzione spietata della quale sono state vittime soprattutto i travestiti nei paesi latino-americani, ha spinto molti di loro a cercare veramente rifugio in terre meno violente. E’ proprio degli anni Settanta l’inizio della grande immigrazione di “viados” in Italia, provenienti dalle dittature militari dell’America Meridionale, soprattutto dal Brasile.
  “Creiamo un ghetto per i gay”, su “La Repubblica” del 21 agosto 1994.
  Pierre Golendorf, “Un comunista nelle prigioni di Fidel Castro”, SugarCo, Milano, 1978. Valerio Riva ha scritto il saggio introduttivo.
  Questo atteggiamento è tipico di Castro. “Io penso che il problema dev’essere studiato molto attentamente”, dirà al giornalista nordamericano Lee Lockwood (“Castro’s Cuba, Cuba’s Fidel”, Macmillan, 1967), mentre anche la dichiarazione del Congresso sull’Educazione e la Cultura del 1971 esprimerà lo stesso bisogno ma “non c’è prova che uno studio del genere sia mai stato intrapreso” (Young,  “Gays Under...”, pag. 8).  Questa attitudine fa il paio con quella che Young definisce come l’approccio «le cose stanno migliorando», se non fosse per l’embargo degli Stati Uniti... In realtà, l’unico sforzo che farà Cuba in questa direzione sarà, nel 1979, la traduzione in spagnolo di un libro sull’educazione sessuale apparso nella Germania Orientale, “La vita intima dell’uomo e della donna”. Cfr  “Gay Cuba.
   “Cuba: Carcel de Carceles”, sul“Boletin Informativo del Ateneo de los 32 Gremios Democraticos”, Febrero del 1976, Miami, Florida, pag. 9.
  “Allen Ginsberg, An Interview & Poem”, intervista di Allen Young, su “Gay Sunshine”, N° 16, January-February 1973, pag. 7.
  “Cuban Exiles Join On Film to Indict Castro’s Revolution”, di Annette Indsorf, sul” New York Times”, July 8, 1984.
  “Where Gay People Hug in the Street”, di Joe Dolce, sul “New York Native”, April 12-24, pag. 14.
  Toby Marotta, “The Politics of Homosexuality”, Houghton Mifflin Co., Boston, 1981, pag. 32.
  Consoli, “Stonewall”, Napoleone Ed., Roma, 1990, pagg. 43/46.
  “Cuba and Aids: Gulag Revisited”, di Michael Connors, su “The Galah”, Australia, May 1980, pagg. 12/13. La data esatta della chiusura dei campi non è conosciuta. Hoffman pensa che ciò sia avvenuto nel 1969 ma, specifica, le UMAP vennero sostituite da altri campi simili.
  E per citare anche Allen Young che, su “Gays Under..., dedica quasi cinque pagine a spiegare come i comunisti cubani, con la loro “lunga tradizione di educazione politica e con i loro stretti rapporti con la Terza Internazionale di Mosca, avevano una loro ottica ben precisa dell’omosessualità”, pag. 15.
  Young, “Gays Under...”, pag. 22.
  “Via dalla Rossa Cuba”, sul “Messaggero”, di Lucio Manisco, 6 Maggio 1980, pag. 3.
 Ernesto cardenal, “In Cuba”, A New Directions Book,  New York, 1974, pagg. 292-3.
   Yglesias, riportato da Young, “Gays Under...”, pag. 24.
  “Inside Castro’s Prisons”, testimonianza di Armando Valladares su “Time”, August 15, 1983, pag. 21. Valladares trascorse 22 anni nelle carceri di Castro, prima di essere liberato in seguito all’interessamento del Presidente francese, François Mitterand.
  Young, “Gays Under...”, pag. 50.
  I parallelismi con  il nazismo sono continui e angoscianti., Cfr “Homocaust”, pagg.  156 e 167: “La prassi nazista nei casi in questione si dispiegava mediante il prelevamento delle vittime dalle loro abitazioni e l'internamento diretto nei campi di concentramento; l'operazione, detta «Notte e Nebbia», era fondata proprio su questo principio: fare scomparire—nella notte e nella nebbia, appunto—gli oppositori, i «nemici», i perseguitati, senza lasciare di essi alcuna traccia”... “Il decreto «Notte e Nebbia»... «era stato emanato da Hitler il 7 dicembre 1941, il giorno stesso dell'attacco giapponese su Pearl Harbour».
   Yglesias, su “In the Fist of the Revolution”, pagg. 275/8, riportato da Young: “Gays Under...”, pag. 23.
  “Gay Cuba”, pag. 35.
   Lockwood, citato da Young, “Gays Under...”, pag. 27, e da Steve Forgione e Kurt T. Hill, su “No Apologies: The Unauthorized Publication of Internal Discussion Documents of the Socialist Workers Party (SWP) Concerning Lesbian/Gay Male Liberation. Part 2: 1975-79”, pag. 123.
  Jay & Young, “Out of...”, pag. 220.
  Le fonti di questa chiacchiera sono numerose. Qui basta ricordare: Young, “Gay Under...”, pag. 28, e l’intervista rilasciata da Ginsberg, odiato a morte dalle autorità cubane perché lo disse alla TV dell’Avana nel 1965,
  Young, “Gays Under...”, pag. 38.
  “The Cuban Exodus - Reality and Propaganda”, di Miguel Garcia-Vidal, su “Catalist, A Socialist Journal of the Social Services”, N° 12, 1981, pag. 98.
  “Castro rimprovera i contadini «Niente sesso, lavorate di più»”, sul “Corriere della Sera del 6 maggio 1992.
  Il testo completo del Codice venne pubblicato su “Juventud Rebelde” del 19 febbraio 1978.
  Il “Guardian”, o “National Guardian” è un periodico indipendente filo-comunista fondato nel 1948.
   Con questa espressine, negli Stati Uniti, si indicano i militari cubani spediti all’estero.
 Ma, ancora più importante è considerare che, in un Paese in cui l’omosessualità ha portato per anni dritti dritti verso i lager, lamentarsi che i propri concittadini gay preferiscano gli anonimi stranieri è indizio o di ingenuità o di ipocrisia (ndt).


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