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COMUNISMO (continua)

CUBA

 

Il 19 aprile 1980, mentre migliaia di persone si precipitavano nelle ambasciate occidentali per scappare da Cuba, il quotidiano "Juvendud Rebelde" pubblicava in prima pagina questa foto. Si tratta di una manifestazione nella quale, accanto alla bandiera nazionale c'è un capestro, da dove pende un impiccato in effige, significativamente definito "gusano" (verme). Sui pantaloni la scritta "homosexual", omosessuale; l'omosessuale era quindi visto come un parassita. 

 

 

Rome Gay News N. 51, 1 ott 1994

 

CUBA

 

di Massimo Consoli

 

“Nei giardini del fascismo crescono solo i fiori della Morte e del Terrore”: così cantavano i giovani gay di Buenos Aires alla fine dell’ennesima catena di delitti che, negli anni Settanta, insanguinarono l’America Latina. Per un lungo periodo, in effetti, la repressione fu in pieno sviluppo dal Mar dei Caraibi fino alla Terra del Fuoco, e tutto ciò aveva fatto seguito ad un breve periodo di relativa tolleranza e indifferenza durante il quale, sull’esempio nordamericano ed europeo, si stavano costituendo dei gruppi e dei movimenti di liberazione omosessuale.
Il “la” era stato suonato il 30 aprile del 1971 dal Partito Comunista Cubano, durante il Primo Congresso di Educazione e Cultura, al quale parteciparono 1.700 insegnanti e quadri politici. Scriveva infatti “Granma” , organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC, il 9 maggio successivo, a pag. 5, che “Il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... E’ stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.” .
Tali dichiarazioni servivano di copertura alla feroce repressione dei famigerati campi di concentramento dell’UMAP (Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione)  nella provincia di Camaguey, che nel decennio precedente erano state riservate agli omosessuali. A chi non era al corrente della loro reale destinazione, sembravano pacifiche “unità militari” (appunto!) costituite per l’intensificazione della produzione di canna da zucchero, dove si faceva del lavoro agricolo, si riceveva un’istruzione e la gioventù veniva addestrata alle regole del servizio militare, come accade in qualsiasi altro Paese civile.
Nel 1965 un contrasto tra Giangiacomo Feltrinelli e Castro ebbe conseguenze insperate e fece scoppiare il bubbone.
L’editore italiano aveva una grande influenza sul “Lider Màximo” che, insieme a Che Guevara, era ritenuto uno degli ultimi eroi del nostro secolo, mentre la rivoluzione cubana divenne “una ispirazione per una generazione di giovani idealisti in tutto il mondo” . Perciò, saputo delle persecuzioni contro gli omosessuali in corso nell’isola decise di intervenire, convinto com’era che cose del genere fossero indegne di un Paese che amava definirsi “socialista” e che “quel modo di procedere era incivile” . In seguito a ciò, l’aspetto più propriamente militare di queste UMAP venne eliminato, mantenendo in piedi l’istituzione concentrazionaria solo attraverso “fattorie” isolate e riservate sempre, comunque, a detenuti omosessuali.
Ma perché questa esplosione di razzismo in un Paese che si è sempre presentato come profondamente impegnato nell’edificazione del socialismo? La società cubana, come tutte le società dell’America Latina, del resto, è rigorosamente sessista (“machista”) , basata sul mito cattolico del maschio violento, virile, perno e sostegno della famiglia, della società, dello Stato. E’ una cultura istericamente “fallocratica”, com’era di moda dire una volta, ereditata dai cristianissimi Re di Spagna (e Portogallo, in misura minore).
Non per niente il “mitico” Che Guevara, eroe e modello del “vero uomo” delle Sinistre e perciò anche delle femministe, in un suo libro si espresse quasi esattamente allo stesso modo in cui si esprimerà il papa più di 30 anni dopo, nell’estate del 1994: “Nella guerriglia una donna può assolvere parecchi dei suoi compiti che le sono abituali in tempo di pace”. Per esempio, cucinare, badare ai piccoli, cucire...
Intanto il film di Nestor Almendros e Orlando Jiminez-Leal, “Improper Conduct”, scopriva gli altarini. Nello straordinario documentario sulle aggressioni in atto a Cuba contro tutti i tipi di “anticonformisti”, lo scrittore Guillermo Cabrera Infante contribuiva a sgombrare il campo dagli equivoci: “La persecuzione degli omosessuali dei due sessi... fu una persecuzione di dissidenti. Gli omosessuali deviano dalle norme borghesi. I comunisti sostengono le coppie convenzionali, il matrimonio... L’omosessualità minaccia tutto ciò, perciò gli Stati totalitari la temono” .
E, per onore della verità, bisogna dire che gli omosessuali non sono di certo gli unici discriminati, a Cuba, dove un altro argomento tabù è il dominio dei bianchi nel PCC; l’impossibilità di conoscere la percentuale di neri nell’insieme della popolazione (percentuale che,  semplicemente con un colpo d’occhio, dev’essere molto elevata) perché le autorità affermano di non tenere statistiche del genere, il che è un falso plateale, visto che tutti i cubani hanno carte d’identità dove sono riportate tutte le indicazioni possibili e immaginabili; il divieto totale allo studio della cultura afro-cubana, a qualsiasi manifestazione di identità nera e, arriviamo all’assurdo, il divieto perfino a portare i capelli nello stile “afro”. E ancora, il governo cubano, che passa per ateo, in realtà “ha fatto pace con la religione bianca (cattolico-romana), ma ha dichiarato guerra alla santerìa dei culti afro-cubani, relegandoli nella categoria del folklore” .
Non per niente tra i primi e più fedeli puntellatori del regime di Castro ci sono stati proprio i cattolici, e non solo quelli famosi della “teologia della rivoluzione”, ma proprio quelli istituzionalizzati nella Chiesa. Come dimenticare la “Mozione” di totale adesione alla politica cubana presentata al Congresso culturale dell’Avana da Mons. Guzman, padre Zaffaroni, padre Escurdia e padre Blanquart nel 1968? O l’ampio e simpatetico resoconto del discorso fatto nell’occasione da Fidel, apparso sulla rivista domenicana “Information Catholique Internationale”? O addirittura l’omelia del vescovo brasiliano Mons. Fragoso che parlava del “coraggio della piccola Cuba”? O la “Carta di Montevideo”, sulla necessità da parte dei cristiani di partecipare alla rivoluzione che, come diceva Camilo Torres,  era “l’unica maniera efficace di realizzare l’amore del prossimo” ? La chiesa ha visto con enorme simpatia il regime castrista perché (sintomaticamente) difendeva il suo stesso tipo di morale. Ed è prevedibile che, coerente con la sua storia ed i suoi interessi, la stessa chiesa si affretterà ad abbandonare Castro al suo destino una volta che questi le sarà diventato scomodo come “compagno di strada”.
Del resto, il Lìder Maximo ha imparato una lezione importante dalla chiesa di Roma: agevolare in tutti i modi possibili il mantenimento di questo tipo di famiglia cellulare, con facilitazioni economiche, incrementi finanziari, concessione di abitazioni, riconoscimento pubblico e santificazione della stessa, e nel contempo impedire con ogni mezzo che possano esistere altri tipi di unione, di modo che il gay si trovi in condizioni di estremo disagio finanziario e morale. Per questo, fino ad oggi, fino a due giorni prima della Conferenza che al Cairo si è occupata della sovrappopolazione sulla Terra, i vescovi cattolici hanno obbligato a cambiare la formula originaria nella quale si parlava di “famiglia in tutte le sue forme” perché, ha spiegato il responsabile dell’Amministrazione Clinton, questa dizione “avallava il rapporto omosessuale” .
Infatti, Judy Ornstein, una lesbica con grandi simpatie per Castro, non può fare a meno di riportare che a Cuba “i gay sono molto poveri” , ed in un Paese dove la povertà è la condizione “normale”, un’affermazione del genere va tradotta con “i gay sono i più poveri tra i poveri”.
I cubani hanno fatto una rivoluzione politica, sociale, ma non sono riusciti a fare una rivoluzione morale o culturale
Il “vero uomo” deve fottere un frocio proprio come fotterebbe una donna, senza alcuna perdita di dignità stante il suo ruolo “attivo” nel rapporto. Lo scrittore Allen Young racconta un episodio significativo:
“Durante una visita all’accampamento di un corpo d’élite di giovani cubani conosciuto come “Seguaci di Camilo e del Che”, inaspettatamente uscì fuori l’argomento gay. Uno dei “seguaci” mi stava raccontando che l’intero campo, in una situazione di emergenza, poteva essere mobilitato in appena tre minuti. Io gli chiesi se una tale eventualità si fosse mai realmente presentata (già costruendo nella mia fantasia immagini di invasori addestrati dalla CIA), ed il giovane mi rispose di sì. Domandai in che modo. Mi sembrò un po’ imbarazzato, e prese a raccontarmi come un ragazzo fosse stato colto in un atto omosessuale, cosicché il campo venne mobilitato per esporlo di fronte all’intera popolazione dell’accampamento. Allora volli sapere perché uno solo fosse stato espulso e la risposta che ricevetti fu che l’altro, lo stava solo “mettendo alla prova”!
Quando a Cuba c’era ancora Batista, l’isola era la “Saint Tropez” dei benestanti nordamericani e, naturalmente, la prostituzione vi abbondava, sia quella femminile che quella maschile, visto che parecchi omosessuali dell’Est calavano da New York, Boston, Philadelphia, proprio attratti dal mito del macho cubano.
Nonostante che nemmeno Fulgencio Batista fosse tenero verso i suoi gay, tuttavia quelli nordamericani erano tollerati perché portavano nel Paese valuta pregiata (e considerato che, in realtà, erano proprio gli Statunitensi i veri detentori delle leve del potere economico nell’isola caraibica).
Parecchi ragazzi e ragazze si vendevano ai ricchi turisti offendendo l’amor proprio nazionale degli indigeni. (Tra l’altro, ci sarebbe da chiedersi per quale motivo gli orgogli nazionali si risveglino solo quando c’è di mezzo il sesso, soprattutto il sesso tra maschi!).
Quando Castro salì al potere si capì e si giustificò la donna che era stata costretta a vendersi a causa della sua situazione di estrema miseria, mentre i giovani che avevano fatto lo stesso rimasero oggetto di disprezzo, accusati di solidarietà fattiva con il capitalismo sfruttatore, perseguitati in nome di una moralità rivoluzionaria a senso unico e mandati nei campi di lavoro forzato. Poi, alle femmine fu concesso di tornare a far le puttane, non fosse altro per far entrare un po’ di valuta pregiata nelle esauste casse dello Stato Socialista. Anzi, “il governo ancora mette a disposizione alberghi dove le coppie etero possono affittare camere ad ore” .
Nonostante tutto, la notte di capodanno del 1 gennaio 1959 vide moltissimi gay riunirsi nei loro bar (locali equivoci, li chiamavano, comunque tollerati da Batista) per festeggiare la vittoria di Castro che, di lì a poco, forse come originale ringraziamento, li fece chiudere uno ad uno.
Nell’estate del 1970 alcuni esponenti della Sinistra USA organizzarono la terza edizione della “Venceremos Brigade”, un mezzo per dimostrare ai rivoluzionari cubani il sostegno dei rivoluzionari nordamericani, lavorando nell’isola per alcune settimane, girando per il Paese con lo scopo di capirne i vari aspetti ed i problemi peculiari.
Della Brigata dovevano far parte 25 esponenti, maschi e femmine, del “Gay Liberation Front”, cioè l’organizzazione rivoluzionaria omosessuale che era nata in seguito all’insurrezione del 28 giugno 1969 presso il bar Stonewall della Christopher Street, a New York.
Gli organizzatori della Brigata se ne pentirono quasi subito e cercarono in tutti i modi di ostacolare il gruppo gay, finché riuscirono, almeno!, a limitarne il numero a sei partecipanti. Anche nell’isola i sei rappresentanti del GLF furono isolati sia dai loro compagni USA che dai cubani, e dovettero subirne costantemente l’ostracismo ed il disprezzo espresso anche nelle forme più plateali (e banali): basti pensare che, mentre i “veri maschi” della Brigata ricevevano continue ed affettuose pacche sulle spalle, abbracci calorosi e lunghe strette di mano da parte dei latinos, i gay si accorsero ben presto che con loro si evitava perfino il più semplice contatto fisico, quasi fossero contagiosi. Anzi, erano sottoposti a scherzi verbali piuttosto pesanti .
Tornati negli USA, gli organizzatori della Brigata assicurarono le autorità cubane che alla successiva manifestazione di solidarietà tra i due popoli che avrebbe avuto luogo nel 1971, omosessuali e femministe (altre schegge impazzite e incontrollabili) non sarebbero stati invitati.
Questa situazione di discriminazione nei confronti di una minoranza così rilevante com’è nel caso della comunità gay, s’incontra con l’insensibilità delle masse, soprattutto per colpa di coloro che dovrebbero informare e/o formare l’opinione pubblica e che, per reale insensibilità al problema, per completa ignoranza, per stupidità congenita o per volgare calcolo politico, o per tutti e quattro questi motivi insieme, tacciono, quando non addirittura giustificano questa repressione, come fece a suo tempo perfino un personaggio così amato, seguito e influente come Dario Fo.
Il celebrato commediografo affermò che il governo cubano aveva fatto bene a spedire gli omosessuali nei campi di concentramento, visto che erano loro a detenere tutte le leve del potere culturale, dal teatro al balletto al cinema... nonché del potere politico.
L’affermazione era falsa e motivata, probabilmente, da qualche paura o antipatia più o meno cosciente per l’omosessualità o gli omosessuali dei quali Dario Fo si sentiva vittima. E spero che oggi questi timori li abbia superati.
All’epoca il movimento gay italiano, estremamente fragile nei suoi primi passi incerti, gli rispose comunque avvertendo che un simile discorso “cambiando solo il termine omosessuale con quello di ebreo, è identico a quello che si faceva tanti anni fa come giustificazione dei forni in Germania” , e rilevando come Dario Fo, assumendosi una tale responsabilità storica nei confronti di una minoranza oppressa, di una comunità discriminata ed in costante pericolo di sterminio, fosse oggettivamente un fascista, anche se gli piaceva molto giocare a fare l’extraparlamentare di sinistra.
Del resto, una posizione simile alla sua, significativamente, l’assumerà poco dopo il giornale di estrema destra “El Caudillo”, organo ufficiale del Ministero del Benessere Sociale della Nazione Argentina, nel suo numero 62 del 12 febbraio 1975 (quando ancora Lopez Rega faceva il bello ed il cattivo tempo), riconoscendo ai comunisti un solo fatto positivo: la spietata persecuzione degli omosessuali .
“I marxisti esportano l’omosessualità, però si guardano bene dal praticarla in casa”, affermava il periodico. Poi, dopo essersi lamentato dell’espansione che stava assumendo il fenomeno, enumerava tutta una serie di divieti e di interventi diretti che si sarebbe dovuto assumere lo Stato spiegando, in più, che “Dobbiamo creare delle Brigate Stradali che facciano continue ronde alla ricerca esclusiva dei maricones (froci, nda), diano una caccia spietata a questi individui vestiti come donne, che parlano come donne, che pensano come donne” (e già da questa parole è chiaro che chi le aveva scritte non capiva nulla di omosessualità e continuava la solita confusione tra questa ed i trans). “E poi, dobbiamo tagliar loro i capelli in mezzo alla strada, raparli del tutto, e poi ancora appenderli agli alberi con cartelli esplicativi e didattici ”!
Un po’ più sotto, “El Caudillo” tornava a parlare del comunismo: “Non vogliamo più «maricones». Che se ne vadano nei loro «Paesi amici»... Il marxismo ha utilizzato e utilizza ancora l’omosessualità come uno strumento della sua penetrazione e un alleato per i suoi obiettivi (sic)... E’ risaputo da tutti che nei Paesi comunisti gli omosessuali sono trattati come una vera piaga sociale e messi da parte, arrestati, perseguitati e considerati per quello che sono: un male!... Bisogna farla finita con gli omosessuali. Incarcerarli o ucciderli ”.
L’affermazione del “Caudillo” era, disgraziatamente, esatta. Gli omosessuali erano perseguitati in tutti i Paesi comunisti e da tutti i partiti comunisti nei quali questi non erano al potere, con la sola eccezione del PC italiano che cominciava, anche in questo, a dimostrare la sua unicità, sponsorizzando organizzazioni gay sotto il suo controllo.
E la pesantissima responsabilità dei cattolici-romani nello sterminio e nella discriminazione dei gay viene provata perfino il 20 agosto del 1994, quando il cardinale Antonio Quarracino, primate della chiesa argentina si presenta in TV chiedendo “la creazione di un ghetto per gay e lesbiche dove costoro potrebbero abitare con proprie leggi, giornali e stazioni TV e persino una costituzione ad hoc” .
Ma anche in Cile la situazione non era di certo delle più rosee. Dopo che nel 1950, durante il governo Ibañez, centinaia di omosessuali “vennero affogati al largo delle coste, gettati in acqua con grosse pietre legate al collo o ai piedi, e quando un’intera barca venne trasportata in pieno oceano e affondata”, sembrava che la situazione andasse lentamente e faticosamente migliorando.
Durante la presidenza di Salvador Allende ed il governo di “Unidad Militar”, questa marcia verso il progresso e la libertà subì un ulteriore balzo in avanti poi, con l’11 settembre 1973 ed il golpe di Pinochet, si ebbe una tragica battuta d’arresto... Fece il giro del mondo la notizia che Lola Puñales, un noto travestito uruguayano da anni residente a Santiago, era stato arrestato, picchiato, castrato e torturato fino alla morte dai militari cileni. Qualche mese dopo questo episodio, lo stesso quotidiano della capitale, “La Patria”, ammise l’esistenza di una “squadra della morte” specializzata nell’eliminazione fisica degli omosessuali. Nell’articolo si attribuiva a questa squadra anche l’omicidio di Palma Luis Bunster, dirigente di un’industria, e di un professore di francese, ambedue uccisi con il cranio fracassato, a poche ore di distanza l’uno dall’altro e con molte analogie.

Il grande cuore di Feltrinelli

Nel marzo del 1965 Feltrinelli, insieme a Valerio Riva (che ha curato la rievocazione storica dell’episodio seguente ), rimproverò a Fidel Castro di perseguitare ingiustamente gli omosessuali nella sua isola.
Tutto accadde durante un 'concorso di spaghetti' in una lussuosa residenza  di Cubanacan, un quartiere dell'Avana: villa Del Valle.
Castro, Feltrinelli e Riva, con tre ridicoli grembiali stavano di fronte alle loro pentole, circondati dalle guardie del corpo e dal personale militare malamente camuffato da camerieri e inservienti, arrabbattandosi con mestoli e fornelli, per decidere chi riusciva a cuocere i migliori spaghetti.
Castro cuoceva i suoi nel brodo per "farli divenire più saporiti" e pretendeva di essere il 'primo' anche in cucina, come lo era (e lo è!, non dimentichiamolo) nella vita politica di Cuba.
Mangiati gli spaghetti e bevuto abbondantemente per tutto il corso della serata, Feltrinelli, che era l'ospite più illustre e, non essendo gay non aveva niente da nascondere o da temere, affrontò direttamente l’argomento che in quel momento gli stava più a cuore e per il quale aveva fatto organizzare quella festa dallo scrittore Carlos Franqui: «perché Fidel ce l'aveva tanto con gli omosessuali? Perché perseguitarli? Che senso aveva? Cosa c'entrava quel progrom con la rivoluzione? Sulla tavola calò un gelo improvviso. I comandanti che sedevano con noi, le guardie del corpo che sorvegliavano gli ingressi, i camerieri con le portate in mano guardavano Feltrinelli come siderati... Fidel... cominciò quasi silenziosamente a ridere, alzò il capo, si guardò intorno disse qualcosa come “è un bello sfacciato questo Giangiacomo!”, accese un sigaro e prese lentamente a dire che all'origine c'erano stati problemi in certe scuole, che dei genitori avevano protestato, che in fondo bisognava capirli, l'idea di mandare un figlio a scuola e vederselo tornare frocio non garberà a nessuno. Disse che lui non aveva proprio niente personalmente contro gli omosessuali, purché non pretendessero di far proseliti. Se gli tirava il culo, problemi loro... Lo Stato, la Rivoluzione non poteva certo permettere la corruzione di minorenni... Io (è sempre Valerio Riva che parla, ndr) ricordai a Fidel d'aver sentito raccontare che all'Università dell'Avana era stato fatto venire un professore cecoslovacco, tal Freund, il quale pretendeva di aver un infallibile metodo per la redenzione degli omosessuali: li riuniva in una stanza buia gli collegava ai testicoli un elettrodo, poi proiettava su uno schermo scene di film pornografici: finché si vedevano accoppiamenti eterosessuali tutto passava liscio, quando si trattava invece di accoppiamenti omosessuali il professor Freund girava una chiavetta e “zac” una scarica nei coglioni ai suoi disgraziati pazienti. "Sì, sì, l'ho sentito dire” rispose Fidel, “ma pare ne abbia guariti pochi, il céco”... Ogni tanto, per difendersi dalla profluvie di argomenti con cui lo incalzava Feltrinelli, Castro ammetteva di non aver mai affrontato seriamente il problema...
Sarebbe stato bene, disse ad un certo momento, nominare una commissione di professori universitari per studiare la cosa e cominciò ad architettare, com’era il suo solito, già un piano completo, con tutte le possibili varianti soluzioni, come se si trattasse di un programma per l’incremento della produzione bovina e dell’avicoltura .
Di colpo Fidel se ne andò... Il giorno dopo cominciarono ad arrivare notizie rassicuranti: le persecuzioni erano cessate, un misterioso tam-tam aveva messo il bavaglio agli zelanti cacciatori di “maricas” (froci, ndr).
Qualche mese più tardi le UMAP erano sciolte. Ci convincemmo così di essere riusciti a far cambiare di parere Fidel Castro...».
Fin qui il racconto di Riva.
Negli anni '61/62 era il campo di Cayo Diego Perez ad ospitare gli "acusados ser afeminados y vagos" , più tardi questa funzione fu assegnata alle UMAP (Unità Militari per l'Aiuto alla Produzione): dei veri e propri lager, che "accoglievano forzatamente" come ricorda il poeta americano Allen Ginsberg dopo la sua visita a Cuba del '65 "gli omosessuali scoperti nel mondo del teatro, del cinema, del balletto e dell'opera" , e dove ci si poteva ritrovare anche in seguito ad una “segnalazione anonima” . Sempre nel 1965, le UMAP contenevano circa 45.000 prigionieri .
L’esistenza di questi campi è sempre stata negata dalle autorità cubane e dagli alleati del governo castrista, ma, come avvenne per i lager nazisti, chi voleva saperlo ne era al corrente. La domenica di Pasqua del 1965, 25 rappresentanti della Mattachine Society di New York guidati da Graig Rodwell, Julian Hodges, Dick Leitsch e Randolfe Wicker (pseudonimo di Charlie Hayden), picchettarono l’ingresso delle Nazioni Unite “per protestare contro la ventilata intenzione del governo di Castro di fare retate di omosessuali e rinchiuderli in campi di lavori forzati” .
E’ rilevante notare che la Mattachine Society, una delle primissime nuove organizzazioni gay moderne, era stata ufficialmente fondata il 20 luglio 1951 da un marxista sempre nei guai con la polizia americana, Harry Hay .
Le UMAP, dirà il regista Nestor Almendros, vennero create appositamente per gli omosessuali, “perché la Rivoluzione era ossessionata dall’omosessualità”. Tra alti e bassi, “resteranno in funzione almeno fino al 1971” .
Dopo il famigerato Primo Congresso di Educazione e Cultura organizzato dal Partito Comunista Cubano (PCC), il 30 aprile 1971, la repressione investì in pieno anche il mondo della scuola.
All'omosessualità venne riconosciuto un "carattere socialmente patologico" e si decise di non tollerare più che "omosessuali notori possano influenzare la gioventù del nostro Paese", bollandoli come "depravati recidivi e irrimediabilmente antisociali".
La Lega dei Giovani Comunisti fu incaricata nuovamente di dare la caccia a questi "degenerati", così come circa quarant'anni prima la Hitlerjugend stanava e denunciava gli ebrei.
Viene spontaneo chiedersi, a questo punto, se questa esplosione di odio razzistico da parte del governo rivoluzionario cubano abbia qualche giustificazione logica, e l'unica che si può riconoscere ai dirigenti del Paese, è di non essere riusciti ancora a liberarsi della loro mentalità cattolica, sempre per citare Ginsberg, o aver subito troppo le pressioni del KGB, il servizio segreto sovietico, che a Cuba si è intromesso veramente in tutto, ed in particolar modo ha diretto per anni la regìa della discriminazione gay: questo per citare Riva .
Chi era trasferito nei campi di concentramento, numerosissimi a Cuba, come dichiarava il "Boletin Informativo. Cuba: Carcel de Carceles", curato dal "Movimiento Libertario Cubano en el Exilio", non aveva molte possibilità di uscirne vivo.
“In molti casi vi si entrava senza neanche il beneficio di un qualsiasi tipo di processo. Chi era giudicato bisognoso di riabilitazione a causa delle sue attitudini rivoluzionarie improprie, veniva portato ai campi, messo a lavorare e sottoposto all’indottrinamento” .
Quello che vi si svolgeva, era di solito, un lavoro forzato massacrante, soprattutto la coltivazione della canna da zucchero: “Otto ore al giorno trascorse a tagliar canna da zucchero, a «recocer café» nelle piantagioni dell’isola... Se l’intolleranza per gli omosessuali è un’indicazione del fallimento di una rivoluzione socialista, quella di Castro è decisamente fallita” .
Un prete simpatetico con la rivoluzione, Ernesto Cardenal, riporta la testimonianza un po’ paradossale di un cattolico di nome Eugenio che era stato in una UMAP: “Gli omosessuali erano piuttosto felici nei campi di concentramento, perché un luogo dove questi venivano concentrati dev’essere come un paradiso per loro (sic!). Lì gli omosessuali diventarono più omosessuali; alcuni cominciarono a pittarsi la faccia. .. C’erano delle scene orribili... Le morti, per esempio. Perché si suicidavano. Una volta ho visto un omosessuale che si era impiccato” (evidentemente, poi, non erano tutti così “felici”!) .
Fino all'intervento di Feltrinelli, nei campi dell'UMAP si svolgevano delle vere e proprie esercitazioni militari che avevano lo scopo di "virilizzare" gli omosessuali, di renderli più "maschi".
I campi erano situati in fattorie isolate e solitarie e gli internati erano spesso esclusivamente omosessuali costretti ad indossare delle uniformi blu . Ma, come sempre accade in situazioni del genere, anche i non-omosessuali vi si trovavano coinvolti: “A Cuba i minorenni sono spediti in galera per reati che, in molti Paesi, non richiedono il carcere. A Combinado del Este ho incontrato un bimbo di dodici anni che si chiamava Roberto. La notte piangeva e chiedeva della madre, implorando d’essere rimandato a casa. Per zittirlo, i carcerieri gli gettavano addosso secchi d’acqua gelata e bottiglie o lo frustavano con una corda. Roberto era stato condannato perché un giorno, mentre passeggiava per strada, aveva visto una pistola nel retro di un’auto. L’aveva presa, giusto per gioco, ed aveva sparato qualche colpo in aria. L’auto era di un comandante del Ministero degli Interni! Arrivato in prigione, Roberto venne messo insieme ai criminali comuni. Dopo solo qualche giorno venne violentato da quattro uomini e, di conseguenza, ricoverato in ospedale. Tornato in carcere, venne classificato come omosessuale e trasferito nella sezione riservata agli omosessuali. In seguito ritornò spesso in ospedale perché si era beccato una malattia venerea. Ci sono molti Roberto a Cuba” .
Altri campi erano riservati ai giovani gay, come testimonia il 23enne Guillermo: “Avevo 15 anni quando mi arrestarono per la prima volta... Mi portarono in un campo di rieducazione giovanile. C’erano circa 300 muchachos lì, tra i 12 e i 15 anni, e tutti erano omosessuali...  In realtà, il campo era una prigione. Era recintato e noi eravamo costretti al lavoro forzato. Non c’era nessuna rieducazione” .
Anche José Yglesias, un autore filo-castrista, affronta l’argomento: “Queste Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione erano state avviate per prendersi cura dei giovani in età di leva ma che non erano considerati idonei a fare il servizio militare. Candidati a farne parte erano i ragazzi dei quali si sapeva che evitavano il lavoro e lo studio, i controrivoluzionari e gli immorali, una categoria che comprendeva anche gli omosessuali. Come venissero reclutati è difficile da spiegare: alcuni erano acciuffati senza che se lo aspettassero e subito spediti al campo , altri erano invitati a presentarsi, altri ancora erano convocati e invitati a difendersi dalle accuse. Chi li denunciava? La polizia segreta, i loro colleghi di lavoro o i compagni di scuola e, principalmente, i Comitati per la Difesa della Rivoluzione” .
I famigerati CDR, composti dai vicini che abitavano nello stesso palazzo, nello stesso fabbricato e dei quali la solita lesbica illuminata si sente in dovere di sottolineare gli aspetti positivi, ricordandone le campagne di vaccinazione, il riciclaggio, la monta di guardia..., ma dimenticando che lo stesso si può dire del nazismo, che ha costruito meravigliose autostrade ed eliminato la disoccupazione e garantito per la prima volta nella storia vacanze di massa a buon prezzo per tutta la popolazione !
In ogni caso, il pensiero di Castro sull’argomento è chiaro: “Una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come dev’essere un militante comunista.. nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni  e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante...” .
Tutto ciò contribuisce a spiegare come mai (come rivela con eccezionale accuratezza Steve Forgione) parecchi gay cubani che hanno a lungo sostenuto la Rivoluzione, ad un certo punto hanno dato forfait: “Una persona gay non può essere membro del Partito e, di conseguenza, non ha neanche la possibilità anche solo di discutere su questo importante argomento come leale membro/rivoluzionario”. Anzi, anche solo proporre un meeting “probabilmente
manderebbe in galera tutti i partecipanti” .
Di conseguenza, ai gay non è permesso far parte del Partito Comunista Cubano, anche se perfino di Raùl Castro, il fratello di Fidel, si mormora che sia omosessuale . Né possono fare il servizio militare. Se vengono scoperti durante la leva, vengono incarcerati per aver “insultato l’uniforme”.
Del resto, la schedatura arriva a livelli impensabili e che trovano riscontro solo (e ancora una volta) nella Germania nazista: Sulle carte d’identità militari l’indicazione segreta «B-1» indica che il possessore è, o potrebbe essere, gay ! In ogni caso, “non è neanche necessario avere delle prove (dell’omosessualità di qualcuno! ndr). E’ sufficiente essere un po’ effeminato o manierato per ricevere la qualifica di omosessuale. Alcuni cubani hanno passato anni in prigione solo perché erano ovviamente omosessuali” .
Sono parecchie migliaia i gay cacciati dal lavoro, espulsi dalle università o dalle scuole, e le testimonianze a proposito sono numerosissime, soprattutto da parte di eterosessuali che le raccontano con l’implicito sottinteso che si tratti di azioni giuste da parte del governo.
Alcuni istituti, in particolare l’Università dell’Avana, seguono una politica costante di “umiliazione pubblica” dello studente gay di fronte a tutti i suoi compagni, cui fa seguito l’espulsione. Uno studente, William, racconta un’esperienza allucinante: “Mi afferrarono per le braccia e mi portarono in parata per il centro dell’Avana urlando «Omosessuale!». Era orribile”. Dopodiché lo mandarono a lavorare come muratore nella sua città natale di Matanzas.
La paranoia di Castro, del resto, riguarda tutto il sesso. Non per niente appena due anni fa, e sempre per aumentare la produzione agricola, il dittatore cubano aveva “ordinato ai contadini di dedicare meno tempo alla fornicazione e astenersene in pubblico, poiché il destino del Paese dipende dal loro lavoro” .

“...Da circa due anni la situazione è un po' cambiata in seguito alle novità ipotizzate dal nuovo Codice Penale  che comprende la specifica criminalizzazione di alcuni comportamenti omosessuali, anche se sembra essere tollerata la pratica tra adulti consenzienti. Tutta la parte che riguarda l'omosessualità (direttamente o indirettamente) è stata posta sotto il significativo titolo di: «Crimini contro il normale sviluppo delle relazioni sessuali e contro la famiglia, l'infanzia e la gioventù» e sembra risentire ancora troppo del'influenza di legislazioni simili nei paesi comunisti come nell'URSS, che all’art. 121 punisce fino ad 8 anni di reclusione la pratica dell’omosessualità (tout court, e questo articolo fu voluto personalmente da Stalin)
In particolare, I'art. 345 proibisce la "pederastia" con violenza, e stabilisce l'età minima del consenso a 16 anni per i maschi e 12 anni per le femmine. La violenza carnale omosessuale è punita con la prigione da 5 a 20 anni, o in particolari casi aggravanti, con la pena di morte! L'art. 350 considera di pubblico scandalo e punisce con un'amenda pecuniaria almeno tre reati: il primo consiste nel "praticare scandalosamente l’omosessualità, oppure ostentarla pubblicamente, oppure sollecitare altre persone allo scopo di soddisfare desideri di natura omosessua1e". I rimanenti due reati consistono nella "pubblica libidine”, e nella "vendita o distribuzione di materiale pornografico". L'art. 358 riguarda la corruzione di minorenni e prevede la prigione da 3 a 8 anni per chi spinge un giovane alla prostituzione o all’omosessualità. L’art. 359 condanna da 3 a 9 mesi chi compie atti sessuali di qualsiasi genere in presenza di minori. L'art. 360 condanna sempre da 3 a 9 mesi chi fornisce alcol a minori  (ed è interessante notare, a questo proposito che la maggiore eta sessuale è di 16 anni, rnentre per poter bere in pace bisogna averne compiuti 18!). Sembrano spariti i campi di concentramento per omosessuali, ma l'attitudine del governo, espressa molto bene in guesti giorni dallo stesso Fidel Castro, continua a considerare gli omosessuali come elementi antisociali e controrivoluzionari, e gli omosessuali ammazzati, torturati, incarcerati discriminati, privati di ogni diritto gli rispondono cercando scampo nella fuga.”
(Massimo Consoli, su “Lotta Continua” dell’8 maggio 1980).

Il “Second ILGA Pink Book”, pubblicato a Utrecht nel 1988 dall’International Lesbian and Gay Association, nel capitolo dedicato a Cuba (pag. 202) spiega gli “Atteggiamenti Ufficiali e la Legge”:
«La pubblica manifestazione di omosessualità è illegale, sotto l’articolo 359 del CP (pubblico scandalo), con una pena massima di 20 anni e/o una multa. Gli articoli dal 355 al 358 ordinano ai genitori di prevenire i propri figli dall’impegnarsi in attività omosessuali e, se questi lo fanno, i genitori devono denunciare il fatto alle autorità... Dal 76 al 94 ci sono gli articoli sullo “stato di pericolosità”, che trattano delle deviazioni dalla moralità (socialista) prevalente. Sono le norme spesso invocate per arrestare gli omosessuali e tenerli in carcere per 4 anni, di solito. Ci sono “Comitati per la Difesa della Rivoluzione” (CDR) che controllano il comportamento omosessuale».


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