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CONFERENZE

26.1.09, La persecuzione nazista degli omosessuali: un approccio storico contestualizzato e privo di ideologismi

Relazione di Enrico Oliari

 

Il Giallo e il Rosa:

 

Ringrazio Vittorio Pavoncello e l’organizzazione per l’invito a partecipare oggi a “Il Giallo e il Rosa” nella Giornata della Memoria, voluta per ricordare le vittime, anche omosessuali, della barbarie nazista.

Qualcuno potrebbe pensare che sia fuori luogo  l’aver invitato un militante omosessuale culturalmente vicino all’area politica di destra, ma io sono convinto che il valore ed il significato della Giornata della Memoria debbano essere patrimonio e monito per tutte le realtà politiche, culturali, associative e movimentistiche. E che quando si fa storia, la politica debba essere messa da parte.

Il riconoscersi nel significato della Giornata della Memoria è ancora garanzia del rifiuto della cultura del razzismo, della sopraffazione e della violenza. Poi vi possono essere proposte diverse riguardanti i temi sociali, ma sempre e comunque basate sul rispetto di quei sacrosanti diritti umani che il nazismo di Hitler non volle considerare.

Vorrei premettere che più che sui fatti e sulle testimonianze dei Lager, preferisco apportare un contributo storico il più possibile obiettivo e contestualizzato sulle cause ed i motivi che portarono gli omosessuali nei Lager di Auschwitz o di Sachsenhausen e sul significato del paragrafo 175, dal momento che sono convinto che sia necessario conoscere e combattere più che ciò che rappresentarono i Lager, la cultura razzista e violenta che ne era alla base e che poi si manifestò nei Lager stessi.

Io credo che se noi omosessuali vogliamo perseguire i diritti dobbiamo dimostrare di essere una comunità e non un fenomeno passeggero figlio di questi tempi marci e quindi di avere una nostra storia fatta anche di Triangoli rosa, però veritiera ed inconfutabile, mai strumentalizzata a fini ideologici o politici: trovo quindi doveroso fare delle premesse, perché le nostre verità non possono e non devono essere pane per i negazionisti della scuola di Foariusson o del vescovo Williamson, tanto caro a papa Ratzinger; dico questo poiché mi è capitato di recente di ascoltare una conferenza in Veneto organizzata da un’associazione gay, dove si parlava di 500.000 omosessuali morti nei Lager nazisti e se dette le cifre hanno il loro peso, dal momento che se agli occhi dei nostri detrattori noi mentiamo su questo, mentiamo che su altro; poi recentemente ho letto su portale gay del fatto che i nazisti istituirono con il paragrafo 175 del 1935 il reato di sodomia, cosa anche questa falsa e poi vedremo il perché; ed ancora di omosessuali italiani che sarebbero transitati alla risiera di San Saba prima di finire nei Lager nazisti, di 100.000 Triangoli rosa morti nei campi di concentramento. Come pure ho trovato scritto di “omosessuali castrati e resi sterili” nella Germania nazista, ma, storicamente parlando, questo non corrisponde al vero.

Trattandosi il mio di un intervento “puro”, cioè lontano da ogni ideologismo politico, vorrei iniziare con una premessa doverosa su un termine che spesso troviamo nella comunicazione gay come pure sulle targhe dedicate alle vittime omosessuali e cioè la parola “nazifascismo”.

Se tale termine vale per le persecuzioni che riguardarono gli ebrei tedeschi, italiani e dell’Europa occupata, esso non può essere utilizzato nel momento in cui ci riferiamo al cosiddetto “omocausto”, principalmente per due ragioni:

 

-         i nazisti perseguirono essenzialmente omosessuali tedeschi e non delle altre nazioni (quindi non italiani) per un motivo squisitamente scientifico: essi consideravano l’omosessualità una pecca genetica, un inquinamento della razza e quindi erano ben contenti della presenza degli omosessuali negli altri popoli, italiano compreso, poiché ne veniva dimostrata l’inferiorità;

-         in Italia non esistevano leggi contro gli omosessuali già dal 1889 ed anche nel 1930, in piena era fascista, fu respinta la proposta di inserire nel codice penale un articolo contro i gay. Alla base di questa decisione vi sono diverse spiegazioni: sbaglia chi afferma che per i fascisti quello italiano era un popolo maschio, dove non sarebbe stata necessaria una legge contro i gay perché non ve n’erano; semmai l’omosessualità era vista come un peccato morale (come giustamente spiega Dall’Orto nella postfazione di Bent), come pure vi erano gay fra le alte sfere del partito e comunque la stessa iconologia fascista proveniva dalla Fiume di D’Annunzio, Keller e Comisso, dove l’omosessualità era quasi istituzionalizzata al punto da organizzare una compagnia di arditi che marciavano mano nella mano. Vi furono casi di repressione su iniziativa di alcuni prefetti di polizia, magari suggeriti dal gerarca della zona, ma certamente non l’arresto sistematico e l’invio al Lager.

 

Riferendoci all’omosessualità dobbiamo quindi separare nettamente il nazismo dal fascismo proprio perché vi furono due approcci culturali, legali e punitivi completamente diversi.

Pur tenendo vivo il ricordo di ciò che accadde ad un certo numero – circa trecento – di omosessuali durante il fascismo, e cioè che vennero confinati, noi movimento gay sbagliamo storicamente e dialetticamente nel dedicare, come nel caso di Trieste e di Bologna, monumenti o targhe alle vittime gay del nazifascismo, poiché si tratta di due gruppi, i gay italiani e quelli tedeschi, che subirono due forme diverse di persecuzioni. Tant’è che quelli italiani sono gli unici casi di monumenti che utilizzano il termine “nazifascismo”. Al contrario gli ebrei erano tali, da qualunque paese provenissero.

In Germania vigeva il paragrafo 175, il quale venne introdotto nel 1871 e abolito, per quello che riguarda il rapporto omosessuale fra adulti consenzienti, nel 1969, ben 98 anni dopo.

Esso, fino al 1935 colpiva i rapporti sodomitici, cioè penetrativi, ma con l’avvento del nazismo il paragrafo in questione venne riorganizzato con lo scopo di punire anche i rapporti affettivi fra uomini; non era quindi più necessaria la penetrazione e bastava una semplice frase per essere perseguiti; prevedeva la condanna da 3 mesi a 5 anni di prigione, estensibili fino a 10 se con concorrenze aggravanti:

 

§175
§ 175 Affettuosità tra uomini

I. Un uomo che ricopre un ruolo attivo o passivo in affettuosità con altri uomini è punito con la reclusione.

II. Se nell'attività è coinvolta una persona che, all'epoca del fatto, non aveva ancora raggiunto il venticinquesimo anno d'età, la Corte non può non emettere una sentenza di condanna, anche nei casi lievi.

§ 175a Gravi affettuosità

La reclusione fino a dieci anni, ridotta di tre mesi laddove ricorrano circostanze attenuanti, è comminata:

1. all'uomo che, attraverso l'uso della forza ovvero la minaccia dell'altrui incolumità, costringe un altro uomo ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;

2. all'uomo che, abusando di una posizione di superiorità legata a servizi, lavoro o impiego, costringe un altro uomo ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;

3. all'uomo che, compiuti i ventun'anni, persuade un uomo di età inferiore ai ventun'anni ad avviare un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo;

4. all'uomo che offre a pagamento sé stesso per un rapporto nel quale riveste il ruolo di compagno attivo o passivo.

 

Spesso ci si riferisce a questo paragrafo con i termini “famigerato” o “terribile”, ma in realtà esso non era più duro che il corrispondente in vigore in altri paesi europei, come in Unione sovietica o ancor più del Dopoguerra, come in Albania, articolo 137 (10 anni di reclusione) o in Romania, articolo 200.

La condanna degli omosessuali in quanto “nemici del popolo” era caratteristica di tutte le dittature del XX secolo (escluso, come abbiamo visto, quella italiana), ma mentre a Berlino il gay rappresentava un problema di carattere genetico e quindi di minaccia alla razza, a Mosca era visto come una persona affetta da una degenerazione borghese, amante del vizio,  renitente al lavoro e quindi un “controrivoluzionario”.

Le cause delle persecuzioni naziste verso i gay non vanno quindi ricercate nell’aspetto legale, che fu un mezzo, una scusante giuridica, ma non la causa reale; esse sono da vedersi nel “superomismo eroico” (volontà di potenza) baeumleriano e nel concetto di difesa della razza.

Si pensi infatti che l’articolo 175 venne mantenuto tale e quale nella Germania Occidentale fino al 1969 in quanto, si era detto, esso non aveva influenze naziste. Ed infatti furono condannati nel Dopoguerra più omosessuali che durante il nazismo.

In totale i gay processati e condannati in base al paragrafo 175 furono circa 46.000, di cui 10.000 circa verranno inviati nei Lager e circa 6.000 moriranno di stenti, umiliazioni, fucilazioni ecc.

Specialmente ai gay effeminati venivano inflitti i lavori più duri, con lo scopo di “rivirilizzarli” (come si fece a Cuba, dove sui campi di concentramento per i gay c’era scritto “Il lavoro vi farà uomini”) e qui molti moriranno di stenti nelle miniere.

Fra le cause della persecuzione metterei innanzitutto il concetto di Nietzsche dell’Uebermench, cioè del Superuomo, però riadattato dai nazisti (Baeumler) ad una visione sostanzialmente di “supermaschio”, cioè di essere virile con uno specifico ruolo nella società e quindi gli omosessuali, non considerati veri uomini, erano visti come “sottouomini”, cioè individui “contro sociali”.

Oltre al “superomismo beaumleriano”, come l’ho definito, ed alla difesa della razza, vi sono altre cause alla base della persecuzione.

Per i nazional-socialisti tedeschi vi era poi una sorta di necessità di riscatto dell’immagine dell’uomo germanico, cioè dell’ariano, da un luogo comune degli inizi del Novecento secondo il quale il popolo tedesco sarebbe stato gay per antonomasia.

Scriveva il socialista italiano Guido Podrecca in apertura di un libello sulla questione:

 

I tedeschi nulla hanno inventato, nemmeno la pederastia, ma tutto hanno sviluppato e prodotto su ampia scala, soprattutto la pederastia.

 

Questo perché vi furono scandali legati all’omosessualità che coinvolsero i massimi vertici dell’impero ed in particolare lo Scandalo della Tavola Rotonda, che, portato alla luce dal giornalista ebreo Harden nel 1907, coinvolse i capi dell’esercito, ministri, consiglieri imperiali e principi oppure il caso del magnate dell’acciaio e dei cannoni von Krupp, suicidatosi nel 1902 dopo che fu denunciata a Capri la sua omosessualità.

Non dimentichiamo inoltre che in epoca della repubblica di Weimar esistevano nella sola Berlino 130 locali per gay e associazioni con 40.000 iscritti e che vi erano organizzazioni giovanili dove l’omoerotismo era una pratica diffusissima. La comunità omosessuale, proprio perché visibile e numericamente consistente, era ritenuta una lobby, come diremmo oggi, di persone solidali e legati fra loro e quindi aperte prima ai rapporti fra loro che al regime.

Anche l’episodio della Notte dei Lunghi coltelli, ben raccontato nel film di Luchino Visconti “La caduta degli dei”, è indicativo: le SA di Ernst Roehm vennero smantellate ed i componenti furono arrestati o uccisi, accusati, fra le altre cose, di vivere in perpetuo stato di omosessualità.

Poi vi erano gli studi di Hirschfeld, di Klimmer e di altri, le raccolte letterarie, gli aspetti culturali, le canzonette dei club e persino la nascita di un movimento omosessuale… tutte cose che il nazional-socialismo di Hitler non poteva assolutamente accettare: l’uomo tedesco doveva essere lavoratore, soldato e soprattutto indiscusso ed esemplare pater familias.

Il Nazismo investì molto nella propaganda del “Supermaschio”, come pure di quella contro gli omosessuali, tanto che già prima del 1933 squadre di aggressori compirono rappresaglie nei confronti degli omosessuali e atti vandalici rivolti ai locali. Hirschfeld stesso, considerato uno dei capi del movimento omosessuale, subì più volte attacchi sulla stampa di partito e persino attentati.

La stessa visione dell’omosessualità come qualcosa di congenito e non più un problema relegabile alla sfera della morale faceva apparire i gay come persone malate e pericolose per il popolo, uomini da isolare, da escludere dalla società.

Il Nazismo distingueva fra categorie di omosessuali, ovvero fra chi aveva rapporti omoertici occasionali (si parlava di influenze ambientali), fra chi seguiva quello che era il vizio di chi era stanco di andare con le donne e chi era persona nata omosessuale (portata al ricamo e alla civetteria): l’azione repressiva venne mossa in particolar modo verso queste ultime due categorie.

Come detto, base della cruda persecuzione dei gay non c’era quindi un aspetto legale, che semmai era semplicemente il mezzo per accusare e per cui incentivare la delazione, ma la conservazione della razza e della sua purezza.

A questo proposito è emblematico l’intervento del comandante delle Forze di sicurezza Heinrich Himmler, che incentrò il suo lungo discorso ai generali nel 1937 proprio sull’omosessualità:

 

Nel 1933, quando abbiamo preso il potere, abbiamo scoperto l'esistenza delle associazioni omosessuali. Queste contavano due milioni di iscritti. I funzionari incaricati di questo problema stimavano prudentemente in quattro milioni il numero degli omosessuali tedeschi.

(…) Se ammetto che ci sono da uno a due milioni di omosessuali vuol dire che il 7 oppure l'8 o addirittura il 10 per cento degli uomini sono omosessuali. E se la situazione non cambia, il nostro popolo sarà annientato da questa malattia contagiosa.

(…) Tra gli omosessuali ci sono delle persone che hanno fatto proprio il seguente punto di vista: "Quello che faccio non riguarda nessuno, ma solo la mia vita privata". Ma non è vero, non è solo la loro vita privata: il dominio sessuale può essere sinonimo di vita o di morte per un popolo, di egemonia mondiale o di riduzione della nostra importanza ai livelli della Svizzera. Un popolo che ha molti bambini può aspirare all'egemonia, alla dominazione del mondo. Un popolo di razza nobile che ha pochissimi bambini ha comprato un biglietto per l'aldilà: non avrà più nessuno fra cinquanta o cento anni, e da qui a duecento o cinquecento anni sarà estinto.

(…) Se voi trovate un uomo che ha questa inclinazione in un qualunque posto, e con un potere di decisione, potete essere sicuri di trovare attorno a lui tre, quattro, otto, dieci persone o addirittura di più, tutte con la stessa inclinazione; perché uno trascina l'altro, e gli uomini normali che vivono con loro sono sfortunati, sono condannati: possono fare quello che vogliono, ma saranno comunque distrutti.

 

Lo stesso Himmler organizzò un ufficio centrale della polizia per la lotta all’omosessualità e all’aborto e ben presto vennero redatte liste di omosessuali, attingendo anche dagli elenchi delle organizzazioni gay stesse: si voleva costringere gli omosessuali a ravvedersi e chi non accettava di diventare un solido cittadino eterosessuale, veniva inviato ai campi di lavoro per scontare le pene detentive.

Gli omosessuali dei Lager erano gli ultimi fra gli ultimi, oggetto di continui maltrattamenti da parte delle guardie e degli altri internati, tant’è che la mortalità fra gli omosessuali fu di circa il 60%.

Ma attenzione: mentre per gli ebrei la liberazione ad opera degli alleati rappresentò la fine dell’internamento, per gli omosessuali, che erano considerati alla stregua dei criminali, una volta usciti dai Lager si aprirono le porte delle patrie galere ove finire di scontare la pena.

All’inizio erano sistemati insieme ai prigionieri politici, ma dopo le lamentele di questi ultimi i “Triangoli rosa” furono trasferiti in blocchi isolati.

Rudolph Hoess, che era comandante ad Auschwitz, ricorda nelle sue memorie di aver separato gli omosessuali dagli altri prigionieri sia perché continuavano ad arrivare delazioni di rapporti gay, sia perché vi sarebbe stata con l’arrivo dei “Triangoli rosa”, un forte aumento di quello che lui reputava “vizio”.

Egli afferma di aver studiato i comportamenti dei reclusi omosessuali, di averli testati facendoli lavorare con prostitute e di aver relegato coloro che non si piegavano ai lavori più duri, come ai rulli compressori o alle miniere. Chi non cedeva, ovvero diventava eterosessuale, non veniva liberato e doveva continuare con il duro lavoro, anche fino alla morte.

Furono molti gli omosessuali che morirono per denutrizione, malattie e di stenti e sono giunte fino a noi testimonianze sulle crudeltà a cui furono sottoposti gli omosessuali nei Lager: esse raccontano di casi di persone umiliate, sottoposte a continue violenze fisiche e psicologiche e persino torturate.

Addirittura il medico danese Karl Vernaet chiese ed ottenne di sperimentare cure ormonali sugli omosessuali iniettando dosi massicce di testosterone nell’addome e causando la morte di molte “cavie”. Ovviamente i suoi studi non ebbero successo.

Io penso che come omosessuali siamo chiamati a raccontare la nostra storia per non dimenticare e a lottare affinché persecuzioni come quelle naziste nei confronti dei gay non abbiano più a ripetersi.

Il nostro impegno di movimento ed anche individuale, il camminare a testa alta senza ipocrisie e con dignità, viene ad essere indispensabile per prevenire la cultura della discriminazione, figlia a sua volta della violenza.

Sono però convinto che noi omosessuali dobbiamo avere la coerenza di ricordare e raccontare tutte le vittime di tutti i regimi, politici o teocratici, perché sono gli stessi omosessuali torturati e morti in ogni angolo del mondo a chiedercelo ed è questo io intendo per “omocausto”.

 

Vi vorrei ora leggere una breve testimonianza:

 

Il primo ad arrivare avanti a noi fu  il nostro carceriere con un braccio solo, e fu subito raggiunto dal comandante della brigata, una dozzina circa di guardie e per ultimo una sorta di ufficiale che era vestito con un’uniforme grigia e che portava una cartella nera luccicante. In mezzo a tutti loro c’era il barbiere, in catene e ceppi. Una corda attorno al collo e fissata alla vita lo costringeva a tenere la testa piegata. Le sue mani erano legate dietro la schiena. Le guardie lo spinsero di fronte a noi. Se ne stava davanti a noi in silenzio come un penitente in raccoglimento, mentre il vapore veniva fuori da sotto i suoi piedi. Il comandante fece un discorso.

Ho qualcosa di terribile di cui parlarvi. Non sono contento di farlo e non è nulla di cui andare fiero. Ma è il mio dovere e dovrà essere una lezione per voi. Questo uovo marcio è stato imprigionato con un’imputazione morale, relazioni omosessuali con un ragazzo. Ha avuto solo sette anni per questo reato. In seguito, quando lavorava in un mulino per la carta ha continuato a comportarsi male e ha rubato a più riprese. La sua condanna è stata raddoppiata. Ora abbiamo appurato che mentre era qui ha sedotto un giovane detenuto di diciannove anni, un detenuto mentalmente ritardato. Se questo accadesse nella società, sarebbe punito severamente. Ma con il suo atto non solo ha peccato moralmente (!), ma ha anche infangato la reputazione del campo. Di conseguenza, in considerazione dei suoi ripetuti reati, verrà letta la sua condanna.

L’uomo con l’uniforme grigia venne avanti e lesse un tetro documento, un riassunto dei reati che finiva con la decisione di condanna a morte con esecuzione immediata della sentenza. Tutto accadde così velocemente che non ebbi neanche il tempo di provare shock o paura. Prima ancora che l’uomo con l’uniforme blu ebbe finito di pronunciare l’ultima parola, il barbiere era morto. La guardia che stava dietro di lui tirò fuori una grossa pistola e gli fece saltare la testa. Un fiotto di sangue e pezzi di cervello esplose addosso a quelli di noi che erano nelle prime file. Tolsi lo sguardo dall’orribile figura che si contraeva al suolo e vomitai. Il comandante venne avanti e parlò ancora.

Che questo vi serva da avvertimento. Nessuna indulgenza verrà usata in questo campo. D’ora in poi i reati morali verranno puniti allo stesso modo.

 

Questa testimonianza agghiacciante non arriva da  Auscwitz o da Treblinka: è di Jean Pasqualini, prigioniero nel 1978 in un Lager (Laogai) di Mao.


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