CONFERENZE
28.11.08
Omofobia e Forze dell'Ordine. Polizia e omosessualità: un approccio socio-storico
Relazione di Enrico Oliari
Gay e lesbiche in polizia, un po’ di storia
Nei
tempi passati quasi ovunque la polizia, così come la intendiamo noi, era un
corpo militarizzato e quindi parte dei vari eserciti o corpo autonomo, un po’
come i Carabinieri o la Guardia di Finanza.
L’omosessualità, che in tutta Europa veniva percepita dalla società civile in un modo assolutamente negativo, veniva ad essere per l’esercito e per le Forze dell’ordine un motivo di fortemente discriminante: l’omosessuale era visto come una persona sia immorale, sia psichicamente malata e quindi per lui era impossibile accedere a quel tipo di carriera. Inoltre se veniva appurata la presenza di un omosessuale nelle file dell’esercito o della polizia, egli veniva isolato, giudicato dalla commissione disciplinare, certamente espulso dal corpo di appartenenza o incarcerato.
Tuttavia erano le stesse forze militari e dell’ordine a evitare la fuoriuscita di notizie riguardanti casi di omosessualità nelle loro file, dal momento che per esse erano motivo di grande imbarazzo. Si pensi, ad esempio, allo scandalo della Tavola Rotonda in Germania del 1907 dove, grazie all’indagine del giornalista ebreo Harden, venne alla luce un giro di omosessuali che coinvolgeva i massimi esponenti dell’esercito imperiale: l’omosessualità venne vista in modo denigratorio dall’opinione pubblica degli altri paesi, identificata come un male tedesco e così gli eserciti delle varie nazioni si guardarono bene dal far vedere, se pur processandoli, l’esistenza di omosessuali nei loro corpi.
E così venne in qualche modo messo a tacere lo scandalo del colonnello Piatti di Treviso, che nel 1910 era venuto alla luce in seguito alle segnalazioni della stampa di area socialista (antimilitarista, antinterventista ed anticlericale), ma più ancora appare indicativo il dato che, nonostante, com’è evidente, l’omosessualità fosse una pratica diffusa nelle trincee della prima guerra mondiale, non ho trovato processi a militari: i soldati scoperti, più probabilmente, venivano mandati in prima linea.
In Italia l’omosessualità non era più reato dal 1889, anno in cui il guardasigilli Zanardelli aveva redatto il primo codice penale del regno. L’abolizione dell’articolo 425 riguardava però solamente la società civile, mentre per l’esercito rimaneva in vigore l’articolo 273 (ex art. 254 del regno di Sardegna), che prevedeva la pena della reclusione e dei lavori forzati da 5 a14 anni, e per la marina l’articolo 297 che prevedeva le stesse pene.
Questi articoli verranno cambiati solo nel 1941, ma non dimentichiamo che fino al 1986 rimarrà in vigore l’esonero del servizio militare per quei giovani ai quali, al momento della visita di leva, venivano riscontrate
- Personalità abnormi e psicopatiche: impulsivi, insicuri, astienici, abulici, depressivi, labili di umore, invertiti sessuali. Era l’articolo 28/a;
- personalità caratteriopatiche con anomalie comportamentali: impulsività, esplosività, devianze sessuali, tossicodipendenze. Era l’articolo 40, usato in un periodo più recente rispetto al primo;
- personalità fragili, insicure, abuliche, astemiche, labili di umori, anacastiche, immature, tossicofile, sessualmente deviate, chiaramente emergenti e senza implicanze sociopatiche. Si trattava del 41/b.
Tornando agli anni Cinquanta e Sessanta troviamo una realtà piuttosto curiosa della situazione degli omosessuali appartenenti alle Forze dell’ordine e militari in rapporto con la Guerra fredda:
i gay della Polizia e dell’esercito erano sospettati di essere spie al soldo di governi nemici.
Questo avveniva in modo particolare nei paesi dell’Europa dell’est, quelli per intenderci al di là della Cortina, dove già l’omosessualità era perseguita come male capitalista e borghese, un vizio importato dall’Occidente o comunque “occidentalizzante”.
Proprio il mese scorso, ad esempio, ho avuto modo di intervistare una donna a Bucarest arrestata, seviziata e torturata dalla Securitate a 19 anni in quanto lesbica perché aveva una relazione con una sua compagna di studi proveniente da un paese socialista africano e, siccome in cella si era rivolta a lei in inglese, fu processata, oltre che per il suo orientamento affettivo, in quanto spia e quindi condannata a 15 anni di reclusione.
In tutti i paesi comunisti, ad esclusione della Polonia, l’omosessualità era duramente colpita con diversi articoli del codice penale e se un poliziotto o un militare veniva scoperto o semplicemente sospettato di avere rapporti omosessuali, questi veniva processato e condannato a lunghi periodi di detenzione.
L’accusa di omosessualità, vera o falsa che fosse, veniva usata da alcuni regimi per eliminare personaggi ritenuti scomodi e così Stalin in più occasione fece saltare alti ufficiali dell’esercito e della polizia, condannandone gli esponenti alla deportazione nei gualg.
Bisogna anche dire che la delazione era una pratica tipica dei regimi comunisti, specialmente in Romania, nella Germania orientale ed in Unione Sovietica: chiunque, un amico fidato, un parente prossimo, un collega poteva essere un informatore della polizia segreta. Così era impossibile per un gay in divisa avere contatti con altri colleghi omosessuali e l’orientamento affettivo e sessuale si trovava ad essere duramente represso.
Se un omosessuale veniva scoperto fra i ranghi della polizia o dell’esercito, questi veniva processato in modo pubblico, con forte eco sui media, al fine sia di impressionare l’opinione pubblica sulla severità delle Forze dell’ordine, sia di scoraggiare ed impaurire gli altri poliziotti militari gay.
Inoltre va detto che nella società la moralità socialista doveva essere intatta e garantita: certamente i tutori della legge per primi non potevano avere atteggiamenti immorali.
Anche in Occidente, nei paesi del Patto atlantico, l’omosessualità era ritenuta un problema di carattere morale e nel 1952, in piena Guerra fredda, un primo coordinamento internazionale delle Forze di polizia e di intelligence si ritrovò per stabilire un’azione comune atta a reprimere e prevenire i comportamenti omosessuali.
Lo studioso David Jonson ha potuto dimostrare che durante il Maccartismo molti omosessuali furono licenziati ed isolati grazie anche ad un’azione denigratoria voluta. In particolare i gay americani vennero espulsi dalle Forze dell’ordine e della Sicurezza dal momento che si paventava il pericolo di ricatti o pressioni nei loro confronti da parte dell’Unione Sovietica o comunque erano identificati come possibili comunisti e quindi potenziali spie nemiche.
Ad onor del vero va anche detto che venne addestrato un gruppo di spie omosessuali per compiere lo stesso tipo di azione nei confronti degli apparati di sicurezza sovietici.
L’azione di repressione nei confronti degli omosessuali doveva però essere concertata, ma in Italia le cose non andarono del tutto come sperato. Sebbene le azioni della polizia vennero intensificate specialmente nei luoghi di ritrovo degli omosessuali, furono bocciate ben 3 proposte di legge, due del Movimento sociale ed una, la più dura, ad opera del partito socialista democratico, volte ad introdurre anche nel nostro Paese un articolo di condanna dell’omosessualità.
Petrosino ricorda comunque che vi furono, fra il 1952 e il 1965, ben 11.000 provvedimenti della polizia contro gli omosessuali, fatti di diffide, confini, fermi e via dicendo.
Da Polizia in azione si può leggere, nell’ “Incursione nel mondo che ho combattuto” del 1958, il racconto di un dirigente di polizia che, sotto il capitolo dedicato all’omosessualità, aveva scritto:
la perversione sessuale (dell’omosessualità, ndr.) è legata, comunemente ad uno stato di immoralità e, spesso è causa occasionale di reati anche gravi.
Questo vizio non riveste in Italia il carattere di reato e, non avendo mai formato oggetto di appositi provvedimenti legislativi, viene considerato solo per alcuni aspetti particolari, qualora essi si concretino in delitti punibili per configurazione giuridica propria, indipendentemente dalla causa dalla quale furono generati.
Lo stato d'immoralità tipico
degli omosessuali resiste a qualsiasi intervento della Polizia.
Gli omosessuali sono generalmente predisposti al delitto.
(…) I pederasti rappresentano un grave pericolo per la società, giacché, essi sono sempre predisposti a compiere efferati e preordinati delitti di sangue.
(…) Severe disposizioni, che non
sono contemplate dalla nostra legislazione penale, dovrebbero colpire questa
ignominiosa attività.
Gli invertiti dovrebbero essere ricoverati in appositi istituti.
(...) Molti invertiti, da me interrogati, riconoscevano la colpevolezza e l'ignominia della loro vergognosa passione, ma non sapevano spiegarne la causa, dichiarando, però, energicamente di non poterla vincere e di essere nella impossibilità di emendarsi.
Una simile percezione dell’omosessualità esterna alle Forze dell’ordine lascia immaginare una visione assai più dura rivolta verso gay in divisa.
Nel 1959 venne creato il Corpo di Polizia Femminile, un organismo che indirizzava la sua attività in particolare verso i reati che avevano per oggetto o per parte lesa le donne ed i minori; allo stesso Corpo erano attribuite funzioni anche nel campo dei reati relativi al buon costume.
Con la legge 121 del 1 aprile 1981 i funzionari civili di Pubblica sicurezza, gli ufficiali e i militari di truppa e il Corpo di Polizia Femminile furono fusi nella Polizia di Stato, ed organizzati "corpo civile militarmente organizzato" per la tutela dello Stato e dei cittadini da reati e turbative dell'ordine pubblico, ovvero un corpo civile a tutti gli effetti, con pari opportunità di carriera fra uomini e donne e diritti sindacali.
L’entrata delle donne nella Polizia non fu immediatamente percepita dai colleghi maschi come una cosa del tutto normale: in qualche modo si invadeva un campo di monopolio del sesso maschile e le femmine erano sentite come intruse ed inadatte a fronteggiare momenti ove occorresse pronta decisione. Vi furono atteggiamenti di distacco e, come fa notare Francesco Albanese in La Sessualità nella Polizia di Stato, si arrivò da parte di alcuni all’accentuazione artificiosa della virilità con l’utilizzo, ad esempio, del cosiddetto “linguaggio da caserma”.
Oggi, grazie all’avvicinamento sociale dei generi, anche nella polizia non vi è discriminazione fra uomo e donna, mentre la prossima sfida dovrebbe riguardare proprio la piena accettazione di nelle Forze dell’ordine di persone con diverso orientamento affettivo e sessuale.
L’articolo di condanna dell’omosessualità nell’esercito era stato abolito già nel 1941, ma restava la visione del gay come una persona malata, specialmente nel caso di omosessualità egodistonica o associabile a parafilie.
Con la civilizzazione della Polizia le cose non cambiarono immediatamente e solo negli ultimi anni, dopo la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie ad opera dell’OMS, l’essere gay non è stato più un elemento tecnicamente discriminante.
“Tecnicamente”, perché in realtà nelle Forze dell’ordine permangono, se pur in modo assai ridotto rispetto al passato, limiti nell’accettazione piena del poliziotto, del carabiniere o del militare gay, cosa che, come ci dicono le testimonianze, tenderebbe più ad avvenire nella gerarchia dall’alto al basso che in modo orizzontale, cioè fra colleghi di pari livello, ma qui rischierei di uscire dal tema storico.
Certo è che vi sono segnali se non altro di disagio:
- Il 2 aprile 2008 il generale Mario del Vecchio, candidato alle politiche per il Partito Democratico, se ne era uscito con un “I gay sono inadatti a svolgere il servizio militare”, salvo poi riparare in zona Cesarini;
- Il 4 settembre, alla notizia della nascita di Polis Aperta, Franco Segala, comandante della sottosezione polizia stradale Bologna Sud di Casalecchio, ha scritto su Il Resto del Carlino: "Agenti gay, sarebbe sconveniente per l’immagine della polizia… Io, uomo di Stato, mi sento profondamente a disagio". "Io spero vivamente — ha concluso la lettera — che qualcuno fermi questo irrefrenabile delirio che nella nostra società sta assumendo toni imbarazzanti".
Io mi sento di rassicurare i vertici delle Forze dell’Ordine: gli omosessuali, lesbiche o gay che siano, oggi non intendono trasformare la Polizia o l’Esercito in una nuova falange tebana, semplicemente chiedono la dignità di esistere come servitori dello Stato e di essere persone omoaffettive.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali… (Art. 3 Costituzione della Repubblica italiana)